premio italo calvino - racconto n. 2

Venti di farfalla

di Francesca Colao


5' di lettura

Lui non sa nulla delle altitudini e delle temperature, conosce solo la torre Eiffel, l'ha vista su un manifesto affisso alla vetrina dell'Universel Voyages. Allora si è fermato di colpo, incantato. Il ferro forgiato somiglia ai tralicci dell'alta tensione, a una libellula dalle zampe traforate pronta per il volo.

Lei, invece, non si sorprende più di nulla. Nella baraccopoli del suo cuore l'orologio della cucina fa le due meno venti e sua madre non dice più forchetta, non dice più scarpe. Mostra solo la punta della lingua. Tutte le parole sono adagiate lì, dove s'impigliano per poi scivolare via, inabissarsi e sparire. La punta della lingua di sua madre è un precipizio, un gorgo che si prende le parole. Nella baraccopoli del cuore ci sono i ruderi, i calcinacci, le macerie, ci sono le parole rotte della madre e anche tutte le sue.

Nel cuore del ragazzo c'è l'altezza, la sfida alla gravità. Sale sul traliccio dell'elettricità come fosse la bava metallica di un ragno, oltrepassa il teschio del pericolo di morte e si sistema saldo sull'acciaio. Guarda il paesaggio impolverato, l'acqua putrida della laguna e respira la torre Eiffel. Batte i tubolari con un legno che si è messo nella tasca e li fa vibrare al vento. I sogni del ragazzo gorgogliano come ruscelli indomiti. Si staglia contro il cielo grigio e l'euforia della vertigine ha il ritmo dolce delle onde sonore che oscillano, ritmo di libertà.

L'orologio della cucina fa le due meno venti e l'orologio del mondo che ora segna?

Per il ragazzo è tempo di andare, lontano dall'odore acre delle torrefazioni di cacao, dal clangore incessante dei clacson, dall'acqua torbida dei canali. Lui nella baraccopoli ci vive.

Presto l'harmattan soffierà e una polvere color polenta s'infiltrerà ovunque, il sole perderà d'intensità e il pulviscolo si spingerà oltre l'Atlantico.

Per la donna è tempo di congedo. Accompagna la madre al gabinetto, la bacia sulla fronte, l'accarezza. L'orologio della cucina si dilata e si lacera e lei diventa biblica, pensa all'apocalisse. Sua madre sta morendo e anche il mondo scomparirà. Fuori il mare è viola e piove sulle parole esplose, sui suoni smembrati, sull'afasia.

Il ragazzo è agile e snello e procede svelto con il suo tempo in tasca. Nessuno lo vede appeso al traliccio, nessuno conosce i suoi pensieri mentre guarda gli aerei, ne accarezza il ventre, scruta i motori, immagina la fusoliera. A volte riesce a leggerne le scritte: Turkish Airlines, Emirates, Air France, Air Congo, Air Burkina.

Il ragazzo immagina d'essere un nembo di polvere sollevato dal vento.

Adesso corre, ha un paio di infradito gialle, la vita straripa e il futuro lo chiama. Corre per il tempo che si slabbra e sfugge, inafferrabile. Per la giovinezza, per la disperazione. Non percorre le arterie a tre corsie della metropoli, lui vive in basso tra la moltitudine inoperosa, seduta su sgabelli di fortuna che aspetta ogni giorno qualcuno o qualcosa che non arriva.

L'erba secca gli punge i piedi ma lui va, lasciandosi alle spalle gli enormi cartelloni pubblicitari, le casupole con i tetti di lamiera colorati d'azzurro, le radioline gracchianti, i nugoli di mosche e le galline. Guarda all'orizzonte le flottiglie dei pescherecci di tonno, le sagome delle petroliere attraccate alla baia e avanza.

In cucina l'orologio è molle come in un quadro di Dalì, colano le lancette insieme ai suoni disarticolati dei fonemi. In sottofondo il televisore è acceso. C'è di continuo la pubblicità. Fuori dalla finestra l'albero di pesco accenna già le prime infiorescenze, ma è solo gennaio.

La madre guarda la figlia come se fosse tutto inutile ciò che facciamo qui.

Lei lava i piatti, pulisce il pavimento, piega la biancheria.

Il ragazzo sfreccia nella canicola, ha le tempie madide e un rivolo di sudore gli riga la guancia. Incede tra i veicoli esanimi e le lamiere, tra i copertoni e i rottami. Sfiora la sabbia unta di olio e benzina, si inoltra tra gli intrichi delle liane, nel groviglio della vegetazione selvatica, impregnata d'umidità.

Sulla carreggiata i camion surriscaldati arrancano traboccanti di gente e mercanzia. Uno stuolo di polli stipati, sacchi ammassati di sorgo, tronchi di mogano rosso. Due pecore attraversano incerte. La donna cammina e ha la testa vuota. Non vuole pensare i suoi pensieri. È solo lì dov'è, adesso. L'ennesimo presagio della fine ha ora nome di diadema. Le strade vuote delle città d'oriente non sono più fantascienza. Lei sale sull'autobus e si disinfetta le mani. Scende dall'autobus e si disinfetta le mani. Compra la carta igienica per la madre, compra il latte, telefona al dottore, compra le medicine. Se passa un'ambulanza sussulta.

La città ormai è lontana. Il ragazzo è solo e procede con il suo grande sogno, senza indugi. Ha intenzione di sottrarsi a una storia già scritta e a un paese che esiste solo sulla carta geografica. Non si guarda alle spalle, non ha nulla da perdere.

La brezza lieve dell'oceano introduce il silenzio. Non c'è il suono dei tamburi, solo i grattacieli in lontananza. Non c'è il coro degli uomini a incitarlo all'impresa, solo il respiro della risacca.

Intanto il globo del sole scivola senza crepuscolo e il buio, in un baleno, risucchia tutte le ombre. Il ragazzo non sa niente dell'aria rarefatta, del freddo siderale delle altezze. Non sa niente di ossigeno né di pressurizzazione, conosce solo l'incandescenza del sole e l'orario del volo, destinazione Parigi.

Quando l'ultimo taxi rosso volta l'angolo, lui salta il muro. Nessuno lo vede mentre corre sul bitume della pista.

Il Boeing è pronto al decollo. Lui si arrampica sui pneumatici e si aggancia al telaio del carrello. La fibra dei tendini brucia. Stringe forte le mani, solleva le gambe e fulmineo sparisce dentro l'antro.

Lei sta apparecchiando la tavola quando al telegiornale parlano del ragazzo. Il suo corpo è stato trovato all'interno del carrello, all'aeroporto di Parigi. Il sogno vibra e deraglia nella gola della donna.

L'orologio della cucina segna le due meno venti, è fermo da giorni.

Il tempo della donna è sospeso. Il tempo della madre è agli sgoccioli. La contaminazione si diffonde.

L'orologio del mondo è indifferente, non segna più passato e futuro. Si riempie le tasche di gruzzoli, vorace e inappagato. Brilla di specchietti per le allodole. Rotola scardinato e incurante nel ticchettio che si sottrae, nello spazio che si restringe e trabocca oltre tutti i confini.

Il tempo del ragazzo è imploso nella galaverna spietata del cielo, ma il suo sogno urla e rimbalza di città in città, di villaggio in villaggio come il pulviscolo dell'harmattan che si spinge oltreoceano. Ha il suono di un canto, culla alata del gelo, ninna nanna del precipizio. Intonano tutti il suo coraggio, la sterminata e inestirpabile speranza.

La donna scruta il nastro d'asfalto, il marciapiede vuoto, il silenzio inconsueto.

Il tempo della madre è finito. La contaminazione è ovunque. È ora di star fermi. Fermi tutti.

Un lieve frullo di ali nei cieli più remoti mostra il riflesso, l'oceano dei destini intrecciati, la primigenia connessione.

Intanto nella Via Lattea, tra le nebulose oscure e le scie raggianti delle stelle, l'astronave guarda la Terra. Vede il ragazzo, la donna, la madre, il pesco e le città deserte del mondo. Inverte la rotta e vira lontano.

Una primavera di gemme abissali è alle soglie. Un moscerino volteggia e un filo d'erba è sbucato dalla crepa del muro.

Nella carovana del suo cuore il ragazzo è sempre sulla strada che corre.

Ha il colore vivido di una farfalla tropicale che si è posata, per una frazione di secondo, sulla ferraglia.

TORNA ALL’INDICE

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...