la forza dello sport

Venti lezioni del ’900 contro il razzismo

di Maria Luisa Colledani


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2' di lettura


Un libro vitale come una pietra d’inciampo. Un calcio al razzismo sono venti storie che attraversano il Novecento cariche di dolore per diventare venti lezioni in grado di costruire un futuro senza odio né violenza. Massimiliano Castellani, giornalista di Avvenire, e Adam Smulevich, che lavora all'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, hanno raccolto volti e vicende che vanno da Arpad Weisz (1896-1944), l’allenatore ebreo-ungherese che portò in Italia il “Sistema”, vinse tre scudetti con Inter e Bologna (a oggi è il più giovane allenatore ad aver conquistato lo scudetto) e finì ucciso ad Auschwitz per arrivare a Lilian Thuram, il centrale della Francia campione del mondo 1998, ambasciatore dell’Unicef, che ha fatto della sua vita un periplo attraverso scuole e piazze per dire «così non si può continuare, basta indifferenza». Lo sport, il calcio in questo caso, dall’inferno, alla possibilità - necessaria - di salvezza dall’orrore, quello che fa ancora armare una mano anonima e codarda e scrivere su una porta di Mondovì, quella dove aveva abitato Lidia Rolfi, partigiana coraggiosa del Cuneese, “Juden hier”.
Il libro racconta e ricorda attraverso sei capitoli: Bel Danubio blu, Il calcio nei lager, In campo per la vita, La rinascita, Il segno ebraico e Le ferite aperte. Le pagine sono agili, per questo ancora più intense, vivide, hanno il ritmo dei pensieri dei ragazzi.
Ci sono i calciatori ungheresi che fecero grande la serie A e furono perseguitati per le loro origini ebraiche, ci sono le partite abbozzate nei lager, dove si tentava di giocare per non finire nella follia del male, con cammei importanti per figure troppo spesso trascurate, come quelle di Ferdinando Valletti e Mario Bettega. Il far parte di una delle tante squadre di calcio presenti nei lager permise a Valletti di diventare sguattero in cucina e quindi di avere di che mangiare. Bettega, originario di Lissone, mediano milanista con gran senso del gol e della patria (riforniva i partigiani di armi, e fu arrestato), invece, muore proprio di fame e di stenti a Mauthausen: «Di’ ai miei genitori – scriveva nell’unica lettera arrivata a casa – di mandarmi qualcosa perché qui non si mangia...».
Castellani e Smulevich scrivono pagine dense di nomi, accattivanti nel ritmo del raccontare perché, arrivati in fondo dopo questa cavalcata di parole, resti la meraviglia attonita e sconvolgente di tanto strazio, di tanto dolore inflitto a chi la pensava in modo diverso, a chi veniva da origini diverse.
Eppure, nonostante quegli abissi tanti protagonisti riuscivano a pensare al domani. «Mi sentivo sempre e comunque un giornalista sportivo», scrive Massimo Della Pergola, ebreo triestino rinchiuso nel campo di internamento svizzero di Pont de la Morge. E, per gradi successivi, volendo immaginare di aiutare la patria, pensa a un concorso pronostici «che sarebbe piaciuto agli italiani, già amanti del Lotto, e innamorati del gioco del calcio» e “inventa” la schedina del Totocalcio.
Nel nostro oggi, macchiato dall’antisemitismo, dal razzismo, dall’odio, solo la memoria ci salverà. E salverà il calcio dalla barbarie dilagante per il gol più importante: 22 ragazzi liberi inseguendo un gol e la vita.

Massimiliano Castellani, Adam Smulevich, Un calcio al razzismo - 20 lezioni contro l’odio, Giuntina, Firenze, pagg. 102, € 10

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