Il libro

Verdone, la memoria è una carezza: ricordi di vita di un maestro della commedia umana

Nei giorni sospesi del lockdown anti Covid, l'attore e regista romano ha deciso che era arrivato il momento di raccontare anche la sua normalità, quasi un fermo immagine della sua esistenza

di Giulio Peroni

Carlo Verdone (Agf)

4' di lettura

Carlo non riesce a dormire. Si affaccia dalla terrazza di casa, disegna la sua penombra, anche per lui la notte è troppo lunga per certe domande senza risposta.

Villa Sciarra, Roma. Dove la bellezza fa a pugni con la melanconia. Ma una non può fare a meno dell'altra. Da qui sopra, dal tetto del mondo e di se stesso, nei giorni del covid è un grande compiacere il silenzio senza essergli complice. Perché qui in alto non sei Verdone, sei solo Carlo, un uomo tra uomini che mancano, che non puoi vedere, che non ti riconoscono. Come quel cuculo rumoroso, sugli alberi del parco. Ogni ora di ogni giorno chiuso dentro questo palazzo anni ‘70 del quartiere Monteverde è un cielo, uno stato d'animo, un muro da abbattere se la vita corre via maledetta nel plumbeo surreale del lockdown.

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Da quassù, dai questi tetti marroni e inarrivabili, laggiù quell'Altare della Patria immerso tra cupole e pini in una luce opaca che sembra il set di un film, l'attore, 27 pellicole da regista, ha deciso che era arrivato il momento di raccontare anche la sua normalità. Un fermo immagine della sua esistenza attraverso la scrittura del suo ultimo libro (“La carezza della memoria”, edizione Giunti Bompiani), alternativa espressiva ad un film, ma ugualmente urgente nei giorni del covid che annichilisce (anche) possibili fonti di ispirazione e muse.

Sono stati e sono giorni complessi anche per uno come lui, sempre preso a cercare, impersonare un certo mondo, quello dei “soggettoni” di italica natura, possibilmente romani. Anonimi caratteristi che distrattamente al bar ci fanno sorridere il tempo di un caffè. Che Verdone, per magia, per talento divino, rende epici, eterni da 40 anni. Conficcandoli in noi, nel nostro procedere. Come non fossero gag, personaggi, ma centilitri di sangue che scorrono nelle vene della nostra esistenza.

Come ha fatto? Carlo non è solo un attore, un regista. Chissà se lo sa davvero. È un pezzo di vita per almeno un paio di generazioni. Un transfer che si consuma nella scia delle sue creature umane nate dal vero, divenute imprescindibili attraverso le sue straordinarie intuizioni. Demenziali. Ancestrali.

Per tutta la vita l’attore romano ha investito nell'empatia, nel semplice da convertire in sublime. È andato in giro a scovare talenti, dove talento sembrava non poter esserci. Lo ha trovato nei luoghi del quotidiano, per strada, per caso. Uno di questi personaggi, prima amati poi fatti amare da tutti (ecco il karma di un autore unico, non solo bravo) è Mario Brega, una comparsa del cinema che un giorno si presentò a casa di Sergio Leone con una cassa di frutta e verdura. Il ragazzo Verdone, che era lì, restò subito folgorato da quell’omone grande e grosso dai modi burberi, dal suo linguaggio grezzo, immaginifico. Terribilmente suadente.

Carlo lo fece diventare prima il padre dell'hippie Ruggero in “Un sacco bello” (1980), poi l'indimenticabile Augusto, papà della sua fidanzata, in “Borotalco” (1982), film capolavoro nel quale il regista (e attore) si ispira alle proprie insicurezze giovanili. In una Capitale ancora fedelmente romana, quella dei primi anni ’80. Quella delle lunghe tavolate in strada per lo scudetto della Roma di Conti e Falcao del 1983. Dei dopoteatro nei ristoranti di via Margutta. Quella che di lì a poco cambierà pelle, assottiglierà il profumo di pizza nei vicoli del Pantheon, smetterà di essere la città contradditoria visionaria di Federico Fellini, dei pizzicagnoli, delle voci di mamma e papà dalla finestra.

Verdone nasce, ispira la sua arte in quella Roma orgogliosa nel Ponentino, un po' paesone, sfrontata negli accenti e nei profili. Come quello mitico piacione-ingannatore di Manuel Fantoni (Angelo Infanti, Borotalco 1982), del burino arricchito Walter Finocchiaro (Angelo Bernabucci nel magnifico “Compagni di scuola” 1988) o dello stesso Verdone in film come “Viaggi di Nozze” (1995), “Bianco, Rosso e Verdone” (1981) o dell'ultimo “Si vive una volta sola” (2020).

Nel libro il grande attore parla dei suoi giorni, del quotidiano tra la gente. Stavolta al centro non sono i suoi personaggi, ma lui cittadino di oggi: sensibile, altruista e incazzoso. E lui ragazzone di ieri. Amico di una prostituita ai tempi degli studi, o in cerca di successo in quei tre mesi alla Rai di Torino nel ‘77 per “Non Stop”, il programma che consacrò lui, Francesco Nuti, Alessandro Benvenuti e Massimo Troisi.

Ispirato dal silenzio del terrazzo, da uno scatolone di ricordi aperto per uccidere la noia nelle ore del lockdown, da certi flash neorealisti e amari come la distinta signora che di notte sotto casa va a cercare nell'immondizia, il libro racconta tanti inediti dell'attore romano. Alle prese con sua figlia Giulia a caccia di amore paterno ed esclusivo quando, ancora piccina, in versione bodyguard, seguì il suo papà in una trasferta a Verona. O quella volta che in treno dovette improvvisarsi medico e assistere e fare da amico a un capotreno in piena crisi di panico e d’amore. Nel libro come nei film, Carlo insegue la nostalgia, il voglio ma non posso di una vita dove contrapposizioni e ironica irriverenza non lasciano indirizzo né traccia. Cos'è la felicità? Un treno che passa troppo veloce. Il disegno di un vecchio padre-scultore, carismatico e inarrivabile. In fuga dalla vita, ritrovato dai tre figli. Nel suo ritratto, i loro visi. Sempre dolci. Per sempre bambini.

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