analisinuovo anno senza colpi d’ala

Verifica politica stanca e rituale

Chi immaginava un inizio d’anno incisivo sul terreno di un confronto politico vero sulle cose da fare (e da non fare) deve accontentarsi di un altro film

di Guido Gentili

Conte: "Prima la manovra, a gennaio verifica di governo"

2' di lettura

Verifica politica di governo a fine mese, dopo le elezioni in Emilia Romagna del 26 gennaio (che però non contano a livello nazionale, secondo il premier Giuseppe Conte). Intanto, conclave nel reatino per il Pd di Nicola Zingaretti per allargare il campo delle alleanze a sinistra e preparare le richieste e punti fermi del partito in vista della verifica. Mentre prosegue, tra strappi e sospetti, il travaglio del Movimento 5Stelle e della leadership di Luigi Di Maio.

Sullo sfondo, infine, la sempreverde riforma della legge elettorale, che va “aggiustata” in vista delle prossime elezioni politiche (oggettivamente più vicine se l’opposizione a guida Matteo Salvini dovesse conquistare anche l’Emilia Romagna).

Chi immaginava un inizio d’anno incisivo sul terreno di un confronto politico vero sulle cose da fare (e da non fare) deve accontentarsi di un altro film. La verifica politica per iniziare la “maratona riformatrice” – così l’aveva presentata Conte - inizierà a fine mese, dopo che saranno passati agli atti i risultati delle elezioni in Emilia Romagna e dopo che le due forze chiave della maggioranza (Cinque Stelle e Pd) si saranno comunque chiarite al loro interno idee e margini della loro rinnovata collaborazione al governo, sempre che il voto regionale del 26 gennaio non si trasformi, nel caso, in uno shock da sconfitta irrecuperabile.
Insomma un rito stanco, intessuto di parole altrettanto stanche accompagnate da vaghezze e omissioni, le stesse con le quali si era chiuso il 2019. Ecco così ritornare l’affermazione che il governo «in soli tre mesi è riuscito a trovare 23 miliardi» per disinnescare gli aumenti dell’Iva, «che in un anno faremo molto di più, l’Iva non aumenterà e realizzeremo un’ampia riforma dell’Irpef…» (intervista del presidente del Consiglio Conte al Corriere).

Vero, gli aumenti Iva non sono scattati, ma va ricordato che la manovra ha fatto largo uso del deficit (e dunque del debito, parola scomparsa dai radar del confronto sul da farsi per contenerlo e ridurlo) e che, tra il 2020 ed il 2021, ci troveremo di fronte alla solita montagna da scalare per disinnescare altri aumenti di tasse per ben 47 miliardi. Un’eredità che non porta sollievo ma impegni – già presi - molto onerosi da rispettare. Come poi si possa realizzare, da qui al 2023, la promessa “ampia riforma” dell’Irpef è tutto da vedersi, atteso che il passo non sarebbe evidentemente a costo zero.
In sostanza, ci sarebbe da discutere, eccome, per un Paese a crescita zero e a rischio deindustrializzazione: oltre che del debito, della produttività (altra parola rimossa, come le privatizzazioni) e della spending review di cui sono perse le tracce.
Certo, non aiuta nemmeno il fatto che anche l’opposizione è restata appesa ai suoi riti stanchi e pre-elettorali, alla ricerca del consenso a breve con più slogan che proposte serie. E non deve dunque meravigliare più di tanto se guardando anche oggi allo spread tra i rendimenti decennali dei titoli italiani e quelli della Germania si galleggia intorno a quota 150, ben più di cento punti superiori a quelli del Portogallo.
Parziale quanto si vuole, piaccia o no, la verifica dei mercati è sempre in corso.

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