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Veronica Leoni e l’avventura della “meglio gioventù” nel progetto Moncler Genius

di Silvia Paoli, How to Spend it


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Veronica Leoni e Sergio Zambon

2' di lettura

Non è un exploit. Non è un dono profetico. Il talento è una miniera, bisogna seguire gli indizi prima di trovarne il cuore. Ci vuole tempo. E ostinazione, e scavare. Trentacinque anni, laureata in Lettere, romana, Veronica Leoni è innanzitutto un Genius di Moncler (il progetto del brand guidato da Remo Ruffini che coinvolge creativi diversi per altrettante diverse capsule collection). Leoni, con Sergio Zambon, è la responsabile della linea donna 2 Moncler 1952. Il suo passato da Céline (con Phoebe Philo) e prima da Jil Sander (con la signora Jil) ne connotano immediatamente lo stile: la femminilità rigorosa, pura e pragmatica.

Remo Ruffini ha definito la sua visione super-sofisticata, super-utile super-moderna. Ci spiega?
«Credo che con sofisticata intenda parlare delle referenze estetiche che posso trasporre nella 1952 e che mi rendono “utile” all’interno del progetto. Moderno è il processo di sintesi, il risultato finale dei capi, che sono spogliati di tutto il non necessario, resi puri ed essenziali pur mantenendo le caratteristiche tecniche».

Nella foto di gruppo di Genius, c’è la “meglio gioventù” creativa a livello mondiale. Che cosa vi accomuna?
«La traduzione dei propri codici personali in quelli della maison. Lo slancio avventuroso di permettere al proprio talento artistico di esprimere e raggiungere un pubblico diverso, perché l’audience di Moncler è variegata e ognuno di noi ha una visione. Ci accomuna la presenza di Remo Ruffini che incarna Moncler e il suo dna, e ci trasmette l’impellenza di tenerlo sempre presente».

Emergenti e marchio storico: quali i vantaggi reciproci della collaborazione?
«Credo stia tutto nello scambio delle modalità di azione, tra piccola e larga scala; il giovane designer con i propri mezzi riesce a procedere in modo agile, ha logiche anticonvenzionali e agili rispetto al grosso marchio. Ma, avuta la chance di far moda “al quadrato”, all’interno di un brand strutturato, cresce per lui l’opportunità creativa, il know how tecnico, la capacità produttiva e si possono ottenere risultati inimmaginabili, con tutto quello che ne consegue in visibilità, imponenza delle collezioni, tipo di investimento. Uno ci mette l’approccio leggero, l’altro le classiche metodologie aziendali».

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