InchiestaApprofondimento di un singolo argomento che mette a frutto il lavoro di ricerche e significative risorse.Scopri di piùIL CONFRONTO CON BRUXELLES

Verso il disco verde alla nuova flessibilità Ue ma con diverse condizioni da rispettare

Prima fra tutte, il nodo fondamentale della riduzione del debito che dovrà essere avviato con maggiore vigore su un sentiero di riduzione. Contestuale la richiesta di non recedere dal percorso di attuazione delle riforme strutturali e di consolidare gli interventi per accrescere la produttività e combattere l’evasione fiscale

di Dino Pesole


Ecco cos'è e perché è così importante la Nadef

4' di lettura

Oltre 14 miliardi di flessibilità, pari allo 0,8% del Pil: è quanto il Governo si accinge a chiedere formalmente alla Commissione Ue. In sostanza, poco meno della metà della legge di Bilancio in via di predisposizione sarà finanziata aumentando il deficit del 2020, che dall’1,4% indicato a legislazione vigente salirà nello scenario programmatico al 2,2% del Pil.

Non è poco, soprattutto se lo si aggiunge agli oltre 32 miliardi già ottenuti dall’Italia dal 2015 al 2019. Averlo iscritto nei saldi di finanza pubblica fin d’ora equivale a un sostanziale via libera, ottenuto in via informale nei giorni scorsi dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri - che oggi, 9 ottobre vede il commissario europeo Moscovici - fin dall’Ecofin informale di Helsinki.

Un sostanziale via libera che non dovrebbe incontrare ostacoli nel passaggio di consegne che avverrà il 1 novembre tra la vecchia e la nuova Commissione europea, con Paolo Gentiloni che subentrerà a Pierre Moscovici nell’impegnativo ruolo di commissario agli Affari economici.

Tuttavia il via libera che verrà formalizzato non prima di metà novembre sarà necessariamente accompagnato da alcune “condizionalità”, che nel gergo di Bruxelles equivalgono a una serie di impegni che il Governo dovrà assumere da qui ai prossimi mesi.

Prima di tutto, il nodo fondamentale della riduzione del debito che dovrà essere avviato con maggiore vigore su un sentiero di riduzione (la Nota di aggiornamento al Def fissa il debito a quota 135,7% del Pil quest’anno contro il 134,8% del 2018, in leggera discesa al 135,2% nel 2020).

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Contestuale la richiesta di non recedere dal percorso di attuazione delle riforme strutturali e di consolidare gli interventi per accrescere la produttività e combattere l’evasione fiscale. Da questo punto di vista, la Commissione europea è tradizionalmente prudente sui proventi che si intendono conseguire. L’importo che il governo si accinge a inserire in legge di Bilancio è consistente: 7 miliardi da incassare nel 2020, anche grazie agli incentivi diretti all’utilizzo delle carte di credito e dei bancomat per scoraggiare l’utilizzo del contante.

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Da questo punto di vista vi è da attendersi una sospensione del giudizio almeno fino alla metà del prossimo anno, poiché gli incassi da lotta all’evasione possono essere contabilizzati e dunque iscritti formalmente nei saldi di finanza pubblica solo una volta effettivamente incassati. Bruxelles pare disponibile a chiudere un occhio, ma quanto meno si dovrà passare da un’iniziale fase di “sospensione del giudizio”.

E poi è il grande tema degli investimenti. Rilevante l’apertura del vice presidente esecutivo della Commissione, Valdis Dombrovkis iscritto finora nell’elenco dei “falchi” o dei “rigoristi”. Nel suo intervento al Parlamento europeo ha aperto esplicitamente alla revisione di alcuni parametri del Patto di stabilità, attraverso lo scorporo dal calcolo del deficit degli investimenti “green”.

È una novità di non poco conto, che equivale a una sorta di golden rule, quella innovazione nelle regole europee di cui si discute da anni senza che abbia mai fatto passi in avanti e proprio per l’opposizione dei paesi più rigoristi. Ma gli investimenti occorre realizzarli per intero, e qui entra in gioco la cronica incapacità del nostro paese a spendere fondi che già sono stanziati per opere infrastrutturali.

Inoltre, sulla base della proposta avanzata dal Fiscal Board (il comitato consultivo delle finanze pubbliche) si procederà a monitorare il parametro della spesa ancorato a quello del debito pubblico, primo passo verso la revisione del “deficit strutturale”, target ormai considerato dai più troppo rigido (si calcola al netto delle variazioni del ciclo economico e delle una tantum).

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In poche parole, pur senza mettere mano ai Trattati, si comincia a rivedere in modo più elastico e intelligente l’architettura di bilancio costruita negli scorsi anni a difesa della stabilità dell’eurozona. In questo nuovo quadro l’Italia può e deve giocare un ruolo in termini propositivi, e non solo per rivendicare nuova flessibilità.

Il peso delle “clausole di salvaguardia” è noto a tutti tra Roma e Bruxelles, ed equivale nel 2020 a 23,1 miliardi sotto forma di aumenti dell’Iva di tre punti (28 miliardi nel 20121). Un peso insostenibile per un’economia che crescerà quest’anno dello 0,1% e nel 2020 (se andrà bene) dello 0,6%. Disinnescare buona parte delle clausole Iva in deficit è possibile, ma non è una prassi che si potrà replicare all’infinito, perché sempre e comunque di più deficit si tratta.

Da questo punto di vista vi è da attendersi un invito esplicito da parte di Bruxelles perché si individuino risorse alternative sia per la neutralizzazione delle clausole Iva che per il finanziamento delle misure in cantiere (tra queste il taglio del cuneo fiscale a beneficio dei lavoratori).

Torna in campo la spending review, e qui non mancherà l’invito da parte della Commissione Ue ad attuare finalmente un piano pluriennale di riqualificazione e riduzione della spesa pubblica, anche mettendo mano al capitolo delle agevolazioni fiscali (le cosiddette tax expenditures).

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    Dino PesoleEditorialista

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Italiano, inglese, francese

    Argomenti: Conti pubblici, Europa, attività politico-parlamentari

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