il vertice

Verso un G20 difficile con leader più fragili dei loro predecessori

di Andrea Goldstein

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(AFP)


4' di lettura

Il 15 novembre 2008, il presidente americano George W. Bush, ormai a fine mandato, convocò il G20 Summit on Financial Markets and the World Economy. Per la prima volta il vertice del gruppo delle systemically significant economies – creato nel 1999 per allargare oltre il G7 il dialogo intorno alle principali questioni di politica economica e finanziaria e che fino ad allora aveva riunito ministri e governatori – si svolse a livello di leader.

Quel G20 giocò un ruolo fondamentale nel rispondere nell’immediato alla crisi finanziaria, che si stava rapidamente trasformando in un cataclisma commerciale, economico e sociale.

Nei mesi successivi, e soprattutto nel vertice straordinario di Londra di aprile 2009, il G20 liberò ingenti risorse pubbliche, senza le quali la Grande recessione sarebbe stata ancora più drammatica.

Nel complesso si può affermare che l’obiettivo di ristabilire la crescita globale che il G20 si era fissato in quell’initial meeting è stato raggiunto. Rispetto al 2008, il Pil è cresciuto in tutti i Paesi, con performance prodigiose in Cina (+121% in valuta locale a valori costanti), India (+97%), Indonesia (+70%) e Turchia (+63%) e meno scintillanti altrove, in particolare in Francia (+7%) e Giappone (+5%).

Considerazioni altrettanto incoraggianti sul valore del G20 nel coordinare le politiche economiche nell’interesse comune vengono dal reddito pro capite, aumentato in media del 22 per cento.

A dir la verità ci sarebbe anche un’eccezione, un Paese il cui Pil si è contratto del 6% e i cui abitanti sono del 9% più poveri che nel 2008 – e sfortunatamente si tratta dell’Italia.

Difficile pensare che sia tutta colpa dell’austerity (ammesso che ce ne sia stata poi tanta, dato che l’incidenza della spesa pubblica sul Pil è passata da 47,8% nel 2008 a 51,1% nel 2013, prima di calare a 49,1% nel 2016). Il G20 in ogni caso c’entrerebbe poco, dato che le sue raccomandazioni si focalizzano sopratutto sulle politiche strutturali. Ed è lì che notoriamente l’Italia appare sempre in ritardo. Non stupisce allora che se un tedesco era mediamente un po’ più ricco di un italiano nel 2008 (del 9%), si ritrova a esserlo molto di più nel 2017 (34%).

Lasciamo perdere le tristezze della Penisola e torniamo al contesto globale. Che in questo momento è in bilico: la crescita resta abbastanza sostenuta, ma i rischi all’orizzonte si accumulano. Protezionismo esplicito e nascosto, disequilibri fiscali e commerciali, politiche monetarie da normalizzare, Brexit, ineguaglianze, migrazioni – tutti elementi d’incertezza che rallentano la marcia verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. In più restano fragili i progressi registrati su temi come lotta al cambiamento climatico e regolamentazione finanziaria.

Chi sono i leader chiamati a dare una risposta a Buenos Aires nei prossimi giorni? Dei protagonisti del Summit 2008, solo due continuano a fare lo stesso mestiere: Angela Merkel e Recep Tayyp Erdoğan. Ancora attivi in politica sono il primo ministro Dmitry Medvedev, il vice primo ministro Tarō Asō, la senatrice Cristina Fernández de Kirchner (in attesa di processo per varie vicende) e Silvio Berlusconi (nel frattempo condannato a quattro anni di reclusione per frode fiscale ed interdetto ai pubblici uffici per due). Felipe Calderón, Nicolas Sarkozy, Manmohan Singh, Susilo Bambang Yudhoyono e lo stesso Bush svolgono attività private, due ricoprono incarichi internazionali, Kevin Rudd e Stephen Harper, altrettanti sono in pensione (Hu Jintao e Kgalema Motlanthe), Re Abdullah è deceduto. Due, infine, languono in carcere: Luiz Inácio Lula da Silva e Lee Myung-bak.

A prima vista, i protagonisti del G20 argentino saranno abbastanza simili ai loro predecessori – maschi (17 su 19, il ventesimo membro è la Ue), sulla sessantina (l’età media è di 61, un anno in più che nel 2008, in linea con l’aumento dell’età mediana della popolazione globale, da 29 nel 2010 a 30 nel 2015), mediamente in carica da pochi anni (4). A guardare più da vicino, però, a parte essere tutti per il momento in libertà, differenze ci sono.

Mentre nel 2008 tutti i leader erano politici di professione, ora ce ne sono due (non molti, ma pur sempre l’11%) privi di precedente esperienza politica, tra cui il più potente di tutti. Un altro fenomeno nuovo è che dei 17 leader che in teoria dovrebbero essere al G20 a seguito di un voto popolare (fanno eccezione Cina e Arabia Saudita), nel 2008 solo uno c’era arrivato per vie traverse (il sudafricano, nominato a seguito delle dimissioni di Thabo Mbeki). Nel 2018 sono molto più numerosi: a Brasilia (ancora per poco) e Pretoria governano ex vice-presidenti promossi per la decadenza dei predecessori, a Canberra un primo ministro che ha rimpiazzato il suo ex capo, a Roma un giurista prestato alla res publica. Per quanto riguarda l’orientamento politico, infine, è cambiato in 11 dei 17 paesi dove si vota, lasciando una maggioranza di governi di centro-destra (10, compresa la Russia) sempre più critici verso il multilateralismo e solo 4 di centro-sinistra (Canada, Corea, Indonesia e Sudafrica).

Di nuovo c’è il centrismo che corrisponde a una nuova identità politica (in Francia) e a coalizioni post-voto in Germania e Italia.

Nel complesso un insieme molto eterogeneo di personaggi, che ben esprimono l’attuale fragilità delle democrazie rappresentative, di cui anche l’efficacia e la legittimità del G20 rischia di fare le spese.

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