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Verso Marte passando per Torino

Qui lavorano gli oltre cento controllori di volo, e le squadre di ingegneri, tecnici, scienziati, che rendono possibile a sei uomini straordinari di abitare nella Stazione spaziale internazionale. Qui si progettano le prossime missioni sulla Luna e sul Pianeta Rosso. Qui l'apertura commerciale del cosmo ai privati è già realtà. Viaggio negli hangar di Thales Alenia Space e Altec, due aziende all'avanguardia mondiale nel settore

di Federico Bona

Turin, Thales Alenia Space, ISO 7 Ultraclean Room – programma ExoMars 2022 - Rover FM (credit: Alessandro Albert)

6' di lettura

Sono stato su Marte e da lì ho visto con chiarezza il futuro delle esplorazioni spaziali. Non è un racconto di fantascienza – quelli li leggete nelle prossime pagine – ma la cronaca fedele di una densissima giornata trascorsa a Torino, tra Thales Alenia Space e Altec. Entrare nei loro capannoni significa davvero avvicinarsi allo Spazio, e non solo perché prima di uscire ho potuto calpestare il terreno marziano ricostruito nel centro di controllo del Rover della missione ExoMars, ma perché qui dentro ci si occupa trasversalmente di ogni aspetto dell'industria aerospaziale, dai satelliti scientifici ai moduli dove vivono gli astronauti in orbita, dal loro addestramento al loro supporto sulla Stazione spaziale internazionale (Iss), dall'esplorazione umana a quella robotica, dall'orbita terrestre fino a Marte.

Verso Marte passando per Torino

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Ed è sempre qui dentro che si preparano anche le prossime missioni verso la Luna, in una sequenza di appuntamenti da far stropicciare gli occhi: per il 2023 è previsto il primo tassello del Gateway, la stazione che orbiterà intorno alla Luna; per il 2024, il primo modulo abitativo del Gateway e il conseguente nuovo sbarco sulla Luna, che stavolta includerà una donna; per il 2028, l'inizio della costruzione di una base lunare. È così che, dopo non esserci più tornati dal 1972, il nostro satellite naturale diventerà un'estensione della Terra, un sesto continente, o settimo a seconda di come contate.

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Ciò che poco più di cinquant'anni fa era rappresentato dalla Luna, ovvero il punto massimo raggiungibile con il massimo della tecnologia umana, oggi è costituito da Marte. «Su Marte sappiamo già andare, ma non abbiamo ancora imparato a tornare indietro», sintetizza egregiamente Vincenzo Giorgio, amministratore delegato di Altec. Non per nulla esiste un progetto comune tra Esa e Nasa, Mars Sample Return, per riportare sulla Terra campioni marziani, previsto per il 2026. Tanto complicato che per riuscire nell'impresa serviranno tre missioni: una per arrivare e raccogliere i campioni, una per recuperarli e lanciarli in orbita marziana, una terza per farli arrivare a Terra.

Torino, Thales Alenia Space, Area di produzione – MPCV Orion

Luglio 2020 avrebbe dovuto vedere il lancio di ExoMars, la nuova missione dell'Esa sul Pianeta Rosso dopo quella non completamente riuscita del 2016, ma il Covid-19 ha costretto a rinviarla al 2022. È così che dentro i capannoni di Thales Alenia Space posso osservare da vicino il Rover che sarà il protagonista della missione. Anzi, due Rover: il primo, alloggiato in una clean room, è quello che farà davvero il viaggio, il secondo è il suo gemello perfetto, che rimarrà sulla Terra per collaudare una serie di funzioni e per addestrare i tecnici e poi, dal centro di controllo, aiutare ingegneri e scienziati a prendere le decisioni migliori per il fratello marziano.

Attraverso le finestre della prima clean room ne intravedo una seconda, ultraclean, un'enorme scatola che permette di maneggiare gli oggetti al suo interno usando grossi guanti in cui infilare le mani dall'esterno. «È dove è stata assemblata la parte più delicata del laboratorio scientifico del Rover, quella che dovrà stabilire se c'è, o c'è stata, vita su Marte. Ogni singolo pezzo di questo componente ha passato due bagni ultrasonici con dei solventi e una camera di neve di anidride carbonica prima di essere montato. Questo per garantire l'assenza di contaminazioni molecolari: basterebbe una traccia di carbonio, che è il nostro indizio di vita, per dare falsi risultati», spiega Andrea Allasio, Program Manager di ExoMars.

«È il nostro orgoglio: nessuno al mondo ha mai fatto qualcosa del genere e perfino l'Esa all'inizio temeva che non fosse possibile». L'altra eccellenza italiana della missione, che vede il nostro Paese coinvolto in un'infinità di altre sfide scientifico-tecnologiche, è il Mars Terrain Simulator. «Solo il Jpl di Pasadena può vantare una struttura del genere», sottolinea fiero Vincenzo Giorgio.

«Si tratta di un'area dotata di una serie di sensori che, attraverso un modello matematico che usa i dati in arrivo dal Rover su Marte, ci permette di ricostruire qui la sua esatta posizione e di riprodurre fedelmente il terreno, le pendenze e le rocce che lo circondano», spiega Diego Bussi, System Engineer del centro di controllo di ExoMars. Ci sono anche un'area per simulare le pendenze più impegnative, un'altra per testare condizioni di luce estreme e un'ultima per riprodurre le operazioni di perforazione del terreno, la parte più importante della missione. Oltre, naturalmente, a un modello di simulazione interamente digitale.

Torino, Thales Alenia Space, ISO 7 Ultraclean Room – programma ExoMars 2022 - Rover FM

Da dietro i vetri che si affacciano su questo paesaggio, una trentina tra ingegneri, scienziati e tecnici deciderà quali compiti attribuire al Rover, con il quale comunicheremo due volte al giorno: «Prima della notte marziana, ci riferirà stato di funzionamento, posizione e risultati raggiunti, utilizzando come appoggio il satellite di comunicazione messo in orbita marziana dalla missione del 2016. In base a questi elementi, elaboreremo un piano per la giornata successiva, che gli invieremo al sorgere dell'alba marziana», spiega Bussi. Condizioni che, insieme alla limitatezza delle informazioni che abbiamo su Marte, fanno di questa missione una straordinaria partita a scacchi con l'ignoto. E ci ricordano una volta di più quanta strada dobbiamo percorrere prima di portare un uomo su Marte, anche se si parla degli anni Trenta. Se questo avverrà, è perché abbiamo iniziato a colonizzare lo Spazio.

A che punto ci troviamo lo spiega bene Vincenzo Giorgio: «Esiste un mondo più ampio di quello che si può immaginare che ha bisogno di ambienti come la Iss per sperimentare in condizioni di microgravità prodotti da commercializzare sulla Terra, a partire da chi opera nella scienza dei materiali, nella farmaceutica, nelle scienze mediche». Rientra in questo quadro l'accordo con Virgin Galactic, che trasformerà Grottaglie, in Puglia, in una base di lancio per voli suborbitali forse già dal 2023: «Ci permetterà di offrire sperimentazioni in microgravità a costi relativamente contenuti».

Potrà sembrare poco romantico, ma è sempre stato così: la scienza esplora confini tecnologici che poi il mercato rende fruibili a tutti. Anche se le ricadute sulla Terra non sono sempre necessariamente monetizzabili, come ricorda Massimo Comparini, amministratore delegato di Thales Alenia Space Italia: «Abbiamo un ruolo importante nel programma Copernicus, il sistema di cosiddette sentinelle che permette di monitorare le condizioni del nostro Pianeta, come i cambiamenti climatici, la deforestazione e tutti gli aspetti legati a uno sviluppo sostenibile. Due dei sei nuovi satelliti previsti verranno realizzati da noi in Italia».

Basta trascorrere poche ore all'interno di questi hangar per capire perché sia così Nella zona di saldatura di un capannone c'è un cargo Cygnus, uno di quelli che riforniscono la Iss di nuovi esperimenti scientifici, di pezzi di ricambio e di scorte (cibo, acqua, riserve di azoto e di ossigeno per ripristinare l'atmosfera di bordo) e la liberano di cose che non servono più. In un hangar più avanti c'è un altro Cygnus, fasciato, pronto per essere completato con circuiti elettrici, coperte termiche e pannelli contro l'impatto di micrometeoriti e detriti spaziali, e a fianco ce n'è un terzo in fase di rifinitura, molto vicino a essere consegnato. «È uno dei pochi casi in cui esiste un accordo commerciale per così tante unità, diciotto, e per cui la nostra produzione diventa quasi di serie», spiega ancora Massimo Comparini.

Torino, Thales Alenia Space, Area di produzione – MPCV Orion

«Non significa che non abbiamo sviluppato novità importanti nel tempo: per esempio l'avevamo progettato per trasportare circa 2.000 chili e ora siamo arrivati a 3.700, allungandolo un poco e migliorandone il layout interno. Nel frattempo, abbiamo cambiato il processo di saldatura, mettendo alla prova una tecnologia che ci servirà anche per il futuro, quando con altri moduli raggiungeremo l'orbita lunare e la Luna stessa». A rendere quasi routinarie operazioni che non lo sono affatto, dato che basta un connettore o una guarnizione difettosa per far fallire una missione, sono persone come Rosa Sapone, responsabile dell'ingegneria dei sistemi aerospaziali. Per quarantacinque minuti mi racconta come la sua squadra riesca a tenere l'inventario di ogni singolo bullone della Iss e a gestire eventuali guasti ed emergenze.

La quantità di variabili di cui tenere conto è vertiginosa, in termini di spazio (i mezzi che salgono verso la Iss sono diversi, non c'è solo Cygnus), di tempo (il lancio di un pezzo per un esperimento viene pianificato circa un anno prima, un pezzo di ricambio può dover essere caricato all'ultimo istante), di interlocutori (pubblici e privati, di qualsiasi nazione), di precisione (ogni pezzo, entrato e uscito dalla Iss, deve essere certificato, e lo stoccaggio deve permettere agli astronauti di trovare tutto nel minor tempo possibile).

«È grazie al lavoro di oltre cento persone a Terra, contando solo i controllori di volo, a cui si aggiungono tutti gli ingegneri, i tecnici e gli scienziati, se sei uomini dalle capacità comunque straordinarie possono vivere nello Spazio e sfruttare al massimo ogni singolo minuto della loro permanenza lassù», chiosa Rosa Sapone, ma questa è la conclusione di qualsiasi discorso mi abbia fatto qualsiasi persona che io abbia incontrato qui, e sono molte di più di quante ne compaiano. Lo Spazio è un grande luogo di cooperazione, senza confini. Per definizione, verrebbe da dire, ma è bello riconoscere che sia così anche nella pratica.

IL NOSTRO REPORTAGE
Le immagini che illustrano questo servizio e quelli che seguono sono state realizzate da Alessandro Albert per IL all'interno di Altec e della sede torinese di Thales Alenia Space. Albert, classe 1965, torinese, autodidatta, «fotografa tutto quello che gli capita ma è specializzato nei ritratti, non ama i progetti a lungo termine e lo stile fotografico inteso come routine». Suoi servizi sono apparsi, tra gli altri, su Financial Times, Times, Wired e Forbes.

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