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Verso il voto: esiste un populismo di sinistra in Europa?

di Alberto Magnani


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Il leader di Podemos, Pablo Iglesias (Epa)

4' di lettura

Quando ha battezzato la sua «internazionale populista» per le Europee, con un evento all’Hotel Gallia di Milano, Matteo Salvini ha voluto mettere in chiaro un concetto: «Sono solo un portavoce». Un momento di understatement per ribadire il suo ruolo di federatore in un neo-partito, Alleanza europea dei popoli e delle nazioni, che cerca di fare sintesi fra le varie forze della destra radicale in Europa. Ora Salvini dovrà misurarsi con il peso numerico di un cartello che dovrebbe restare ben al di sotto dei 100 seggi, senza contare i vari rischi di collisione su questioni economiche e rapporti internazionali: nello stesso gruppo devono convivere i tedeschi filo-austerity di Alternativa per la Germania e l’euroscetticismo riottoso del Raggruppamento nazionale di Marine Le Pen, le pretese di «ridistribuzione» dei migranti del Sud Europa e la chiusura ermetica di tutte le forze del Nord.

Ma intanto ha messo sotto chiave una sigla capace di correre unita al voto per l’Eurocamera, raggruppando il populismo di destra sotto a un’etichetta elettorale. Uno sviluppo che manca, del tutto, all’estremo opposto dell’arco dell’Europarlamento: il populismo «di sinistra», variante progressista dei movimenti anti-élite che sfondano a destra, non si è costituito in una forza ad hoc per le elezioni del 2019. Anche se la domanda, per alcuni osservatori, va anche più nel profondo: esiste davvero un populismo di sinistra, o addirittura il populismo?

La frammentazione delle forze di sinistra in Europa
In realtà non è così ostico fare una cernita delle forze che si collocano a sinistra nell’Eurocamera. La famiglia di rappresentanza è quella della Sinistra unitaria europea-Sinistra verde nordica, sigla che fa da raccordo a tutte le sigle progressiste che non si riconoscono nella linea «accomodante» del Partito dei socialisti e democratici europei. Oggi il gruppo conta su 52 seggi, distribuiti anche fra partiti che sono stati catalogati come espressione del populismo di sinistra: i tedeschi della Die Linke (7 deputati), gli spagnoli di Podemos di Pablo Iglesias (5 deputati), i greci di Syriza (3 deputati) la France Insoumise di Jean-Luc Melenchon (2 deputati). Senza dimenticare anche il più istituzionale gruppo dei socialisti ospita, al suo interno, una sigla che oggi può avvicinarsi ai parametri di un populismi di sinistra: il Partito laburista di Jeremy Corbyn, oggi forte di 19 eurodeputati a Bruxelles e di una base di 540mila iscritti che lo classifica fra i pesi massimi della sinistra in Europa. La loro presenza sarebbe dovuta venire meno con la Brexit, ma il tira e molla del governo May con la Ue sta rendendo sempre più verosimile un voto inglese all’Eurocamera. Con prospettive di crescita notevoli proprio per il Labour, galvanizzato dal tracollo di fiducia per i conservatori e la popolarità di Corbyn.

Insomma: una famiglia della sinistra esiste già e i numeri non sono così dissimili da quelli della «Alleanza» delle destre presentata in pompa magna da Salvini, attualmente avviata a guadagnare fra i 60 e i 70 seggi a maggio. Ma allora perché si parla ostinatamente di un’internazionale di nazionalisti e non ci sono progetti univoci su un’internazionale di sinistra, concetto tra l’altro meno contradditorio di quello di una fusione europea di partiti antieuropei? Gianfranco Baldini, professore di Scienze politiche all’Università di Bologna, spiega che un eventuale cartello dei «populisti di sinistra» sconterebbe una fragilità congenita: il radicamento nazionale delle varie forze e l’assenza di un «nemico comune», il collante che amalgama partiti diversissimi sulla sponda destra dell’Eurocamera. Le destre europee, oggi, «hanno facili nemici comuni attorno ai quali, anche solo demagogicamente, unirsi. pensiamo all'Islam o ai rifugiati», spiega Andrea Mammone, storico dell’Europa in cattedra alla Royal Holloway, University of London. «Le sinistre - prosegue Mammone - hanno valori opposti, ragionano su scala più cosmopolita e su altri temi che, in Europa continentale, hanno un appeal elettorale ben minore. Mancano poi figure di riferimento – quello che poteva essere Corbyn, un grande federatore».

L’assenza di un leader forte e il caso dei Cinque stelle Proprio il «deficit» di leadership riesce a essere, a un tempo, una debolezza cronica della sinistra e un punto di solidità della destra nazionalista. Nel secondo caso, è indicativa la convergenza su Salvini come coordinatore di una forza che cerca di pescare fra quattro partiti diversi (Europa delle nazioni e delle libertà, Europa delle libertà e della democrazia diretta, Conservatori e riformisti e, sia pure con scarso successo, Partito popolare europeo). «Nel populismo di destra ci si affida a parole chiave come nazionalismo e recupero della sovranità, oltre al culto della leadership forte - spiega Gianfranco Baldini, professore di Scienza politica all’Università di Bologna - A sinistra mancano questi elementi di “raccordo”. E anche il dissenso verso l’Europa “neoliberista” è già stato presidiato dalla destra». Quello che resta difficile da decifrare, almeno con i vecchi schemi, è il caso dei Cinque stelle. Nella polemica politica, il partito di Di Maio viene “accusato” di essere di populismo di destra da sinistra e di populismo di sinistra da destra. Nei fatti, come aveva rilevato il Sole 24 Ore, il suo programma attinge da entrambi gli schieramenti, mentre i suoi vertici hanno dato prova di una certa attitudine al «mimetismo»: l’abitudine ad adeguarsi a seconda dell’interlocutore, smussando le proprie linee programmatiche per favorire il compromesso. Ne è un esempio il dialogo avviato con i gilet gialli nonostante la propria vena ambientalista, l’appartenenza alla stessa famiglia politica delle forze di destra Alternativa per la Germania e Ukip in Europa o, appunto, la stessa alleanza di governo con la Lega in Italia. Secondo Mammome, siamo di fronte a un «una possibile forza peronista “in embrione”, ovvero un movimento capace di cambiare pelle - dice - Oggi tuttavia le spinte interne vanno verso una destra estrema e demagogica, e, infatti, legittimano l'operato della Lega».

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