CONTI PUBBLICI 

Vertice Gentiloni-Padoan: «No a manovre estemporanee». Possibili misure ad aprile

di Marco Rogari e Gianni Trovati

Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan (LaPresse)

3' di lettura

Nessuna manovra «estemporanea», ma nemmeno un «no» secco all’Europa. Suona così la linea tracciata dal governo nell’incontro di ieri sera a Palazzo Chigi fra il presidente del consiglio Paolo Gentiloni e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan per definire i binari della risposta da inviare entro domani a Bruxelles per rispondere alla richiesta di aggiustamento dei nostri conti pubblici.

Gentiloni e Padoan, in perfetta sintonia come ci tengono a precisare fonti di governo, confermano insomma l’intenzione di Roma di imboccare il sentiero stretto che conduce a evitare la procedura per debito eccessivo senza però ricorrere a un correttivo immediato ed «estemporaneo». L’orizzonte rimane quindi quello del Def di aprile, quando si farà il punto sulle strategie di politica economica di lungo periodo e si deciderà quali mosse mettere in cantiere per il 2018 e quale anticipo servire per quest’anno. Sempre che questa prospettiva sia sufficiente a cancellare il rischio di procedura d’infrazione. Anche nella commissione, come ha sottolineato ieri il commissario Ue agli affari economici Pierre Moscovici, l’obiettivo del «dialogo con Padoan» è quello di trovare «una posizione comune, accordando nel caso dell’Italia la flessibilità necessaria come abbiamo fatto per i fondi strutturali, gli investimenti, i rifugiati e i terremoti». Ma «la cifra dell’aggiustamento chiesto a Roma «è sul tavolo» e «non ci sono elementi nuovi» in grado di ridurla.

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Nel ventaglio delle ipotesi tecniche elaborate dal governo viene di fatto escluso qualsiasi aumento di tasse come il ritocco dell’Iva, ipotesi contro la quale ancora ieri ha tuonato l’ex premier Matteo Renzi. Ma rimangono sul tavolo gli strumenti che potrebbero essere presentati come lotta all’evasione e all’erosione fiscale. Tra questi spicca l’ampliamento del reverse charge: la misura era già tentata da Roma e bocciata dalla Ue nel 2015 per quel che riguarda la grande distribuzione, ma i tecnici sono al lavoro su più di un settore. Da qui potrebbero arrivare fra gli 800 milioni e il miliardo, mentre qualche altro centinaio di milioni sarebbe da ricercare nelle pieghe del bilancio con interventi sulla spesa. Anche in questo caso, si tratterebbe di un anticipo di misure successive. È improbabile, però, che i dettagli trovino spazio nella lettera alla Ue, in cui Roma risponderà punto per punto ai rilievi mossi da Bruxelles a cominciare da quello sul debito, richiamando anche i «fattori rilevanti» (bassa crescita, deflazione eccetera) che giustificano lo scostamento dai target, ma si limiterà a un’indicazione di strategia sulle mosse successive. Strategia che Padoan tornerà a ribadire giovedì in Senato.

La cassetta degli attrezzi studiata a Roma permetterebbe comunque di gestire un aggiustamento da almeno un decimale di Pil, anche perché il governo non nega in toto la possibilità di un aggiustamento ma punta a limitarne sia il peso sia l’urgenza. Nel dibattito fra governo e commissione rimane infatti in campo la variabile legata alle «spese aggiuntive per il terremoto», richiamate ancora ieri da fonti governative, che di fatto potrebbero contribuire ad accorciare la distanza con le richieste europee.

Ma il fastidio evocato nei giorni scorsi anche dal premier Paolo Gentiloni per le «manovre correttive» si fa di giorno in giorno più intenso nella politica italiana che sembra avvicinarsi spedita alle elezioni. Sul tema torna con decisione anche Renzi, in un nuovo post del suo blog in cui spiega che l’aumento Iva del settembre 2013 «era prima del nostro arrivo, e quella volta deve restare l’ultima». Non solo: la sconfitta al referendum e le traversie politiche che ne sono scaturite non sembrano aver cambiato l’agenda economica del segretario Pd, che promette di «riprendere il ragionamento sull’Irpef, e non solo su quella, se dopo le elezioni torneremo al governo».

Ma oltre che dal risultato delle urne, le misure fiscali della prossima manovra dipendono da un altro balletto sui decimali, quello della crescita effettiva che rimane al centro della strategia dichiarata del governo. L’obiettivo scritto dal governo nella manovra è l’1%, ma sul punto arrivano i primi dubbi dall’Ufficio parlamentare del bilancio (Upb). Secondo l’Authority dei conti, per centrare il risultato occorrerà un’accelerazione della crescita, con aumenti medi dello 0,4% del Pil a partire da aprile dopo un primo trimestre che sembra orientarsi intorno a un pallido +0,1%. Si tratta al momento solo di stime congiunturali, ma poggiano su una dinamica del IV trimestre 2016 che potrebbe chiudere l’anno a +0,9 per cento.

Sulla continua incertezza delle regole Ue, intanto, sempre ieri è arrivata la critica del Fondo monetario internazionale, che chiede di introdurre un sistema di incentivi per chi rispetta le regole e di sanzioni «graduali e proporzionali» per chi le viola. La critica del Fondo punta però dritta anche sull’Italia, «tipico esempio di Paese con un alto rapporto tra debito pubblico e Pil».

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