IL difficile VERTICE DI PALERMO

Vertice Libia, stretta di mano tra i «nemici» Haftar e Serraj. Ma la Turchia abbandona

di Roberto Bongiorni


Libia, si cerca compromesso per Paese

4' di lettura

DAL NOSTRO INVIATO. PALERMO
Si sono stretti la mano. Ma lo avevano già fatto sei mesi fa a Parigi, durante l’ultima conferenza voluta dal presidente francese Emmanuel Macron. E poi le buone intenzioni – mai messe giù per iscritto - non sono state seguite da fatti. Tutt’altro. Poco mancava che una coalizione di milizie antigovernative facesse cadere il Governo libico sostenuto dall’Onu. Fayez al-Serraj, il premier del Governo libico di accordo nazionale (Gna) e Khalifa Haftar , il potente generale che controlla la Cirenaica, sono ancora distanti su molti argomenti.

E comunque, al di là dei sorrisi di facciata, le tensioni sono tangibili. Lo si coglie innanzitutto dall’abbandono del vertice da parte della Turchia, paese che sostiene il governo di Tripoli, antagonista di Haftar («profondamente delusi», ha detto il vicepresidente turco Fuat Oktay) e anche da piccoli segnali, come la foto di gruppo a Villa Igiea. Vi erano tutti, presidenti, primi ministri e rappresentanti di oltre 30 Paesi, i vertici dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite. Ma non lui, non Haftar. Il fatto che poi il generale abbia precisato di essere venuto a Palermo per incontri bilaterali, ma non per partecipare alla Conferenza, evidenzia come gli attriti con gli esponenti del Gna vicini alla Fratellanza musulmana, presenti a Palermo, siano ancora molto alti.

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Parlare di grande successo della conferenza sulla Libia organizzata dal Governo italiano è ancora prematuro. Anzi probabilmente azzardato, considerando che nessuno finora, né le Nazioni Unite, né potenze regionali o mondiali di loro iniziativa, negli ultimi cinque anni sono riuscite a stabilizzare l’ex regno di Muammar Gheddafi. Il fatto che in quest’occasione vi fossero così tanti capi di stato, ministri degli esteri e di Governo degli Stati coinvolti, direttamente e non, nella transizione della Libia è comunque incoraggiante. Non capita tutti i giorni di vedere il premier algerino a fianco del presidente tunisino, del presidente egiziano e dei leader di Ciad e Niger, e di molti altri Paesi. Senza contare la delegazione, di altissimo livello, della Russia, che pare voler approfittare del disinteresse mostrato dagli Stati Uniti verso il Nord Africa.

Le intenzioni di Haftar appaiono meno bellicose rispetto a quelle di due mesi fa. Il portavoce di Palazzo Chigi, Rocco Casalino, ha riferito che si sarebbe espresso così parlando del suo rivale Serraj e delle possibili elezioni: «Non si cambia cavallo in mezzo al guado». Il guado, naturalmente, è il periodo che corre da oggi alle attese elezioni – presidenziali e parlamentari – che dovranno disegnare l’assetto della nuova Libia. Il presidente francese Emmanuel Macron le voleva il 10 dicembre. Ma alla fine ha dovuto prendere atto che non era possibile.

Perfino qui, a Palermo, sei mesi dopo Parigi, parlare di elezioni è prematuro. Anche perché organizzare elezioni senza istituzioni rischia di peggiorare la situazione. E le istituzioni per ora non funzionano. E comunque mancano di rappresentatività. Un trasferimento del potere necessita peraltro di un contesto istituzionale coerente e ordinato che garantisca un suo svolgimento pacifico. È inoltre fondamentale un quadro di legalità in cui siano delineati con precisione i poteri, le responsabilità, le regole dei futuri governanti. Non si può peraltro prescindere da un genuino impegno da parte di tutti gli attori coinvolti ad accettare i risultati che usciranno dalla urne.

In questa direzione sarà importantissima la Conferenza nazionale, preferibilmente da tenersi tra le varie anime del Paese, incluse municipalità e milizie che non hanno partecipato a questo appuntamento. In quell’occasione i libici saranno chiamati a decidere se proseguire il piano disegnato dal rappresentante dell’Onu per la Libia.

Il premier italiano Giuseppe Conte ha comunque evidenziato il piano italiano; fare in modo che siano i libici a decidere il loro destino, e fare il possibile affinché si crei il clima per organizzare le elezioni già in primavera. «Abbiamo voluto farci promotori di questa iniziativa nel pieno rispetto della ownership libica del processo. Le soluzioni non possono essere imposte dall’esterno. Il contributo della comunità internazionale deve rispettare vivamente la sovranità libica evitando indebite interferenze. Spetta al popolo libico e ai suoi rappresentanti scegliere i tempi e le modalità con cui prendere le decisioni fondamentali per il futuro del Paese», ha dichiarato il premier italiano nel suo discorso durante la sessione plenaria della Conferenza. «Non abbiamo, lo voglio chiarire, mai avuto la pretesa di fornire, attraverso questa Conferenza, la soluzione alla crisi libica». Nessuna bacchetta magica, quindi, bensì un’occasione di incontro e riflessione condivisa e di auspicabile sviluppo costruttivo.

Francesi e italiani sono accomunati dal desiderio di avviare un processo democratico trasparente e credibile in Libia. Hanno lavorato insieme in questa circostanza. Ma le divisioni tra l’Eliseo e Palazzo Chigi in merito al modo di raggiungere questo obiettivo restano ancora ampie. Quasi volesse ridimensionare il successo italiano e rivendicare il contributo francese, il ministro francese degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, ha sottolineato: «Abbiamo confermato e precisato gli impegni che erano stati presi a Parigi a maggio su invito del presidente Macron».

Pur orfana della presenza del presidente francese, del cancelliere tedesca, e anche del segretario di Stato americano (gli invitati più importanti che hanno deciso di non partecipare direttamente), la Conferenza di Palermo rappresenta comunque un passo in più nel cammino verso la stabilizzazione della Libia. Ma anche in questa occasione non erano rappresentate tutte le anime della Libia. Per esempio, la componente gheddafiana, fondamentale perché ancora molto influente, era quasi assente. Mentre non vi era nemmeno un rappresentante del forum generale delle Tribù (come, per esempio, il segretario generale), una parte imprescindibile se si vuole arrivare a una stabilizzazione reale. Solo il tempo ci dirà se siamo all’inizio o a metà del guado. La sensazione è che non siamo alla fine.

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