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Vetri con la V maiuscola

di Luca Massimo Barbero

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Ettore Sottsass: il vetro


4' di lettura

«Nella mia vita ho sempre cercato di disegnare oggetti che stessero fermi e che in qualche modo costringessero a una forma di consapevolezza della loro presenza, tant’è che ho avuto l’idea di mettere un basamento a qualunque cosa». Sottsass, architetto e pittore, enuncia sin dagli esordi l’importanza di come porsi di fronte a un oggetto. È in questa traccia indelebile della sua poetica che si inserisce dapprima fievolmente, e via via sempre più ricco, il fluire del vetro. A quest’unico aspetto della sua vasta produzione è dedicata la mostra Ettore Sottsass: il vetro che apre domani a Venezia, rivelando per la prima volta un Sottsass inedito. La prima creazione avviene come per caso, una sorta di inciampo nella corrente del tempo. È il 1947 e Sottsass realizza il suo primo vetro, un vaso a forma sferica lavorato a reticello, che viene probabilmente presentato alla VIII Triennale di Milano e pubblicato su Domus nel 1953. Questo primo oggetto è seguito, come per distrazione, da alcuni vetri incisi, realizzati per S.A.L.I.R. nel 1948 e presenti alla Biennale dello stesso anno, quasi a sancire un congedo dal vetro per quasi un decennio. È infatti solo nel 1974 che Sottsass riprende a “fare vetro”: disegna circa trenta vasi per Luciano Vistosi, ma solo dieci vengono messi in produzione perché gli altri, ammette, «non si potevano fare». Dà così inizio a una sfida nei confronti della “natura del vetro” e delle sue possibilità che negli anni andrà ad approfondire, rispetto a una realtà – Murano - dove era stato solo due volte. Il passaggio del disegno è per Sottsass un momento fondante della creazione, al punto da dichiarare che «alla fine resta che i disegni appartengono a me e gli oggetti li hanno fatti loro», ovvero i maestri vetrai per i quali ha una profonda ammirazione. Già in questa prima serie per Vistosi è centrale il ruolo del basamento, sia come componente fisica dell’oggetto sia per valenza concettuale: gli assicura stabilità in un’immanenza così evidente da farne un ironico anti-monumento. Nel 1976 Vittorio Gregotti invita Sottsass a presentare il suo lavoro in una mostra personale a latere della Biennale di Venezia, occasione per fare il punto sulle sue modalità creative e progettuali ormai giunte a maturazione. Con la creazione del gruppo Memphis, nel 1981, Sottsass scrive una pagina importante del design internazionale e segna il quotidiano con un “cattivo gusto” che non teme di inclinare i piani e accostare materiali e colori distanti. In questo spirito i Memphis approdano alla Toso Vetri d’Arte di Murano per realizzare una collezione di vasi come mai si erano visti; è il 1982 e la prima serie ha forme semplici, ben distinte dal colore, e quasi aggredite da ganci, segmenti, serpentine, anse improbabili e vitali. È nelle possibilità otticamente infinite del colore, dalla compenetrazione alla sua capacità di mutazione, che sembra risiedere il nuovo interesse di Sottsass in questo materiale. Nel 1986 torna a Murano e scompagina la regola secolare del vetro imponendo ai maestri l’impiego della colla chimica a dispetto dell’antica tecnica dell’incollatura a caldo. Vetri come Clesitera, Maya o Efira sono mirabili soluzioni di esecuzione e montaggio, in un’articolazione complessa tra basamento, elemento portante e decoro. Negli anni Novanta Sottsass sperimenta l’abbinamento con materiali come legno, metallo e marmo: lo si vede nella serie Rovine – creata nel 1992 con la Compagnia Vetraria Muranese – ma soprattutto con i Big and small works, oggetti realizzati per la galleria Mourmans nel 1994, i cui elementi in vetro – soffiati alla Venini - s’incastrano in massicci basamenti in marmo. La summa raggiunta da Sottsass in quegli anni è evidente anche in una serie di vasi-scultura disegnati per la galleria Bruno Bischofberger, sintesi straordinaria di un nuovo modo di concepire l’oggetto in vetro, ritornando alle forme delle origini, abbattendone i limiti e individuandone nuove possibili simbologie. Albero del sottosuolo, Buco nero, 5 Betili, Cosmogonia... vivono di doppi corpi soffiati, inclusi uno nell'altro. Il 1994 è anche l’anno di una capitale retrospettiva al Pompidou di Parigi seguita dall’invito del direttore della Manufacture nationale de Sèvres a misurarsi con la ceramica, materiale amato da Sottsass che per la prima volta qui abbina al vetro muranese. Ripropone la stessa soluzione in una serie di vasi, disegnati nel 2000 a Filicudi, ma realizzati per il marchio SHORT STORIES solo tre anni più tardi. L’intenzione di Sottsass di «fare vetro con la V maiuscola» prende letteralmente forma nei vasi creati al CIRVA a Marsiglia: il centro sperimentale del vetro francese lo accoglie nel 1999 per realizzare oggetti distanti dal mercato, come la serie dei Lingam e degli Xiangzheng in cui contenitore e contenuto coincidono con un gioco di penetrazioni e decorazioni esterne, incollate a caldo o appese con filo metallico. Un equilibrio instabile e una propensione al “gigantismo” che presenta anche il Vaso anneaux, costituito da venti dischi tubolari in vetro - soffiato alla Cenedese a Murano – inanellati su un cilindro in metallo per un’altezza totale di oltre novanta centimetri. Sottsass si appoggia alla stessa vetreria anche per l’imponente incarico della Millennium House di Doha: una sontuosa villa immaginata dello sceicco Saoud Al-Thani come una dimora dell’arte; un progetto di Arata Isozaki che prevedeva la partecipazione di Achille Castiglioni per la palestra, David Hockney per la piscina e Ron Arad per l’area living. A Sottsass il compito di risolvere lo spazio della living room con ventidue sculture di vetro dalle forme inattese, dagli elementi inclinati, quando non sospesi, in una foresta cromatica nella quale ogni scultura – fissata a saldi basamenti in marmo – diviene presenza. Come sono presenze, misteriose quanto ironiche, le Kachina, sculture disegnate nel 2004 e realizzate due anni più tardi di nuovo al CIRVA: ispirato dalle omonime bambole votive appartenenti alla cultura degli indiani d’America, Sottsass crea venti idoli pagani, feticci di vetro – con talvolta dei dettagli in corian – dall’immediata sensorialità. Nell’ultima serie, i New works (2006), Sottsass sembra riassumere il suo percorso nel vetro: la vivacità cromatica, la penetrazione delle forme, l’equilibrismo degli elementi decorativi appesi con corde e fili metallici lasciati volutamente in esubero... complesse sculture dunque, o meglio, come egli stesso dichiara, «un misto che non si capisce bene…la situazione è ambigua». Senza trascurare il fatto che, «il vetro però è una bella materia, è affascinante e misterioso, nei colori, nelle possibilità di sovrapposizione... ti vien voglia di fare ancora vetri».

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