DANIMARCA, REGINA DIGITALE D'EUROPA/1

«Vi racconto perché abbiamo mandato in Silicon Valley i nuovi ambasciatori dell’hi-tech»

di Enrico Marro


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4' di lettura

Non pensate alla Gran Bretagna del Fintech, né tantomeno alla Germania prima potenza industriale del Vecchio Continente. La nazione più digitale d’Europa è la piccola Danimarca, stando al famoso Digital Economy and Society Index (Desi), l'indice redatto ogni anno dalla Commissione europea per misurare il grado di evoluzione tecnologica dei Paesi dell’Unione. Il “Desi” è costruito su cinque diversi indicatori: connettività (la diffusione e il prezzo della banda larga, sia fissa che mobile), capitale umano (istruzione tecnologica di alto livello), utilizzo di internet da parte dei cittadini (per comunicare e per le transazioni economiche), integrazione delle tecnologie digitali (nel mondo imprenditoriale) e servizi pubblici digitali (l'e-government).

Nella speciale classifica le sorprese non mancano. La Danimarca regna da anni incontrastata al primo posto, seguita dalla Finlandia, dalla Svezia degli “unicorni” hi-tech come Skype e Spotify e dai Paesi Bassi. La Gran Bretagna del Fintech è solo settima, a conferma di una digitalizzazione non così eccezionale se si esce dall’orticello della finanza, l’Irlanda adorata dai big della Silicon Valley ottava. La Germania, centro industriale d’Europa, si trova addirittura all’undicesimo posto, superata da Belgio e Austria, mostrando un preoccupante ritardo sulle infrastrutture digitali.

Sull’Italia, seconda potenza industriale europea, è meglio stendere un velo pietoso: secondo il Desi si ritrova in quartultima posizione, al venticinquesimo posto davanti a Grecia, Romania e Bulgaria, a mangiare la polvere di gran parte dell’Europa orientale, Ungheria e Polonia comprese. Inutile fare paragoni con Spagna e Portogallo (rispettivamente al 14° e 15° posto), in fatto di digitale ci ritroviamo in zona retrocessione assieme alle nazioni più povere e arretrate dell’Unione.

Ma torniamo al vertice della classifica: come ha fatto la piccola Danimarca a diventare la regina europea del digitale? Dall’attrazione di investimenti esteri alla formazione superiore, passando per una nuova struttura diplomatica connessa a Silicon Valley e Cina: il Sole 24 Ore ha fatto un viaggio alla scoperta della Danimarca hi-tech e di cosa potrebbe imparare l’Italia dalle best practices scandinave.
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Tutto è iniziato due anni fa, racconta Nikolaj Waedegaard, 37 anni, responsabile della sede di Copenaghen della struttura di Tech Ambassador danesi, dal suo piccolo ufficio all’interno del ministero degli Esteri, un moderno palazzo che si specchia nei canali del coloratissimo quartiere di Christianshavn. «Lavoravo da dieci anni come diplomatico, con passati incarichi in Afghanistan, in Africa e a Washington, e rientrato a Copenaghen sono stato convocato assieme ad altri sette giovani colleghi per un compito ai confini della fantascienza: provare a immaginare la diplomazia del futuro».

Immaginare la struttura diplomatica che dovrà gestire la transizione della piccola monarchia scandinava nella quarta rivoluzione industriale, fatta di intelligenza artificiale, machine learning, Internet delle cose e cybersicurezza: nuove tecnologie già presenti nella vita di tutti i giorni e che stanno mutando profondamente la società civile in cui viviamo, oltre che i rapporti tra le nazioni.

Si trattava di una vera startup, insomma, messa in piedi da un gruppo di giovani non in un garage della California bensì nell’austero palazzo del ministero degli Esteri del Regno di Danimarca. Dal lavoro degli otto diplomatici è nato un progetto preciso e articolato che, a differenza di quello che sarebbe presumibilmente accaduto in Italia, non è finito a prendere polvere in un cassetto ma è stato realizzato in appena sei mesi.

Nel gennaio 2017 così la Danimarca annuncia, prima al mondo, il varo di una nuova struttura diplomatica parallela a quella già esistente, la cosiddetta “TechPlomacy”, destinandole risorse non indifferenti e aprendo due rappresentanze dedicate, una a Palo Alto, nel cuore della Silicon Valley, e l’altra a Pechino. «La nostra TechPlomacy vuole ridisegnare il modo in cui “pensare” e “fare” attività diplomatica nel terzo millennio - riassume Waedegaard - creando nuove strade per un dialogo internazionale, in particolare con gli hub tecnologici mondiali».

La struttura, guidata dal tech ambassador Casper Klynge, rappresenta in pratica la punta di diamante di una politica estera che eleva la tecnologia a priorità strategica nazionale, declinandola su diversi piani: export, investimenti, sinergie, sicurezza informatica e tanto altro. Non è un caso che a “inventarla” sia stato un Paese che ospita aziende come Microsoft (con il maggior centro di R&S europeo, a nord di Copenaghen), Google, Ibm, Intel, Samsung, Uber, eBay e l’ultima arrivata Amazon.

Colossi tecnologici approdati in Danimarca non sull’onda degli enormi incentivi fiscali così di moda all’interno della Ue, o per incassare i fondi Ue destinati alle regioni più arretrate d’Europa, ma grazie al particolare ecosistema innovativo del piccolo Regno, fatto di capitale umano, stabilità e fiducia.

In fondo lo spirito dei Tech Ambassador danesi non è soltanto quello di servire il loro Paese. In filigrana possiamo intravedere lo slancio della “lettera di Copenaghen”, il famoso manifesto scritto nel settembre scorso proprio nella città più felice del mondo da 150 personalità di spicco dell’imprenditoria, del design, della filosofia, della politica e del digitale. Tutti alla ricerca di un umanesimo della tecnologia, di una dimensione di sviluppo che non sia solo legata al business o alla crescita economica.

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