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Via crescita e riforme: nel nuovo Pd vincono lotta alle diseguaglianze e Stato regolatore

Il nuovo Manifesto vira a sinistra. Riformisti in rivolta, il pressing di Articolo 1. A Letta il compito della sintesi: l’ipotesi di via libera solo dopo le primarie

di Emilia Patta

4' di lettura

In cima alla lista c’è la lotta alle «disuguaglianze, povertà, discriminazioni e marginalità sociali», anzi la lotta per «l’uguaglianza di fatto», e lo strumento è il forte intervento pubblico tramite uno Stato «regolatore e innovatore». Il Pd cambia verso e vira decisamente a sinistra, almeno a scorrere la bozza del nuovo Manifesto dei valori che dovrebbe sostituire il Manifesto veltroniano del 2008 e di cui discuterà l’assemblea nazionale del partito convocata per sabato 21 gennaio.

In cima lotta alle diseguaglianze e Stato interventista

«Siamo convinti che per riconoscere e tutelare i diritti fondamentali siano necessarie nuove modalità di intervento pubblico, che di volta in volta possa assumere forme e avvalersi di strumenti diversi. Uno Stato regolatore e innovatore è in grado di far risaltare la capacità trasformativa delle imprese e del nostro settore produttivo, correggendo ed evitando al tempo stesso i fallimenti di mercato - si legge nella bozza di documento elaborata dal Comitato costituente di 87 membri nominato dal segretario uscente Enrico Letta -. Dobbiamo lavorare per realizzare gli obiettivi di giustizia sociale, inclusione, parità di genere, uguaglianza di fatto, coesione territoriale e sostenibilità ambientale, e per farlo bisogna che il modello di sviluppo economico non sia in contrasto con essi».

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Crescita, questa sconosciuta

Niente di stravolgente, considerando che i lavori del Comitato costituente erano iniziati con l’attacco al presunto “ordoliberismo” e che gli esponenti più a sinistra avevano indicato tra gli obiettivi del nuovo Pd il superamento del sistema di produzione capitalistico. Eppure la differenza con il Manifesto del 2007 salta agli occhi. Se allora si parlava di «interdipendenza tra impresa e lavoro» e del «ruolo decisivo» delle imprese «per vincere la sfida della competitività e per rimettere il Paese sulla via della crescita», ora la parola crescita è addirittura assente. Quanto al ruolo dello Stato, che ora si vuole fortemente interventista per rimuovere le diseguaglianze, allora si sottolineava che «compito dello Stato non è interferire nelle attività economiche, ma fissare le regole per il buon funzionamento del mercato, per mantenere la concorrenza anche con politiche di liberalizzazione e per creare le condizioni di contesto e di convenienza utili a promuovere innovazione e qualità».

Sparisce la «vocazione maggioritaria»....

Certo, in questi 15 anni ne è passata di acqua sotto i ponti. Due crisi economiche, la pandemia, ora la guerra: lo Stato ha già cambiato il suo ruolo, come ha sottolineato nell’ultima assemblea dei riformisti di Libertà Eguale a Orvieto Giorgio Tonini («i 750 miliardi per il rilancio dell’economica europea del Next generation Ue verranno raccolti sui mercati con l’emissione di debito comune, garantito in solido da tutti i Paesi Ue: altro che ordoliberismo»). Ma la virata a sinistra che si vuole imprimere al Pd non riguarda solo la politica economica ma anche l’idea, la funzione del partito, e quindi il bacino elettorale di riferimento. Con il rischio che l’ansia di parlare e rappresentare “gli ultimi” allontani tutti gli altri. Sparisce così la «vocazione maggioritara» di veltroniana memoria, ossia l’ambizione di «proporsi come partito del Paese, come grande forza nazionale» e non solo di una parte, così come sparisce il riferimento alle diverse culture riformiste che allora si unirono («nel Partito democratico confluiscono grandi tradizioni, consapevoli della loro inadeguatezza, da sole, a costituire questo riferimento»).

...e con essa l’ambizione di riformare le istituzioni

E sparisce anche l’ambizione di riformare il sistema per arrivare a un bipolarismo maturo e a una democrazia decidente: se nel Manifesto veltroniano era scritto che il Pd è «un partito democratico e riformatore non solo nella sua ispirazione ideale e programmatica, ma anche in quanto attivamente impegnato a promuovere l'evoluzione e la riforma del sistema politico-istituzionale verso una democrazia competitiva, imperniata sulla sovranità del cittadino-elettore, arbitro della scelta di governo», nella bozza del Comitato costituente si fa solo cenno al «compito di difendere la Costituzione, di valorizzare la cultura antifascista da cui nasce e di impegnarci per una sua compiuta applicazione».

Letta lavora all’accordo, il nodo di Articolo 1

Certo, la bozza non è definitiva e sarà Letta in persona, coadiuvato dal leader di Articolo 1 Roberto Speranza in procinto di rientrare nel Pd dopo la scissione anti-renziana del 2017, a trarre le fila della discussione e a cercare un punto di sintesi con i quattro candidati alle primarie del 26 febbraio - ossia Stefano Bonaccini, Elly Schlein, Paola De Micheli e Gianni Cuperlo - prima dell’assemblea di sabato. L’accordo informale è che, in mancanza del via libera da parte di tutti, il nuovo Manifesto non verrà approvato in via definitiva: saranno la prossima assemblea e il prossimo segretario a farsene carico. «Non può essere un’assemblea dimissionaria a cambiare i connotati del Pd», è la tesi dei riformisti fatta propria da Bonaccini. Eppure la sinistra e i bersaniani di Articolo 1 sono sul piede di guerra e minacciano di far saltare tutto: «L’assemblea di sabato sarà dirimente - avverte Arturo Scotto, capogruppo di Articolo 1 alla Camera -. È stato cambiato lo statuto proprio per avviare la fase costituente aperta anche ai non iscritti come noi con il compito di riscrivere il Manifesto. Se ora si fa marcia indietro la nostra adesione torna in bilico».

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