la frana di savona

Viadotto A6, il pilone crollato era il più a rischio ma non era stato rinforzato

Era il più esposto a eventuali frane, il pilone della Torino-Savona travolto dai detriti e crollato domenica 24 novembre. Ma, quando si fecero i lavori al viadotto Madonna del Monte, si decise di rinforzare solo quello che ora è rimasto in piedi. Si indaga sulle responsabilità dei gestori che si sono succeduti: Autostrade e gruppo Gavio

di Maurizio Caprino


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4' di lettura

Era la più a rischio, in caso di frana. Ma l’avevano lasciata fuori dai lavori di rinforzo. La pila del viadotto Madonna del Monte che domenica 24 novembre ha ceduto sull’A6 a Savona era la più esposta ai detriti che fossero venuti già dalla montagna, come quelli che poi effettivamente l’hanno travolta. Ma era stata rinforzata solo la pila successiva, meno esposta e rimasta in piedi. Anche su questo indagano i pm di Savona.

L’indagine va avanti senza clamori. Dopo la preoccupazione delle prime ore, della vicenda ormai si parla poco. Se non per i disagi per la chiusura al traffico di un’autostrada che era un itinerario alternativo al nodo di Genova, martoriato dal crollo del Ponte Morandi e dalle chiusure dei viadotti a rischio per mancata manutenzione e report di sicurezza che si sospetta essere stati edulcorati.

Gli interessi
Si parla poco non solo perché stavolta fortunatamente non è morto nessuno. A parte quelli del gruppo Sias (Gavio), che gestisce l’A6 e continua a parlare di fatalità eccezionale e imprevedibile, ci sono anche altri interessi a togliere la vicenda dalla ribalta mediatica.

Per esempio, quelli della Regione. In Sicilia nel 2015, ai tempi della frana che fece crollare il viadotto Himera sull’A19, ci fu un rimpallo di responsabilità fra Regione e Anas su chi avesse dovuto dare controllarla e “disinnescarla”. In Liguria no.

Il presidente della Regione, Giovanni Toti, è stato finanziato in campagna elettorale proprio dai Gavio. Lo ha ricordato il M5S. Tutto lecito, ma c’è di più: Toti ha anche la responsabilità di commissario al rischio idrogeologico . Per questo, il governatore può essere accusato (anche dai Gavio) di non aver previsto il pericolo frane a Madonna del Monte.

Calcare la mano non conviene più di tanto nemmeno al governo nazionale: ora che riprende quota l’ipotesi di revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia per il crollo del Ponte Morandi, una possibile soluzione tattica per diminuire i rischi di contenzioso e “tenere buono” l’elettorato M5S è limitare il provvedimento alla sola tratta dov’è avvenuta la tragedia: la A10 tra Genova e Savona.

In questo caso, da mesi si parla della possibilità di affidare la sua gestione proprio al gruppo Sias. Che, essendo forte al Nord Ovest e avendo già la concessione per la tratta contigua della stessa A10 (Savona-Ventimiglia), sarebbe in effetti un candidato naturale. Se finisse nella bufera anche Sias, tutto si complicherebbe.

Il sospetto
Quindi, “meglio” parlare di fatalità. Anche perché non si può escludere che sia davvero andata così: la frana non era di poco conto e la sua velocità nemmeno.

Inoltre, secondo Sias, il fatto che sia crollata solo la pila direttamente investita senza coinvolgere l'altra dimostra che complessivamente la struttura ha resistito. Di per sé, quest’affermazione non è sbagliata tecnicamente.

Ma, osservando il prospetto del viadotto, emerge che la campata crollata è proprio quella sovrastante la parte più profonda del solco nel fianco della montagna. È lì che la frana tende a incanalarsi, percorrendo il fondo del solco come se fosse uno scivolo.

Guardando il viadotto di profilo, il solco appare come una sorta di V. La pila crollata entrava nel terreno vicino alla punta inferiore della V, quasi sul fondo del solco, sul quale ha corso la frana. Dunque, nella parte più a rischio che arrivassero i detriti a trovolgere tutto.

La pila rimasta in piedi ha le fondazioni sul versante opposto della V, in un punto più alto e quindi meno esposto a un’eventuale frana.

Le motivazioni
Ciò vuol dire che va capito perché chi ha deciso i rinforzi sul viadotto (presumibilmente Autostrade per l’Italia, che ha gestito l’A6 fino al 2012) sia intervenuto solo sulla pila meno esposta.

Si può ipotizzare che abbia fatto così perché quella pila era la più degradata, un po’ come gli stralli della pila 11 del Ponte Morandi, gli unici che furono rinforzati nel 1993 dalla stessa società (quando era ancora statale). Un’analogia che non può non attirare le attenzioni dei pm, spingendoli a verificare se non si trattasse di una scelta fatta al risparmio.

Ma, soprattutto, ora va capito perché Sias non abbia ravvisato potenziali pericoli in questi ultimi sette anni, nei quali ha rilevato la gestione dell’opera. Il fatto che Autostrade abbia eventualmente omesso lavori dovuti non esime chi subentra (che deve garantire capacità almeno pari di gestire opere importanti) dal verificare tutto.

COM’ERA COSTRUITO IL VIADOTTO

COM’ERA COSTRUITO IL VIADOTTO

Questo carica di responsabilità il subentrante, che prima dovrebbe rendersi conto di cosa stia acquisendo e, dopo il passaggio di consegne, deve occuparsi della gestione. Quando si fanno controlli periodici. Che tanto Autostrade quanto Sias hanno storicamente affidato a società del proprio stesso gruppo, rispettivamente Spea (ora nella bufera per le inchieste dei pm di Genova) e Sina.

Per approfondire:
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“Lavori di rinforzo parziali”. Indagini sul crollo del viadotto sulla A6

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