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Dominica, Grande Corpo del Caribe

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Dominica, Grande Corpo del Caribe

Paesaggio di Dominica (foto Eye Ubiquitous / Alamy / Milestone Media)
Paesaggio di Dominica (foto Eye Ubiquitous / Alamy / Milestone Media)

Sulla mappa della Dominica la linea del Waitukubuli National Trail è un segno lungo e contorto, una traccia che corre da nord a sud, accarezza appena le coste, si arrampica sulle pendici di vecchi vulcani, si tuffa nella foresta pluviale, passa accanto a cascate e piccoli villaggi, insegue le orme lasciate secoli fa dagli schiavi in fuga, si ferma nella riserva di un popolo dimenticato.

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Eppure, a guardar bene questo sentiero, tornato a essere interamente percorribile soltanto da qualche mese, si ha la sensazione che il cartografo abbia fatto un errore. Sembra impossibile che una via lunga 185 chilometri possa stare tutta dentro un'isola che ne misura appena 47 di lunghezza e 26 di larghezza. Ma la Dominica è l'isola degli eccessi: l'80 per cento del territorio coperto da una giungla primordiale e impenetrabile, che persino i colonizzatori rinunciarono a coltivare, più di 200 corsi d'acqua, innumerevoli cascate, 160 specie di uccelli tra cui il sisserou, simbolo nazionale che, con il suo metro e mezzo di statura, è il più grande pappagallo amazzonico.

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E poi il monte più alto di tutte le Antilleil Diablotins, che tocca quota 1450 metri – e gli ultimi Caribi, gli abitanti originari delle Antille, completamente sterminati altrove. Loro, che la Dominica fosse unica, l'hanno sempre saputo; perciò la chiamano Waitukubuli che significa "Grande è il suo Corpo", nome purtroppo quasi dimenticato dopo che un Cristoforo Colombo ormai stanco di terre nuove la ribattezzò Dominica, dal giorno della sua scoperta: la prima domenica di novembre del 1493.

TREKKING TRA LE RISERVE NATURALI
Il posto giusto per un sentiero così impegnativo e sorprendente, noto come la Grande Randonnée dei Caraibi e inserito dalla Lonely Planet nella lista dei trekking lunghi più belli del mondo insieme al tour dell'Himalaya in Nepal, al Bibbulmun Track in Australia e all'europea Via Francigena. Diviso in dodici tappe, occorrono almeno 8 giorni e circa 75 ore di cammino per completarlo e percorrere l'isola da nord a sud, perdendosi nelle sue riserve naturali, scalando le sue cime e sfiorando la costa agli estremi e lungo il litorale orientale, dove il mare è più selvaggio. Ma basta farne anche soltanto un pezzetto, perché il Grande Corpo della più misteriosa delle Antille ritrovi tutta la sua magia. Come il tratto che attraversa la Northern Forest Reserve e si arrampica sulla cima del Morne Diablotins: quasi 9000 ettari di foresta, dapprima alta con gli alberi del pane che si contendono il poco spazio con i bambù, le palme, i giganteschi alberi della gomma e la vegetazione tropicale, poi più bassa, mano a mano che si avvicina la cima e lo sguardo si apre un varco fino al mare. È qui che hanno trovato rifugio le tante specie di pappagalli della Dominica.

Un paesaggio che pare ammorbidirsi quando si riguadagna la costa, tra Bataka e Castle Bruce, tra bananeti ed eliconie, nel territorio della riserva abitata dai Kalinagos, gli ultimi indios Caribi. A tratti appaiono ancora le antiche piste tracciate dai maroons, gli schiavi neri in fuga dalle piantagioni della Martinica e della Repubblica Dominicana che si davano alla macchia nell'entroterra dell'isola. A Salybia, il centro più grande della riserva, la tregua finisce. Qui la costa si getta tra le onde furiose dell'oceano creando una gigantesca scala di roccia nera, l'Escalier Tête Chien, una colata lavica che per i Caribi è l'incarnazione di un boa constrictor, potente abbraccio tra terra e mare. Lasciate le falesie costiere si riguadagna l'entroterra per seguire il più spettacolare frammento del Waitukubuli National Trail, quello attraverso il Morne Trois Pitons National Park: 1800 ettari dove la foresta è un muro spesso e umido che persino la luce accecante dei Tropici fatica a violare, dove le mangrovie confondono acqua e terra sbarrando il passo, dove la vegetazione si apre per far posto a vertiginose cascate e laghi insospettati. Il più scenografico è l'Emerald Pool, uno stagno colore dello smeraldo alimentato da una cascata alta 12 metri, situato all'estremità settentrionale del parco.

LAGHI BOLLENTI E FORESTE DI CORALLO NERO
A est, invece, ci sono le Trafalgar Falls, un insieme di cascate ora dal salto imponente che precipita per 60 metri, ora più ampie e meno violente che si allargano in placide pozze dove è possibile fare il bagno. Qui vicino si trova il Papillote Wilderness Retreat, un piccolo ecoresort dove tutto è un inno alla natura: il giardino con oltre cento specie di fiori e alberi tropicali creato dalla proprietaria Anne Grey Baptiste, naturalista americana che vive in Dominica, le camere con i pavimenti in legno, i letti con le trapunte cucite da una cooperativa di donne locali, la doccia alimentata dalle sorgenti calde delle montagne. Il Papillote è anche un ottimo punto di partenza per una delle escursioni più belle del parco nazionale, quella al Boiling Lake, il secondo lago bollente del mondo (il più grande è in Nuova Zelanda). Il sentiero che lo raggiunge è un preludio al drammatico paesaggio del lago: una vallata disseminata di pietre e lava, scura e desolata, dove a tratti la terra sputa vapore, scossa da sorgenti sulfuree e fumarole, memoria di un'eruzione antica e mai sopita. Poi la strada si fa ripida, costeggia stretti crinali, si riempie di fango. Alla fine il Boiling Lake sembra l'anticamera dell'inferno: una pozza buia larga 63 metri dove l'acqua spessa bolle e fuma, butta fuori gas e lava e ha l'odore acre dello zolfo.

Se le acque dell'entroterra sono violente e regalano immagini impressionanti, il mare di Dominica non è da meno. La natura selvaggia dell'isola non cambia sotto la superficie dell'oceano e tra pareti a picco, vulcani sommersi, caverne e foreste di corallo offre alcuni dei più bei siti per immersioni di tutti i Caraibi. I più spettacolari sono nella riserva marina di Scotts Head Soufrière, il cratere di un vulcano sommerso con una piattaforma corallina a pochi metri di profondità che all'improvviso precipita per oltre 50 metri. Un microcosmo dove si alternano foreste di corallo nero e madrepore, grandi spugne tubolari e gorgonie, in mezzo alle quali nuotano barracuda, razze, tartarughe, pesci ballerini e branchi di carangidi che, all'arrivo dei sub, si aprono come per un'improvvisa esplosione.

21 marzo 2012

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