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Suggestioni siciliane: tra deserti aridi e paesaggi letterari…

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ON THE ROAD LUNGO LA SP8

Suggestioni siciliane: tra deserti aridi e paesaggi letterari “texani”

(Orazio Labbate)
(Orazio Labbate)

Turbolento e prodigioso è lo scirocco che assedia i secchi e innumerevoli ulivi del vallone, ai piedi di Butera, nella provincia di Caltanissetta. Dalla base della collina dove sorge il paesino medievale – costituita, la collina, di quell'arenaria giallo fieno, regno antico di un mare che c'è stato - incomincia un viaggio peculiare, dientro un pezzetto di Sicilia del Sud, fatto d'una lunga e contorta colonna vertebrale di strade contornate di secchi paesaggi, similari a quelli californiani e a quelli texani.

(Orazio Labbate)

In principio, si attraversa la Sp8 ai cui lati alberi di mandorlo si intravedono, dalle gole abissali, avere la sembianza di scheletri di ali ché il caldo ne muta le fattezze, da lontano. Nel cuore dei dirupi, in mezzo alle campagne, altresì vigneti, disposti in ordine, scintillano di un verde opaco sotto il sole incollerito. Pietre preziose raschiate fin troppo perché mantengano l'originario colore. Poi, battuti alcuni chilometri, campi di grano martoriati dalla siccità, estesi e luttuosamente bruciati, accolgono pecore e asini che ragliano a perdifiato come affascinanti campane a morto. Antichi poderi in pietra, aldilà di rugginosi guardrail, vuoti ospitano cornacchie e accanto – giudici movimentati altissimi – si innalzano palme per metà dilaniate da fuochi occasionali. Tutt'attorno: un arido deserto per asceti nervosi, e smaniosi lettori, per forza, quale loro Bibbia, di “Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy.

Vari segnali ammaccati, incurvatisi al suolo brullo, ornano la strada e sbiadite le scritte bianche dicono sempre della città vicina: Gela, il luogo dove morì Eschilo. Serve acqua, solo acqua fredda, durante il camminamento sulla Sp8, e mangiare anche qualche fico, affinché l'energia sia proporzionale alla ferocia del posto. Vino, forse, rosso, porporino, Principi di Butera, quello giusto per gole sanguigne, come quelle siciliane. Lische ferrose sono i pali elettrici disposti sulla piana di Gela, che appare fantasmatica a causa del metafisico giallo biancastro della sua spinosa vegetazione. Le poche case lì costruite sembrano dimora di predicatori contadini infastiditi dalla civiltà vicina, la città di Eschilo infatti è assai prossima, mancano 3 chilometri.

(Orazio Labbate)

La sagoma di Terranova, così fu chiamata anticamente, è annegata in un orizzonte caldissimo che indomito inghiotte le case. Le vie, all'ingresso, sono invece vestite di piccole palme pentaraggiate e lo scirocco le aizza contro i viaggiatori, come fossero tantissime locuste affamate di santi. A Gela, perché il pellegrinaggio conceda, per poco, pausa e nutrimento alle menti, può visitarsi il Museo archeologico nazionale, sito nei pressi dell'acropoli. Antefissa gorgonica, a testa di sileno; vasi attici e i resti di una nave mercantile greca, un elmo corinzio: la grecità con la sua mitologia bizzarra e mostruosa sfamerà di visioni la fantasia del viaggio.

La Sp8 non esiste più quando si penetra a est della città. Da lì acquisisce identità la Ss 115 Sud Occidentale sicula. Il Mediterraneo, sulla costa gelese – Manfria il nome della località marittima - sconfigge il deserto catartico della piana precedente; ci si trova dunque precipitati al cospetto di modesti altipiani color ambra dai quali - pini bruciacchiati e canne dorate e cespugli di rovi, i ponti di accesso – si discende infine verso il mare.

Sabbia amata da Quasimodo, di esagerato oro il suo colore. Lungo la Ss 115 i cartelli indicano Falconara e il suo castello, e poi Agrigento e infine Trapani. Durante il passaggio le cicale infestano le serre alle costole, e ficodindia spietati invadono, frattempo, coi loro pungiglioni rotti, l'asfalto trascurato. La musica rapinosa degli insetti, sulla strada, può essere sostituita da quella eccitante di Ray Orbison con la sua I drove all night.

Il Mediterraneo latente, querimonioso e furibondo, si riesce sempre a udire per tutta la strada statale, mentre la vegetazione non cambia vita e di tanto in tanto spuntano, dalle campagne oblunghe, solo stazioni di servizio: assurde chiese metalliche in cui può dimorare, indubbio, l'uomo misterioso di “Strade perdute” di David Lynch. Ormai lasciata Gela – 15 i chilometri percorsi sulla Ss 115 –, e giunto il crepuscolo violaceo, una finale pandemonica dicotomia, tra paesaggio texano e antichità radicata – si staglia: il castello di Falconara. Con la delicatezza orrifica di un miraggio svelatosi, via via che ci si avvicina, pare che il maniero venga a estrarsi dal Mediterraneo sospinto dagli scheletri dei suoi pirati.

Risale al XIV° secolo, durante la guerra dei Vespri, tra Aragonesi di Sicilia ed Angioini di Napoli, quando i pirati angioini sbarcarono tra Terranova e Licata, assalendo Butera. Così, il viaggiatore ora stanco del sole funebre e della strada la quale, si badi, può condurre, per coloro che hanno i muscoli degli occhi tenaci, verso la Valle dei templi – può dormire nella dimora storica ché si sogni quel paesaggio rendendolo rimembranza dilatata. Lì dentro, nelle stanze, giacché si rincocili l'anima col mare notturno e venga il sonno arido dell'uomo che ha cogitato, si legga come buonanotte del sud Sicilia: “Le menzogne della notte” del barocco scrittore comisano Gesualdo Bufalino.

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