Il Kurdistan iracheno al voto

Viaggio a Kirkuk, «polveriera» contesa tra geopolitica e petrolio

dall'inviato Roberto Bongiorni

Afp

6' di lettura

Dall’alto della rocca, su cui si staglia l'antico castello abbaside, Kirkuk appare nel pomeriggio come la città di sempre: un caotico centro mediorientale adagiato su una piana desertica. Il vociare del vivace suq arriva soffuso, un brusio interrotto solo dal canto dei muezzin. Più in là, in lontananza, le fiamme eterne dei pozzi di Baba Gurgur, uno spettacolo che illumina le notti della città, ricordate anche da Marco Polo, suggeriscono quanto il petrolio sia la ragione per cui la più multietnica delle città irachene si è trasformata anche nella più contesa. Il Kurdistan iracheno da anni vuole annettere questa città di un milione e mezzo di abitanti alla sua regione semi-autonoma, che di fatto somiglia più a uno Stato. Il Governo iracheno non ne ha mai voluto sapere.

Da oggi però le cose sono cambiate. Il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno (iniziato questa mattina) rischia di provocare un terremoto geopolitico nella zona più martoriata del Medio Oriente. E l’epicentro di questo potenziale terremoto è proprio qui, a Kirkuk, la città contesa.

Loading...

Già ieri sera centinaia di auto con la bandiera curda hanno intasato le vie della città. Ancora prima, dunque, che prendesse il via questo storico voto che pare piacere solo ai curdi. L'Iran e la Turchia, preoccupate che un Kurdistan indipendente possa accendere l'irredentismo delle minoranze curde che abitano nei loro territori, hanno minacciato pesanti misure. Per il Governo iracheno, già in difficoltà per la guerra all'Isis, è semplicemente un incubo. Senza la regione del Kurdistan, e senza i territori contesi, chi può assicurare che sarà mantenuta la sua integrità territoriale?

Kirkuk deve restare irachena, ripetono dal Governo di Baghdad. Per renderla più araba, Saddam Hussein costrinse alla fuga migliaia di famiglie curde, e ne «incentivò» altrettante arabe a trasferirsi qui. La posta in gioco era troppo alta. Verso la fine del regime, da qui sgorgava il 40% della produzione irachene. Il deterioramento dei pozzi l'ha ridotta , ma nel sottosuolo melmoso si nascondono ancora riserve per almeno 12-15 miliardi di barili. Questa città che somiglia a un melting pot mediorientale, dove curdi, arabi, turcomanni, cristiani, ed altre minoranze vivono le une accanto alle altre, si è finora retta un precario equilibrio. Anche se nel 2014 è arrivata la prima grande svolta. Davanti all'inarrestabile avanzata dell'Isis l'esercito iracheno si squagliò come neve al sole. I peshmerga curdi la difesero dai jihadisti assumendo il controllo totale della città e dei territori circostanti, ricchissimi di petrolio. Tre anni dopo è arrivato un referendum che anche gli Stati Uniti, i Paesi europei e l'Onu hanno cercato fino all'ultimo di rimandare.

Il referendum che si terrà oggi. Il dispiegamento delle forze di sicurezza nei punti nevralgici della città è ingente. Ma chi può assicurare che non accadrà nulla? Di sicuro, come in tutte le città dove si andrà ai seggi, l’esito del voto è scontato. Perché sono i curdi la maggioranza, e non di rado quando parlano di Kirkuk la definiscono la nostra Gerusalemme. I turcomanni, che sostengo di essere il 40% della popolazione, sono perplessi. Gli arabi, quasi tutti contrari. Camminando nella parte turcomanna del suq su alcuni striscioni blu, il colore della bandiera turcomanne, era scritto «Kirkuk è turcomanna e rimarrà turcomanna per sempre». Nella parte più araba, che appariva svuotata, su un muro scrostato un graffito recitava «Lunga vita all'Iraq». Segnali certo non incoraggianti. Soprattutto a Kirkuk, città certo non estranea agli attentati, dove gli animi si accendono con facilità. «Non è il momento giusto per votare, proprio no. Ma sono curdo, e voterò sì, come tutti i miei amici», ci confessa Jilo Abdullah, 24 anni, proprietario di un supermarket.

Nella sua grande base militare, alla periferia della città, il generale Waster Rasw, ci confida. Ma sono di più i cittadini che attendono il voto con ansia. Nessun rinvio, per loro. Non la pensa così il generale Waster Rasw. «A mio avviso era meglio seguire il percorso descritto dall'articolo 140 della Costituzione irachena. Meglio per tutti, meglio per gli iracheni, e meglio per i curdi». È lui il comandante in capo di tutte le forze Peshmerga dispiegate a Kirkuk e nei dintorni, dove a 40 chilometri 1.500 jihadisti dell'Isis si sono arroccati nella loro ultima roccaforte irachena, la città di Hawija. L'articolo a cui si riferisce il generale prescrive referendum sullo stato della città, preceduto però da un censimento per capire chi ha davvero diritto di votare. E se si calcola che l'ultimo referendum è stato fatto nel 1997, quando gli equilibri demografici erano diversi, si comprende facilmente quanto la questione sia complessa.

«Il referendum di oggi non decide se Kirkuk diventerà parte del Kurdistan iracheno, ma concede agli abitanti delle zone contese (quelle che i curdi controllano e ritengono loro, ma sono ufficialmente riconosciute come territorio iracheno, Ndr) di dire la loro sull'indipendenza del Kurdistan iracheno. Poi seguirà un referendum per decidere se Kirkuk e le altre zone contese intendono far parte del futuro Stato indipendente del Kurdistan o dell'Iraq», ci spiega Ahmad Abdullah Askari, un influente membro del consiglio provinciale di Kirkuk. «Kirkuk è gestita a suo modo, con un Consiglio composto da 26 curdi, 9 turcomanni e sei arabi».

I curdi di Kirkuk pronti a festeggiare la “vittoria” del referendum

Una spiegazione che ha del contorto, e che non tutti condividono. Men che meno i semplici cittadini, illusi che da domani Kirkuk non sarà più Iraq ma Kurdistan iracheno, e possibilmente indipendente. Non è un segreto. Agli occhi del Governo regionale del Kurdistan iracheno (Krg) Kirkuk ,e il suo petrolio, sono parte del Kurdistan. Irrinunciabili.

«Siamo noi ad averla difesa dall'Isis e ad aver messo in sicurezza i pozzi petroliferi. Per noi curdi è un grande momento. Siamo stati doppiamente discriminati dal Governo sciita di Baghdad. Perché curdi, e perché sunniti. Non credo ci saranno problemi né durante né dopo il referendum», spiega Mohammed Khorshed, rappresentante a Kirkuk del Kdp, il partito di maggioranza del presidente del Kurdistan Massud Barzani. È stato proprio Barzani, in difficoltà sul fronte interno per la disastrosa situazione economica, ad aver fortemente voluto questo referendum: contro tutto e tutti. Incurante delle minacce dei suoi potenti vicini, Iran , Iraq e Turchia, quasi sprezzante dei severi avvertimenti di Stati Uniti, Europa ed Onu.

Il voto è solo consultivo. Ma il risultato del referendum potrebbe servire a Barzani come uno straordinario strumento di pressione su Baghdad. Ed è questo che preoccupa il Governo iracheno. Anche senza il petrolio di Kirkuk, era già ai ferri corti con Erbil dal 2014, quando il Governo curdo iniziò ad esportare il greggio estratto nel Kurdistan iracheno. I ministri dell'Esecutivo a maggioranza sciita amano citare l'articolo 111 della Costituzione: «Il petrolio e il gas appartengono a tutto il popolo dell'Iraq di tutte le regioni e di tutti i governatorati». La gestione delle risorse petrolifere (quindi l'export del greggio estratto in Kurdistan e di quello di Kirkuk), e la ripartizione regione per regione, deve dunque essere gestita dal Governo centrale. Irritato, per rappresaglia il Governo di Baghdad aveva interrotto il finanziamento del budget del Kurdistan iracheno (il 17,5% di quello federale), ormai in profondo rosso, ad oltre 22 miliardi di dollari. In risposta Erbil ha iniziato ad esportare in Turchia anche 250mia barili al giorno di petrolio da Kirkuk. Per un totale di 600mila barili al giorno di export, nei momenti più fortunati.

Nonostante le vibranti proteste, seguite da temibili minacce, Baghdad ha per ora le armi spuntate. Ora è il momento dei curdi, e sono decisi a festeggiarlo. Anche se ai loro occhi si avvera un sogno coltivato da un secolo, una sorta di riscatto dalle persecuzioni subite dagli Stati vicini e dal regime di Saddam, i più pragmatici sanno bene che oggi non nascerà uno Stato curdo. Solo il tempo dirà cosa accadrà. Già, il tempo. Per le strade i cittadini di Kirkuk si domandano inquietati cosa accadrà dopo. «Anche io credo che il referendum sia prematuro. I curdi si aspettano che già da domani dopo il referendum avranno uno Stato tutto loro, e più soldi. Non è certo una città facile, ma la convivenza tra le varie confessioni ed etnie in questa città ha sempre dato buoni frutti», ci spiega Monsignore Joseph Thomas, vescovo caldeo di Kirkuk.

I più scontenti sono gli iracheni. E le minacce della temibile milizia filoiraniana Hajdi Shabi, di voler puntare dritto su Kirkuk forse è una provocazione ma non deve essere presa alla leggera. «Prima o poi dovremo fare i contri con le milizie di Hajdi Shabi - Ci spiega Ferman Faradom, 34 anni - Non finirà con festeggiamenti. L'Iraq non assisterà impotente alla nascita del nostro Stato. Ma i nostri peshemerga sono pronti a difenderci».

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti