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Viaggio a Rasiglia, borgo di acque e storie in cerca di un futuro sostenibile

Il caso del piccolo centro sulle montagne vicino a Foligno, mini-distretto tessile fin dal Medioevo, che attrae migliaia di turisti. Per rilanciarlo si punta su progetti green e un turismo più consapevole

di Chiara Beghelli

(foto di Giampaolo Pauselli)

4' di lettura

Non è magia. La natura può generare anche case, fabbriche, lavoro e storie. Da quella sorgente, da quell'acqua che scorre nelle profondità per kilometri prima di incontrare fenditure nel travertino e risalire al suolo, è nata Rasiglia. Rasa – ilia, le parole paleoumbre che significano “impetuose sorgenti” che rivelano le origini antichissime di questo borgo abitato oggi solo da qualche decina di anziani, aggrappati a questo versante delle boscose montagne vicino Foligno come radici degli alberi, e che ricordano quando il loro paese «era come Milano».

Nel minuscolo borgo arrivano 5mila turisti al giorno

Se oggi Rasiglia sembra ancora un po' Milano è per la enorme quantità di turisti che da qualche anno a questa parte risalgono fino ai suoi 650 metri di altitudine lungo la tortuosa strada statale 319, per vedere le sue strette strade di pietra svilupparsi come dei fili intorno ai canali delle sue sorgenti. “Piccola Venezia”, l'hanno definita, formula veloce che la incastona in un paragone attraente ma pigro: migliaia di persone la affollano soprattutto nei fine settimana d'estate, almeno 5mila al giorno, fermandosi spesso a fare un selfie sul bordo della peschiera, la grande vasca dove l'acqua trasparente fa ondeggiare le piante sotto la superficie, che per i rasigliani è la piazza del paese, senza capire di trovarsi in uno dei luoghi più ricchi e interessanti dell'archeologia industriale italiana.

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(foto di Federico Calvani)

Una storia di sorgenti, nobili famiglie e donne imprenditrici

Fin dal Duecento la piccola Rasiglia era un borgo-filiera della lana: l'acqua generosa alimentava tutte le macchine necessarie per trasformare il vello in tessuti di alta qualità, tinti con le piante della montagna, come il guado, la robbia e la reseda. Nel Cinquecento arriva la famiglia di lanaioli Tonti, che aprono la loro manifattura approfittando del decadimento dei Trinci, i signori di Foligno che avevano fatto di Rasiglia la loro fabbrica. Costruiscono gli edifici dove si vive e lavora letteralmente sull'acqua, che dal basso alimenta i meccanismi. Un giorno di metà Ottocento, però, questi si rompono. Accorre ad aggiustarli da fuori il perito Giuseppe Accorimboni, che si innamora della volitiva Caterina Tonti, erede del lanificio di famiglia.

Lei è un'imprenditrice d'avanguardia, si dice che fumi il sigaro e vada a caccia indossando pantaloni, e soprattutto fa installare a Rasiglia la prima turbina idroelettrica dell'Umbria, per alimentare il nuovo lanificio Accorimboni che inaugura insieme al marito. Nei giorni di piena gli operai possono anche accendere una lampadina in casa, c'è benessere in paese, anche se non ricchezza, tanto che i corredi delle ragazze di Rasiglia fanno invidia a quelli delle ragazze di città. È allora, all'inizio del Novecento, che il paese inizia a sembrare come Milano, aprono banche, scuole, alberghi dove si può attendere che la lana grezza diventi un abito confezionato grazie al lavoro delle mani di quella piccola, completa filiera.

Nazzareno, detto Neno, si prende cura del verde e degli animali. È considerato il sindaco “ad honorem” di Rasiglia

La crisi del dopoguerra e del terremoto, e poi la rinascita

La seconda guerra mondiale però passa con i suoi bombardamenti, che affliggono anche Foligno e il suo snodo ferroviario. I macchinari dei Tonti sono distrutti, e si decide di scendere a valle, dove la città e il progresso chiama a gran voce. Se il dopoguerra porta via le fabbriche da Rasiglia, il terremoto del 1997 le sottrae quasi tutti gli abitanti che avevano scelto di restare. Per anni Rasiglia resta un borgo fantasma, le strade decadono, i canali si intasano fra gli edifici abbandonati. L'unico rumore del paese è quello costante e testardo dell'acqua, almeno finché nasce un'associazione, Rasiglia e le sue sorgenti, animata dai figli dei suoi abitanti, che decide di farla risorgere.

Viaggio a Rasiglia, il borgo dell'acqua

Viaggio a Rasiglia, il borgo dell'acqua

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Un lavoro che non è un semplice spolveramento, ma un lungo e appassionato studio anche antropologico del paese: decine le interviste agli anziani, la raccolta di fotografie e di storie, la ricerca e la protezione dei nomi, come quelli delle sorgenti stesse. Rischiavano di essere consegnate alla toponomastica come Rasiglia 1, 2 e 3 e invece sono state salvate nei nomi che i rasigliani avevano dato loro, dunque Capovena alla più generosa, Alzabove a quella in grado di ristorare i buoi stanchi dal lavoro nei campi e Venarella, che dona l'acqua più povera di minerali. Ce ne sarebbe poi anche una quarta, tacciata come “Pidocchiosa” a causa del suo flusso scarso.

L’associazione che vuole dare un futuro sostenibile a Rasiglia

Ognuno porta il suo sapere, architetti, giornalisti, giardinieri e restauratori, il cemento sparisce, i canali vengono sgorgati. Le foto di quel paese nato intorno all'acqua, così umbro e insieme così peculiare, iniziano a girare sul web. E arrivano centinaia, migliaia di persone, al quale l'associazione offre visite guidate anche fra i mulini e all'edificio con il telaio jacquard che fin dal 1974, anno in cui ha smesso di funzionare, custodisce fra i suoi meccanismi una coperta in divenire. Visitatori preziosi, certo, ma troppi, secondo l'associazione, che per gestire questo flusso chiede a gran voce l'attenzione e il sostegno delle istituzioni, purtroppo ancora latitante, amministrazione dopo amministrazione.

Il telaio jacquard fermo dal 1974

Le istituzioni? Ancora non pervenute...

A Rasiglia servono nuovi parcheggi, un piano di viabilità, bagni pubblici (oggi ce n'è solo uno), una raccolta sistematica dei rifiuti, una visione condivisa con il territorio, il Comune di Foligno e la Regione Umbria. Il Fai ha devoluto 18mila euro, con cui ora si vuole sistemare l'area intorno a Capovena, ancora divisa dal borgo da una rete metallica, ma molti altri fondi servirebbero. Il desiderio è far diventare Rasiglia un borgo green, senza plastica, alimentato usando in maniera contemporanea l'antica energia dell'acqua, ripopolarla con nuove famiglie e giovani in cerca di vita sostenibile.

Magari aprire un albergo diffuso, dove addormentarsi accompagnati dal fluire dell'acqua, magari organizzare eventi legati alla moda, che possano interpretare la vocazione tessile di questo borgo. Intanto a migliaia continuano ad arrivare, si dice snobbando persino la più celebre Assisi, per scattarsi un selfie fra un cespuglio di rose e il chiarore fresco dell'acqua. Le mascherine gettate a terra, i camion dei panini a due passi dalla peschiera, il caos delle auto che cercano di parcheggiare dove possono. «Questo è un museo a cielo aperto, vorremmo che chi lo visita lo ricordasse e si comportasse di conseguenza», dicono dall'associazione. Il futuro di Rasiglia aspetta di essere scritto meglio.


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