divertimento e business

Videogame, solo il 3% degli sviluppatori italiani ha un fatturato di oltre 2 milioni di euro

di Luca Tremolada

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(Stringer - Imaginechina)


3' di lettura

Solo cinque società di videogiochi dichiarano un fatturato oltre i 2 milioni di euro, più della metà non supera i 100mila euro. Sono i numeri piccoli dell'industria nazionale del videogioco che in occasione della presentazione del quarto Censimento dei Game Developer Italiani torna a presentarsi alla politica per chiedere attenzione e investimenti. Il momento non è dei più felici, le polemiche su Twitter dell' ex ministro allo sviluppo Carlo Calenda, l'inserimento della dipendenza da videogame tra le patologie ma anche le notizie di compensi milionari dei nuovi campioni di eSport.

La fotografia scattata da Aesvi, l'Associazione che rappresenta l'industria dei videogiochi in Italia, descrive un tessuto imprenditoriale dove l'autofinanziamento rimane la forma di sostentamento per eccellenza degli studi di sviluppo italiani. In base alle interviste commissionate CRIET dell'Università Milano-Bicocca su 127 software house indipendenti distribuite sul territorio nazionale, l'88% dichiara, infatti, di ricorrere a risorse proprie per finanziare la propria attività.

Cosa chiede l'industria alla politica.
Credo sia arrivato il momento per creare le basi di una business community”, ha commentato Marco Saletta, numero uno di Playstation e da poche settimane presidente di Aesvi. Al Governo chiedono programmi strutturali di sostegno alla produzione di videogiochi. Non più solo sgravi fiscali. Ma lo sviluppo di programmi e incentivi volti ad attrarre capitali provenienti dai big player del settore e dagli investitori internazionali. Nel mondo l'industria del videogioco non sembra sentire crisi, cresce più degli altri settori per un valore di 140 miliardi di dollari nel 2018. in Italia il giro d'affari è di 1,5 miliardi di euro. Gli italiani consumano videogiochi (e anche tanto) ma non ne producono. “Una prima raccomandazione – osserva Thalita Malagò, segretario di Aesvi – è la formazione per avere risorse qualificate”. Da qui le iniziative per creare poli d'eccellenza sul territorio nazionale e formazione per chi vuole intraprendere il mestiere del game designer. Per usare una formula a volte abusata questa industria chiede di potere diventare un ecosistema che in questi anni ha faticato a crescere.

I numeri.
Rispetto al precedente censimento datato 2016 cresce il numero di studi operanti sul territorio (da 120 a 127), l'età media degli imprenditori (da 33 a 36 anni) e l'età delle imprese (il 54% delle imprese ha meno di tre anni, contro il 62% della rilevazione precedente). Si registra inoltre un aumento degli addetti, che sale a 1.100 persone (+10% rispetto al 2016). E nonostante il 35% delle imprese intervistate conti un massimo di due addetti, il 47% degli studi ha tra i 3 e i 10 addetti e il 17% dà lavoro a oltre 11 professionisti.. Cresce, però, il supporto dei publisher, che fornisce un'integrazione all'autofinanziamento al 21% delle aziende contro il 17% della rilevazione precedente. Di minore importanza il contributo derivante da piattaforme di fundraising (10%), private equity (9%), finanziamenti pubblici (6%), istituti bancari (6%) e venture capital (3%). Ed è proprio questo il vero punto di svolta di questa industria: come si finanzia lo sviluppatore indipendente?

Essere uno sviluppatore indipendente oggi.
Non parliamo di industria 4.0, ma di piccole aziende che appaiono tecnologiche ma in fondo sono artigianato. Programmare un videogioco è un mestiere di altissimo talento che richiede competenze tecnologiche per generare un prodotto culturale a diffusione commerciale. Le startup di questo mondo in Italia sono poche. Rispetto al 2016 il numero degli studi iscritti nel registro delle starup innovative (oltre il 20%) è rimasto invariato. Le misure previste dal governo vorrebbero intervenire sui meccanismi finanziamento aumentando gli investimenti attraverso il venture capitale. Le startup videoludiche proprio per la natura del loro business sono poco scalabili (guadagnano se il gioco vende) e finora non sono mai state davvero prese in considerazioni da chi investe in early stage. Il supporto dello Stato va inquadrato in questo contesto. Quello del videogioco è una industria creativa, che progetta e sviluppo prodotti culturali. Non saranno startup innovative ma guardano a una tradizione molto italiana e puntano su un mercato che non accenna a rallentare.

Dove lavorano e cosa fanno gli sviluppatori indipendenti italiani?
Cresce la produzione di videogiochi per PC nel 2018, arrivando a contare oltre la metà dei titoli realizzati (51,5% contro il precedente 37%), mentre si contrae ulteriormente quella mobile, che comprende circa un terzo dei prodotti sviluppati (29% rispetto al 35% del 2016). Rimane invece stabile la posizione ricoperta dalle console, che si attesta sul 15% delle produzioni totali, mentre quella del web gaming diminuisce di peso, con produzioni pari soltanto al 2,5%. Si registra anche una contrazione di realtà aumentata e virtuale, ambiti per i quali sviluppano soltanto il 9% e il 25% degli studi intervistati. Il modello di business più utilizzato dagli studi di sviluppo è quello della vendita digitale (sfruttato dall'83% dei rispondenti) e seguito dalla vendita retail (29%).

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