ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLA «GUERRA» DEL CLOUD

Ecco come Google, Microsoft e Amazon stanno cambiando l’industria del videogame

di Luca Tremolada


Rivoluzione Google: videogiochi in streaming accessibili ovunque

5' di lettura

LOS ANGELES - I giochi sono pretesto, la partita vera i grandi la stanno giocando lassù sulle “nuvole”, dentro ai datacenter di metallo che distribuiscono servizi, film e musica e affari. Siamo all’E3 a Los Angeles, la fiera dell’intrattenimento elettronico più grande al mondo, la prima senza Playstation, la prima dell’era del cloud gaming e forse l’ultima senza la presenza ufficiale di nuovi attori come Google, forse Amazon e magari Apple. L’industria del videogioco è in salute, secondo PwC continua a correre anno su anno a un tasso del 18 per cento.

L’orizzonte certo ormai è quello di una offerta di videogiochi in streaming , multi-device e multi-generazionale. Tradotto, i videogiochi sono concepiti sempre di più come un servizio che entra dentro smartphone, computer, televisori e console con forme di abbonamento all-you-can-eat o alla Netflix, per essere più chiari. Game designer, piccoli e grandi editori di videogiochi, che ogni anno si danno appuntamento qui a Los Angeles, per la prima volta si guardano come se fosse l’ultima volta o l’inizio di qualcosa che ancora non comprendono bene. Dopo 25 anni di console, di upgrade tecnologici lineari, di recinti chiusi e guerre di posizione l’industria del videogioco in carenza di creatività sembra viaggiare su un piano inclinato. «La competizione nei prossimi anni cambierà, non passerà più solo dal numero di esclusive o dagli studios first party» afferma convinto Matt Booty, numero uno dei Microsoft Studios. Così come non saranno «le specifiche tecniche dell’hardware a definire se una offerta di gaming è migliore di un’altra».
Nell’era del cloud gaming la differenza la faranno le esperienze di gioco condiviso, il racconto in diretta via Twitch o YouTube, la capacità di generare servizio di intrattenimento per la comunità dei gamers. La creatività insomma sarà tutta dentro la nuvola. O almeno così recita già oggi il nuovo mantra.

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Per ora però i confini di questi servizi sono piuttosto fumosi. Il “motore immobile” di questo processo è stato Google che a marzo ha presentato Google Stadia e il loro servizio di cloud gaming . A novembre capiremo meglio cosa c’è dentro la loro nuvola. Un mese prima Microsoft darà via alla sperimentazione del suo Project xCloud. La roadmap verso il gaming liquido appare però più lunga del previsto e non priva di complessità. Si va avanti passo dopo passo, quasi a suggerire che non ci sarà un day one, un prima e un dopo come se si accendesse un interruttore, ma un processo di avvicinamento continuo.

«Non sarà semplice e forse hanno promesso troppo – commenta Dario Maggiorini docente di Online Game Design dell’Università degli Studi di Milano -. Per esempio, la natura interattiva dei video game richiede un flusso di dati continuo bidirezionale con stretti margini temporali». Serve tanta banda e tantissima potenza dei server. Quello tra Microsoft e Google è uno scontro di “nuvole” ed è paradossalmente pesante in termini di hardware. I giochi per essere giocati in diretta hanno bisogno di essere ospitati direttamente nei datacenter di questi giganti e trasmessi senza latenza. Un minimo ritardo e il gioco non è più giocabile.

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Per i programmatori almeno sulla carta i vantaggi sono di non poco conto. Gli sviluppatori indipendenti non creeranno più prodotti vincolati ad uno specifico hardware e potranno accedere a un pubblico sempre più ampio con costi di produzione ridotti. «L’arrivo dei nuovi servizi di streaming – sottolinea Geoffry Davis, Direttore Generale di Digital Bros Game Academy - avrà un impatto sulla parte di sviluppo per la pubblicazione dei giochi multipiattaforma, cioè potrebbe essere una delle soluzioni all’ostacolo che lo sviluppatore ha quando deve sviluppare un titolo per più piattaforme, sia a livello di guidelines da rispettare che a livello di costi». L’altro vantaggio sono le economie di scala e l’accesso a nuovi processi di analisi dei dati. Una volta dentro la nuvola, i programmatori potrebbero usare maggiori risorse di elaborazione grafica, machine learning e strumenti di gestione del multiplayer. Rispetto ai tradizionali motori grafici usati per programmare i videogiochi questi ambienti renderebbero meno artigianali e più automatiche (e quindi meno costose) diverse fasi di sviluppo del gioco. Sulla carta si traduce in un vantaggio produttivo di non poco conto. Il passaggio sembra quello che ha vissuto il mercato immobiliare con l’arrivo dei pre-fabbricati, meno belli magari ma più facili da costruire.

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Eppure, non sono pochi qui all’E3 a temere l’opacità delle “nuvole”. I più scettici sono i più piccoli. In discussione è il modello alla Netflix applicato a questa industria, che vuole dire tra le altre cose la perdita di controllo sui dati da parte dei produttori del gioco. Una volta sottoscritto un abbonamento ci sarà un algoritmo che suggerirà quali titoli sono migliori? E chi lo controllerà? Ci si domanda che tipo di informazioni le società indipendenti potranno avere sull’andamento del loro gioco e quali possibilità di intervenire sul prezzo o sulla produzione di contenuti aggiuntivi. Questo accade anche quando un titolo entra nel canale distributivo di una console, ma dentro la piattaforma cloud le regole potrebbero essere ancora più stringenti. Non a caso alcuni attori si stanno industriando per dotare gli sviluppatori della propria infrastruttura di streaming. Nvidia, il più grande produttore di Gpu al mondo, ha scelto di trasformare il proprio servizio di streaming GeForce Now in una piattaforma aperta che lascia agli sviluppatori il controllo di tutte le informazione del loro videogioco.

Della partita è anche la “nuvola” più temuta e attesa, quella che tecnicamente ha forse l’infrastruttura più avanzati di tutti. Amazon, oltre a essere il vero grande assente qui a Los Angeles rischia di essere il “game changer” di questa industria. La sua piattaforma Amazon Games Tech offre una serie di servizi agli sviluppatori tra cui server dedicativi e tool per la gestione delle metriche. Tra i suoi clienti ha già Square Enix, Zynga e Epic Games, il proprietario di Fortnite. Non si limiterà a offire giochi in cloud sulla scia del suo servizio Prime Video, ma come accade per le imprese e le startup offrirà ai produttori di giochi una “nuvola” personalizzata per poter trasmettere videogiochi. I bene informati sono pronti a scommettere che la strategia sarà presentata entro la fine di quest’anno. Accadrà tutto in pochi mesi. Come detto all’inizio, i giochi sono davvero un pretesto.

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