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Videogiochi, ecco l’uomo che ha dichiarato guerra alle console

Parla Phil Harrison, numero uno di Google Stadia, la piattaforma di cloud gaming che intende rivoluzionare il settore dei videogiochi

di Luca Tremolada


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3' di lettura

LONDRA - Phil Harrison potrebbe passare alla storia come l’uomo che ha ucciso le console. O che ci ha provato fino all’ultimo. Prima di diventare numero uno di Google Stadia, il servizio di cloud gaming che arriverà a novembre, è stato un vecchio lupo dell’industria videoludica. Ha passato 15 anni in Sony, per breve tempo presidente di Atari per poi trasferirsi in Microsoft dove è rimasto fino ad aprile 2015. Se ne è andato da “incompreso” sotto il fuoco delle catene di negozi fisici che non vedevano di buon occhio la strategia “all digital” del manager britannico. Ironia della sorte ora è alla guida della prima grande piattaforma di streaming che si descrive “agnostica” e che punta a trasmettere in diretta videogiochi su qualsiasi schermo mandando a gambe all'aria chi di mestiere vede giochi nei negozi in formato fisico. «Nulla sparisce dall’oggi al domani ma - spiega in un incontro con la stampa - il trend è chiaro: nel giro di due anni si assisterà a una accelerazione verso il digitale. Lo stessa vale per le console che però non finiranno domani, ci sarà un lungo periodo di transizione».

Phil Harrison

Per 40 anni l’industria ha vissuto intorno alle logiche dell’hardware, è stata device-centrica. Per Harrison la piattaforma di gioco saranno i datacenter di Google e internet il canale di distribuzione. La visione è rivoluzionaria ma ad oggi sono troppi i tasselli che mancano per dare una forma al progetto Stadia. Anche dopo la demo mostrata Londra è più facile dire cosa non è Stadia: certamente non è una console e non è neanche un singolo device. Vuole essere un servizio streaming in abbonamento basato sul cloud che promette di scalare i videogiochi fino a risoluzione a 4K - ma dovrà dimostrare la propria sostenibilità sulle attuali reti di tlc - e che sicuramente sfrutterà fino in fondo quello che Google sa fare meglio: «gestire enormi quantità di dati nei datacenter». Phil Harrison lo sa bene e sta centellinando le novità in vista del lancio di novembre.

Ad oggi, per esempio, non si quale sarà il modello di business per gli editori di gaming, «aiuteremo gli sviluppatori a pensare in modo diverso il videogioco fornendo loro tecnologia». Non si sa a quanti giochi si avrà accesso con l'abbonamento ma si è capito che «i prezzi saranno concorrenziali» (e quindi non inferiori). La strategia è quella dei piccoli passi, molto sarà annunciato a breve ma il progetto Stadia acquista chiarezza se si guarda a quello che Google ha in pancia (e sa fare meglio). Andiamo con ordine: Google possiede la più grande piattaforma di video al mondo. Il primo sogno di Harrison è quello di trasformare le decine di milioni di spettatori di YouTube in gamers potrebbe .

Da un video di YouTube, spiega il manager, l’utente cliccando potrà accedere direttamente all'esperienza di gioco, condividere la propria sessione con chi lo sta guardano o chiedere per esempio, aiuto a uno spettatore per battere un boss. L'intelligenza artificiale sarà usata per dialogare con la voce attraverso il microfono con i personaggi mossi dal computer o per comandare le proprie truppe. «Il gioco si ricorderà quello che gli avete detto e imparerà dalle vostre strategie. Per i game designer - sostiene convinto - vuole dire potere progettare nuovi tipologie di videogioco». Ancora più prudente però è sull’uso dei dati. «In Europa c’è la Gdpr - risponde a una domanda sulla privacy - e noi saremo ovviamente rispettosi. L’accesso ai dati in formato anonimo per gli sviluppatori sarà una parte interessante del business. Come anche offriremo raccomandazioni e suggerimenti ai giocatori di Stadia (sul modello Netflix e Amazon Prime ndr)».

Le potenzialità sono effettivamente rivoluzionarie. Ma volendo essere cinici quella annunciata finora è una piattaforma di distribuzione di giochi in streaming che funziona su televisore attraverso Google Chromecast Ultra e su smartphone (per ora) solo sui telefonini Pixel di Google. Se tutto si fermasse qui sarebbe un ecosistema potenzialmente chiuso. Come lo sono state per quarant'anni le console. Se invece come promesso il servizio di streaming sarà davvero agnostico e arriverà anche via browser Chrome su laptop, tablet e device iOs, allora sarà vera rivoluzione.

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