ERMANNO CAVAZZONI

Vie di «non-uscita»

Dopo il romanzo fantascientifico-cavalleresco, lo scrittore si cimenta in un giallo, dissezionandolo a colpi d'ironia e rendendolo poetica metafora di un'epoca complottista

di Lara Ricci

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Exit?. La foto che pubblichiamo in questa pagina è tratta da Skrei. Il viaggio, emozionante libro fotografico di Valentina Tamborra, in uscita il 1 novembre, a cura di Roberto Mutti, con un'introduzione di Nicola Gardini, e testi di Mutti e Tamborra, Silvana Editoriale, pagg. 144, € 28. Il reportage è anche oggetto di una mostra, che si terrà alla Fondazione Stelline di Milano, dal 3 al 22 novembre (credit: Valentina Tamborra )

Dopo il romanzo fantascientifico-cavalleresco, lo scrittore si cimenta in un giallo, dissezionandolo a colpi d'ironia e rendendolo poetica metafora di un'epoca complottista


5' di lettura

Andrea Pacini, 22 anni, una mattina si sveglia e non si sente più lui. Così inizia La madre assassina, il nuovo libro di Ermanno Cavazzoni. Dopo essersi cimentato in un maestoso romanzo fantascientifico-cavalleresco tragicomico, La Galassia dei dementi, lo scrittore romagnolo continua la sua allegra marcia dissacrante attraverso i generi letterari, mettendo questa volta a soqquadro il giallo.

Che un uomo si svegli e non sia più sé stesso non è certo un’affermazione da fare alla leggera. E in più, cosa significa esattamente? Così, sornione, l’autore si diverte a scombinare corrivi sintagmi, cominciando a prendere molto sul serio, e dunque a rendere paradossali, luoghi comuni e scorciatoie tipici di certa narrazione.

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Cosa sarà mai capitato al povero fioeu? Preannunciato un non meglio specificato delitto efferato, realmente avvenuto alla periferia di Milano nel 2010 e passato sotto silenzio, Cavazzoni dà la parola al protagonista, che però per tutto il romanzo racconta di sé in terza persona, ammantando così di un’aura di oggettività ogni idea che gli balugina in testa e generando uno scollamento dalla realtà che rimescola le già torbide acque. L’indagine - la sua, per capire che diavolo gli sia successo - si avvita su ipotesi sempre più improbabili e pirotecniche, ma per lui assolutamente coerenti.

Dubbi non ne ha: non è più sé stesso. No, non s’è trasformato in un insetto. Niente zampette, nessuna vistosa metamorfosi. «Si è rigirato, prima con una parte poi con l’altra della struttura corporea e ha constatato di essere un congegno artificiale, un meccanismo dotato di movimento e pensante. Una macchina. Una semplice macchina. Non se n’era accorto prima. Qualcuno doveva averlo a sua insaputa sostituito».

Del suo vero lui che ne è stato? Lo tengono in una teca? Un atroce sospetto inizia a farsi strada: lo devono avere ucciso. C’è il morto dunque. Ma il morto è quello che indaga. E se c’è il morto ma non il corpo, o meglio il corpo pare vivo e vegeto, che si fa? Come denunciare la propria sparizione?

Bisogna trovare il corpo. Il vero corpo. Andrea rimugina, poi è trafitto da un’intuizione: il corpo probabilmente glielo stanno dando da mangiare. Un piano sadico e perfetto. Gli basta guardare negli occhi sua madre perché i sospetti si tramutino in certezza «ha alzato la faccia, era la sua solita faccia materna, che lo ha fissato senza dire più niente, in un lampo aveva capito cosa domandava, e lui le ha visto la faccia spietata nascosta dietro la normale apparenza».

Rivangando nella memoria si ricorda di una certa zia, una perfida zia che diceva solo cattiverie, ma che spesso erano «la verità». «Sai che assomigli a quel tuo coniglio?» gli aveva detto un giorno. Aveva «un coniglietto a molla che si caricava e saltava, peloso e ignifugo. Che già presagisse?» . Una premonizione? Certo. Un destino segnato.

O un trauma infantile che ora gli provocava un episodio dissociativo? A che gioco sta giocando Cavazzoni, mentre smonta a colpi d’ironia frusti cliché e si diverte a orchestrare comici siparietti fatti di incomprensioni e ambiguità?

Lentamente il piano si svela. E si capisce perché, sebbene questo romanzo non sia diverso da altri dell’autore, con quel suo sguardo umanissimo, tenero e spietato, coi suoi omini sgangherati, tutti intenti a trovare spiegazioni astruse - ma ben documentate in un artificioso linguaggio tecnico-burocratico - a ogni cosa che accade, non faccia altrettanto ridere. Cavazzoni ha fatto del giallo, della ricerca della verità nascosta dall’assassino, una metafora della nostra epoca complottista.

Della nostra amarissima e opprimente attualità, tra no-mask, no-vax, climatoscettici, terrapiattisti e simili, che al faticoso e umile studio della realtà, al difficoltoso affrontarla per quello che è e per quello che ancora non sappiamo che sia, non volendo forse rinunciare a sentirsi più sapienti degli altri e capaci di non subire eventi che non intendono accettare, preferiscono sostituire scorciatoie, che però sono vie di non-uscita. Vicoli bui dove, in democrazie malate di populismo, si ingolfa ogni speranza di miglioramento. Difficile in questi giorni incerti, in cui ci si sente sull’orlo del precipizio, riderci sopra. L’umorismo di Cavazzoni è qui più cupo e tragico che mai.

Chissà che disegno c’è dietro si chiede Andrea convinto di aver trovato una sua falangetta nel ragù. «“Cosa c’è?” ha sussurrato timorosa sua madre. “Questo è un mio dito,” e l’ha messo di fianco al suo nuovo dito artificiale, per paragonarli. Erano identici, se non fosse stato che uno, l’autentico, era cucinato e si era ristretto. Sua madre ha mandato un sospiro, per segnalare il dispiacere che però non provava, ha scosso la testa e con la sua tecnica ha strizzato le ghiandole che inumidiscono gli occhi. “Micino, dai! l’hai sempre mangiata”».

Il comportamento della madre può essere quello di chi, non sapendo come affrontarle, cerca di non dare peso alle stranezze del figlio, ma Andrea è sicuro: «Sì, l’avevano sostituito, ma lui usava la nuova mente a loro danno». Così si dice, fiero, indomito, finalmente padrone della sua vita: l’annodare indizi con indizi formando un disegno tanto arzigogolato e paranoico gli procura un sentimento di onnipotenza. Capire, solo così potrà sentirsi sé stesso, o almeno qualcosa. La ricerca di senso diviene una necessità e non il pretesto per un’esplorazione, impedendogli ab origine di trovarsi.

Le elucubrazioni si fanno sempre più fantasiose («Ah, era così dunque! Quell’invertebrato mostro marino, quel calamaro gigante, venuto su dagli abissi dell’anima, era sua madre!»), i misteri più aggrovigliati.

È vero, da qualche tempo accadono cose strane: la sua simbiotica mamma esce dal bagno profumata e passa le serate in riunione col ragioniere del piano di sopra. Discutono, dice, dei tanti problemi del condominio. Qualcosa non torna. Ma quel che pare sotto gli occhi di tutti per Andrea è tabù. Non lo vuole, non lo può vedere e continua caparbio a costruirsi la sua ossessiva spiegazione parallela.

O meglio, questa parrebbe l’interpretazione più ovvia dei fatti narrati da Andrea in terza persona. Ma nei racconti ogni cosa è possibile e Cavazzoni, astuto e sottile, non offre sufficienti elementi che ci permettano di confermarla. Si mantiene in equilibrio su un’improbabile plausibilità delle tesi del ventiduenne. E se avesse ragione lui? E se ci fosse davvero un vasto complotto? Il dubbio resta fino alla poetica e sorprendente fine del romanzo.

La madre assassina

Ermanno Cavazzoni

La nave di Teseo, Milano,
pagg. 176, € 18

Exit? La foto che pubblichiamo in questa pagina è tratta da Skrei. Il viaggio, emozionante libro fotografico di Valentina Tamborra (in uscita il 1 novembre, a cura di Roberto Mutti, con un'introduzione di Nicola Gardini, e testi di Mutti e Tamborra, Silvana Editoriale, pagg. 144, € 28). Da Roma e Venezia fino alle Isole Lofoten, racconta la storia avventurosa del navigatore quattrocentesco Pietro Querini. Una storia di migrazioni di pesci e di uomini, di tradizioni e di scambi che intrecciano e tengono insieme il mondo di oggi. Il reportage è anche oggetto di una mostra, che si terrà allaFondazione Stelline di Milano, dal 3 al 22 novembre

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