Cassazione

Villa venduta per non mantenere il figlio? La sola domanda di assegno blocca l’efficacia dell’atto

Anche in assenza di un provvedimento giudiziale, l’istanza per ottenere il mantenimento è sufficiente per l’inefficacia dell’atto

di Patrizia Maciocchi

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(Adobe Stock)

Anche in assenza di un provvedimento giudiziale, l’istanza per ottenere il mantenimento è sufficiente per l’inefficacia dell’atto


2' di lettura

L’idea di spogliarsi della proprietà per non pagare gli alimenti al figlio, non raggiunge lo scopo se l’altro genitore ha già fatto la domanda di mantenimento. Un passo sufficiente ad ottenere la revocatoria dell’atto di compravendita, senza che sia necessario un provvedimento del giudice a riconoscimento del credito. Nè è necessario provare che l’acquirente abbia partecipato all’atto di frode in danno ai creditori: basta che il terzo sia stato consapevole del pregiudizio creato alla madre e al figlio. La Corte di cassazione (sentenza 25857) accoglie il ricorso della madre e del ragazzo, contro la decisione della Corte d’Appello di negare la simulazione assoluta della vendita di una villa di proprietà del padre, e di affermare la revocatoria. La richiesta dei ricorrenti era giustificata dal mancato rispetto da parte del padre del ragazzo degli obblighi di mantenimento del figlio, qualificato come naturale perché nato da una lunga convivenza more uxorio, prima della legge sulle unioni civili.

Non serve il provvedimento del giudice

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Per la Corte d’Appello la revocatoria non era possibile per più ragioni. Mancavano le prove della simulazione assoluta, e anzi era dimostrata la volontà delle parti di mettere in atto il negozio. Nessuna traccia neppure della partecipazione dolosa nella frode ai creditori da parte dell’acquirente. In più, per la Corte territoriale, il credito non si poteva considerare ancora sorto al momento dell’atto perché in quel tempo era stata solo presentata la domanda per l’assegno. Eccezioni che la Cassazione smonta. Per la Suprema corte i giudici di seconda istanza hanno sbagliato a ritenere che il credito si possa considerare sorto solo in virtù di un provvedimento giudiziale, escludendo dunque che bastasse la domanda. Una conclusione raggiunta basandosi su un precedente della Cassazione (sentenza 5618/2017) con il quale si era esclusa la legittimazione dell’azione revocatoria per chi aspirava ad un assegno di mantenimento prima del provvedimento presidenziale. Ma il caso è differente da quello esaminato, per due ragioni. La decisione citata era riferita al diverso istituto dell’assegno correlato ad un procedimento di separazione tra coniugi e mancava l’elemento soggettivo del terzo.

Figli da mantenere per il solo fatto di averli generati

Nello specifico pesa il principio generale secondo il quale l’obbligo dei genitori di mantenere la prole scatta per il solo fatto di averla generata. A prescindere da qualunque decisione del giudice al riguardo. La domanda con la quale uno dei genitori chiede la condanna dell’altro al pagamento dell’assegno per il figlio va quindi accolta «in assenza di espresse limitazioni, con decorrenza dalla data della sua proposizione e non da quella della sentenza». E questo perchè «i diritti e i doveri dei genitori verso la prole, salve le implicazioni dei provvedimenti relativi all’affidamento, non subiscono alcuna variazione a seguito della pronuncia giudiziale, rimanendo identico l’obbligo di ciascuno dei genitori di contribuire, in proporzione delle sue capacità, all’assistenza ed al mantenimento dei figli». Per finire i giudici di legittimità chiariscono che, ai fini della revocatoria della compravendita, non è necessario dimostrare l’adesione alla frode del compratore. Basta la sua consapevolezza di pregiudicare le ragioni dei creditori.

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