TRAGUARDO

Vini toscani, l’export vola a quota un miliardo di euro nel 2019

Grazie alla crescita degli Stati Uniti (+2,2%), primo mercato estero di sbocco, ma anche di Canada, Svizzera, Giappone, Francia e Cina dopo lo scampato pericolo dei dazi Usa

di Silvia Pieraccini


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Nei primi nove mesi dello scorso anno l'export dei vini toscani è cresciuto del 6,6%

3' di lettura

Era il traguardo atteso da anni. E ora, per la prima volta, è raggiunto. Nel 2019 l'export di vini toscani ha toccato la soglia di 1 miliardo di euro (era 976,5 milioni nel 2018), grazie soprattutto alla crescita degli Stati Uniti (+2,2%), primo mercato estero di sbocco, ma anche di Canada, Svizzera, Giappone, Francia e Cina. Un risultato dal grande valore simbolico, che rafforza la Toscana sul podio delle regioni vinicole e - dopo lo scampato pericolo dei dazi Usa - dà la spinta per puntare alla seconda posizione, quella storicamente occupata dal Piemonte che ora è davvero a un soffio di distanza (l’inarrivabile Veneto invece veleggia oltre i 2 miliardi di export grazie al fenomeno-Prosecco).

I dati sull’intero 2019 non sono ancora ufficiali (l'Istat li diffonderà l'11 marzo) ma le stime vanno in questa direzione, soprattutto considerando che nei primi nove mesi 2019 l'export di vini toscani ha segnato 734 milioni (+6,6%): anche se le vendite estere dell'ultimo trimestre dovessero rimanere stabili rispetto allo stesso periodo del 2018 (288 milioni), il miliardo sarebbe comunque sfondato. Aggiungendo le vendite Italia, il fatturato del vino toscano – dominato dalle denominazioni di origine (56mila ettari iscritti a Doc e Docg su 59mila di superficie vitata), e dunque di qualità elevata - supera ora i 2 miliardi. Eppure, come sottolinea l’assessore toscano all'Agricoltura Marco Remaschi, «anche se il clima del settore nel complesso è positivo, resta qualche ombra da fugare». Nella lista delle cose da fare c'è il superamento delle divisioni tra denominazioni; la collaborazione di squadra per affrontare i mercati («senza lasciar fuori nessuno», dice l’assessore); l’ulteriore miglioramento della qualità e della promozione. E, fattore strategico per remunerare i produttori, l’aumento dei prezzi delle bottiglie che, a parte qualche caso, resta un obiettivo mancato.

Nel 2019 i principali consorzi di tutela della regione (Chianti, Chianti Classico, Morellino, Brunello, Bolgheri, Nobile e Vernaccia), interpellati dal Sole24Ore, segnalano di aver venduto un numero di bottiglie in linea con l'anno precedente (+1% il Chianti e il Chianti Classico; -2% il Morellino; +0,5% il Brunello; +0,3% il Nobile; +0,9% la Vernaccia), eccetto il Bolgheri che ha registrato +7,3% (arrivando a 7,3 milioni di bottiglie) abbinato a un +8% nei prezzi, qualificandosi dunque come la denominazione-superstar. L’unico altro aumento dei prezzi è rilevato dal consorzio del Nobile di Montepulciano (+3%). I dati Ismea - contenuti nel report commissionato dalla Regione Toscana e presentato pochi giorni fa in occasione delle Anteprime dei consorzi “minori” alla Fortezza da Basso di Firenze - confermano questo trend: l’export di vini toscani fermi Doc e Docg nel 2019 ha segnato +3% in volume con valori rimasti vicini a quelli del 2018, e dunque con prezzi in leggera flessione (sui quali può aver influito l'uscita in commercio di un’annata considerata non eccellente come il Brunello 2014).

I consorzi sono al lavoro per invertire questo andamento. «In Italia l’anno scorso i prezzi del vino Chianti sono cresciuti del 7% - afferma il presidente del consorzio, Giovanni Busi, riferendosi al mercato domestico che vale circa un terzo del totale (30 milioni di bottiglie su 88,3) - e negli ultimi sette anni l'aumento sugli scaffali della grande distribuzione è stato del 33%». Il Chianti, la più grande denominazione della Toscana, è seconda per quantità solo all'Igt Toscana (98,2 milioni di bottiglie vendute nel 2019) che però è una indicazione geografica-cappello che abbraccia l'intero territorio regionale e «vini da 1 a 100 euro» come spiega il presidente del consorzio vino Toscana, Cesare Cecchi, che ora punta al riconoscimento del consorzio. Una politica mirata sull’alto di gamma è quella imboccata dal consorzio del Chianti Classico, 34 milioni di bottiglie: «Sono sempre di più i produttori che scelgono di fare vini delle nostre due tipologie ‘premium', Riserva e Gran selezione, che hanno maggiore remuneratività», spiega il presidente Giovanni Manetti, aggiungendo che nell'ultimo anno la Gran selezione ha visto aumentare le quotazioni del 15% e che l'uva della vendemmia 2019 ha visto aumentare i prezzi del 10%».

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