ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùviticoltura

Vino, consumi dimezzati. Verso distillazione e tagli alla produzione

Bene solo l’online. Con il lockdown di bar e ristoranti le cantine sono rimaste piene. I produttori chiedono aiuti e riduzione Iva

di Giorgio dell'Orefice

default onloading pic
Nelle cantine sono rimasti 54 milioni di ettolitri di vino

Bene solo l’online. Con il lockdown di bar e ristoranti le cantine sono rimaste piene. I produttori chiedono aiuti e riduzione Iva


5' di lettura

Il lockdown non ha fatto per niente bene al vino italiano come qualcuno si è affrettato a credere. Certo sono aumentati gli acquisti online (saliti da un 20 al 25% dei consumatori) e dal nulla è nata una quota del 9% di italiani che ha effettuato aperitivi a distanza, ma per oltre il 50% i consumi sono rimasti invariati e soprattutto il 30% degli italiani ha bevuto meno vino.

È quanto è emerso da un’indagine dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma diffusa ieri e che ha sottolineato ancora una volta come il “tappo” dovuto al lockdown della ristorazione stia ingessando il vino europeo. Risulta infatti senza sbocco di mercato il 30% in volume e il 50% in valore della produzione vitivinicola Ue. La stima è del Ceev, l’organizzazione delle imprese europee del vino ed è stata presentata nei giorni scorsi a Bruxelles per supportare la richiesta di aiuti straordinari.

Il lockdown dei ristoranti costa caro
Una valutazione che getta un’ombra sui prossimi mesi perché senza una progressiva ripresa almeno delle esportazioni (frenate dallo stop anche della ristorazione estera) e con giacenze che secondo i dati del ministero delle Politiche agricole al 31 marzo sono a quota 54 milioni di ettolitri (nelle cantine c’è un volume pari all’intera produzione di un anno) la prossima vendemmia rischia di non essere più, come è sempre stata, una festa, per trasformarsi in una vera iattura. Gli stock di vino esploderebbero e i prezzi nel giro di pochi giorni crollerebbero in picchiata.

Completamente out il canale di bar e ristoranti, molto rilevante sotto il profilo del fatturato considerato il prezzo medio più elevato rispetto alla grande distribuzione. Negli ultimi giorni tra i ristoratori si è registrata una significativa iniziativa: con locali sbarrati e cucine che lavorano per il delivery, alcuni hanno provato ad aprire le porte delle proprie cantine per vendere ai privati bottiglie pregiate e alleggerire il magazzino.

Un piccolo segnale ma che, come i pur positivi dati sulle vendite online di vino, non può certo invertire il senso del disastro per le cantine italiane dovuto allo stop a bar e ristoranti.

La crisi dell’enoturismo
Senza dimenticare il crollo del turismo e quindi dell’enoturismo. Un segmento cresciuto molto negli ultimi anni e che oggi conta circa 25mila cantine in Italia aperte al pubblico. Aziende che registrano per le sole vendite dirette un giro d’affari di oltre 2 miliardi di euro l’anno. Un canale di vendita alternativo a quelli convenzionali che ha fatto inoltre da volàno per lo sviluppo di un significativo indotto nella ricettività e nella ristorazione. «Un universo che al momento è semplicemente cancellato – ha denunciato la produttrice Donatella Cinelli Colombini, da sempre molto attiva sull’enoturismo e promotrice tra l’altro della manifestazione Cantine aperte – facendo così venir meno una importante fonte di liquidità per le imprese oltre che una leva di sviluppo per i territori».

Coronavirus, ecco come mangeremo al ristorante

Le misure chieste dagli operatori
In questo quadro a tinte fosche per il principale comparto dell’agroalimentare italiano ma anche europeo l’associazione degli industriali Ue ha avanzato un pacchetto di misure che puntano sul congelamento dei fondi non spesi del bilancio Ue e destinati al vino (con le Ocm di settore). «Per sostenere il recupero dei mercati – ha detto il segretario del Ceev, lo spagnolo Ignacio Sànchez Recarte – chiediamo ulteriore flessibilità per i programmi di promozione, un’Iva ridotta temporanea per i prodotti vitivinicoli e l’adozione di un quadro moderno per la vendita a distanza»

«Un’Iva ridotta temporanea – ha aggiunto il direttore di Federvini, Ottavio Cagiano – favorirebbe anche il canale della ristorazione che prima o poi dovrà ripartire, mentre sul fronte delle vendite online si potrebbe cogliere l’occasione per un’armonizzazione fiscale almeno in Europa. Oggi la mancanza di misure compensative tra i Paesi confina le vendite online nei singoli mercati nazionali. Un vero peccato».

Distillazione delle scorte
Intanto a livello nazionale si lavora su misure in grado di favorire l’equilibrio di mercato. «Premesso che la richiesta di congelare i fondi Ocm non spesi non è percorribile – spiegano al ministero delle Politiche agricole – perché è una soluzione consentita per le risorse dello sviluppo rurale ma non per i fondi Ocm, per i quali occorrerebbe una modifica del Trattato.

Ciò che invece è in dirittura d’arrivo è una distillazione di crisi con fondi Ue per circa 50 milioni di euro per ritirare dal mercato tra i 2,5 e i 3 milioni di ettolitri. Una cifra pari al 5-6% delle giacenze in cantina e che consentirà così di alleviare la pressione dell’offerta sostenendo i prezzi. Una misura efficace e che sarà poi completata da una vendemmia verde facoltativa (taglio e distruzione dei grappoli in campo prima della maturazione, ndr) per la campagna 2020-21. Un pacchetto di misure che ci auguriamo possano sostenere il settore in questa pesante crisi».

Diminuzione della produzione
Distillazione, vendemmia verde, riduzione delle rese produttive. Tutte misure che sembrano le uniche strade percorribili in questa fase di cortocircuito del mercato del vino, stretto tra giacenze e nuova vendemmia all'orizzonte da un lato, e una domanda fiacca dall’altro.

L’obiettivo è cercare di ridurre la pressione dell’offerta sui prezzi. Ma per un produttore l’ipotesi di distruggere il prodotto o di non produrre resta sempre molto difficile da digerire. Ed equivale alla richiesta di vanificare parte degli investimenti e soprattutto del lavoro effettuato durante l’anno.

Il parere dei big del settore
«La situazione è molto complicata – dice Albiera Antinori, ceo della Marchesi Antinori, prima cantina privata italiana – e finché non riparte la ristorazione siamo in grande difficoltà. Perché le aziende, e penso soprattutto a quelle più piccole e meno strutturate, hanno i costi della gestione dei vigneti ma non hanno incassi.Quindi, al pari di altri settori che sono chiusi, noi siamo aperti ma abbiamo gli stessi problemi di liquidità».
E poi c’è il tema dello stoccaggio: «Con le cantine piene rischia di non esserci spazio per la nuova produzione. Ci sono diverse opzioni sul tavolo – continua Antinori – anche se vedo meglio la distillazione che consente di ridurre gli stock in cantina e al tempo stesso fornire una minima liquidità alle imprese rispetto a ipotesi come la vendemmia verde o la riduzione delle rese produttive. Ha senso ridurre a priori la produzione targata 2020 che sarà venduta sul mercato tra minimo un anno e mezzo o due? Siamo certi che per quel tempo il mercato non sia ripartito?».

«Siamo stati tra i promotori della richiesta di distillazione – spiega Luca Rigotti, responsabile vitivinicolo dell’Alleanza delle cooperative italiane (da cui dipende oltre il 50% della produzione di vino made in Italy) – come pensiamo possa aiutare la vendemmia verde e una riduzione delle rese produttive a partire dai vini da tavola e varietali (quelli senza indicazione geografica e prodotti da un solo vitigno tipo Chardonnay o Merlot ndr). Ma bisogna pensare alla ripartenza e mettere in piedi una grande azione promozionale istituzionale dedicata ai mercati esteri sul vino italiano senza distinzione tra tipologie e aree geografiche. Serve una terapia d’urto per riconquistare i mercati».

«Io vedo la distillazione come un’opportunità per ripulire le cantine del prodotto di minore qualità – spiega Lamberto Frescobaldi, presidente della Marchesi Frescobaldi – e quindi è una misura positiva. A mio giudizio le maggiori perplessità riguardano la riapertura della ristorazione. Le misure di sicurezza delle quali si parla mi sembrano così stringenti che molti faranno davvero fatica. Davvero meglio restare chiusi e attendere quando la situazione sul fronte della sicurezza sanitaria sarà migliorata».

Per approfondire:
Vino, la fascia alta soffre di più la chiusura dei ristoranti: a rischio 2,8 miliardi
Fatturato dei big del vino: dopo un buon 2019, rischio Covid per il 2020

Riproduzione riservata ©
  • default onloading pic

    Giorgio dell’OreficeVicecaposervizio

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: agricoltura, agroalimentare, made in Italy, vitinicoltura, olio

Per saperne di più

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...