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Violenza domestica, la marcia indietro della vittima sulle accuse non ferma la condanna

Se ci sono concreti elementi per credere che la querela sia stata ritirata per timore o condizionamenti socio-culturali, il procedimento procede. Non basta il sospetto delle pressioni ma non serve neppure il “test” dell’oltre ogni ragionevole dubbio

di Patrizia Maciocchi

(releon8211 - stock.adobe.com)

2' di lettura

La presenza fissa di un uomo in aula guardato con timore dalla vittima, che finisce per ritrattare le accuse, dopo aver già ritirato la querela. È uno degli elementi concreti che ha indotto i giudici a credere alla prima versione dei fatti: una storia di violenze domestiche ripetute da parte del marito, alla presenza dei figli minori a danno di una giovane donna bengalese. La Corte di cassazione (sentenza 31373) respinge il ricorso dell’uomo, che contestava una condanna costruita malgrado la moglie avesse fatto crollare tutto il castello di accuse che gli aveva mosso, supportato anche da un paio di denunce per violenze, una delle quali fatta dopo, la remissione della querela. La Suprema corte chiarisce che il procedimento per le violenze domestiche non si ferma solo perchè la vittima si rimangia la versione originaria. La marcia indietro non basta se ci sono concreti elementi per credere che il “ripensamento” sia il frutto di intimidazioni o di condizionamenti dell’ambiente socio culturale, nel quale la persona maltrattata vive. Ma i giudici vanno oltre. E chiariscono quando è il caso di parlare di elementi concreti.

Le “spie” del condizionamento

Per affermare che la ritrattazione non è spontanea non bastano i sospetti - spiega la Cassazione - ma non è neppure necessario superare il “test” dell’oltre ogni ragionevole dubbio. Il procedimento incidentale, volto alla verifica delle ragioni che hanno indotto la vittima a tornare sui suoi passi, deve basarsi su parametri di ragionevolezza e persuasività. Un ambito nel quale rientra «qualunque elemento che sia sintomatico della intimidazione del teste, purché sia connotato da precisione, obiettività, e significatività». Nel caso esaminato i giudici avevano valorizzato una serie di circostanze. Ad iniziare dalla presenza fissa di un uomo nell’aula, che guardava la donna che aveva denunciato le violenze e lei, sua volta, rivolgeva verso di lui sguardi carichi di timore. C’è anche la stessa riluttanza della teste ad identificare il soggetto “disturbatore” indicato prima come il fratello, poi come un amico. Ancora una presenza condizionante nella vita della vittima era una sorta di mediatore nei conflitti familiari: un’autorità morale nella comunità di appartenenza bengalese.

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In questo contesto si inserivano anche le denunce per violenze e la volontà della vittima di non disgregare, malgrado tutto, la famiglia, anche per paura di un’escalation negli atti violenti da parte del marito. Per la Cassazione basta per affermare il condizionamento e confermare la condanna.

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