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Violenza di genere, rivisti i requisiti dei centri antiviolenza e delle case rifugio

Via libera della Regioni ai nuovi criteri fissati dalla ministra Bonetti per le strutture dedicate alla protezione di donne e minori

di Marco Mobili

(Tinnakorn - stock.adobe.com)

5' di lettura

Sono circa 30.000 l'anno le donne accolte nei centri antiviolenza e poco meno di 2.000 sono invece quelle accolte nelle Case Rifugio, istituite nell’estate del 2013 e ora oggetto di revisione dei requisiti minimi necessari ai fini dell’accreditamento tra le regioni. Giovedì 15 settembre il Governo ha incassato il via libera dei Governatori alla nuova intesa sulla revisione di questi criteri fissati dalla ministra per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti.

Nel nuovo testo dell’intesa viene rivista e ampliata ala definizione dei Centri antiviolenza, cosiddetti Cav, delle Case rifugio così come il ruolo di comuni e regioni, nonché quello delle associazioni e delle organizzazioni del terzo settore che operano secondo i criteri fissati dal nuovo Codice. Ecco allora come funzioneranno i Cav alla luce della nuova intesa che riscrive in larga parte quella del novembre 2014.

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Come cambiano i Cav

Nella nuova definizione di Centro antiviolenza entrano elementi nuovi quali rispetto delle riservatezza e anonimato. Non solo. I servizi di prevenzione, erogati a titolo gratuito, a tutte le donne vittime di violenza maschile o che sono esposte a tale rischio, dovranno essere in linea con i criteri e le finalità indicate dalla Convenzione di Istanbul adottata dal Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.

I Centri, inoltre, avranno un ruolo centrale anche sulle dinamiche strutturali da cui origina la violenza maschile, violenza che provoca o può provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica. Con la nuova intesa viene anche specificato quale dovrà essere il nuovo ruolo che potranno avere i Cav nella fuoriuscita dalla violenza. Secondo gli ultimi dati riportati in un convegno di studi organizzato dall’Istat nella primavera del 2022 solo 15mila donne che si sono rivolte ai Cav inizia un percorso di uscita dalle violenze e solo il 20% di queste lo conclude in un anno.

Anche per questo nella nuova definizione di Cav trovano posto anche i criteri che i centri dovranno seguire per la fuoriuscita dalla violenza. Dovranno adottare metodologie di accoglienza basata sulla relazione tra donne e soprattutto senza mettere in atto discriminazioni di età, etnia, provenienza, cittadinanza, religione, classe sociale, livello di istruzione, livello di reddito, abilità, o altre discriminazioni.

La gestione anche tra pubblico e privato

Secondo le nuove indicazioni i Cav sono gestiti, nel rispetto di tutti i requisiti previsti dalla nuova intesa, da associazioni e organizzazioni già attive nel sostegno e nell'aiuto
alle donne vittime di violenza, e che hanno maturato esperienze e competenze professionali specifiche in materia di violenza contro le donne.

O ancora da enti pubblici ed enti locali, in forma singola o associata, che però dovranno avvalersi delle prestazioni di operatori professionali. Dovrà essere favorito il partenariato pubblico privato.

Le amministrazioni pubbliche, infatti, dovranno favorire il ricorso agli istituti previsti Codice del Terzo settore come la co-progettazione, la co-programmazione ed il parternariato con le associazioni e le organizzazioni già attive sul fenomeno proprio per valorizzare il modello di amministrazione condivisa. Per associazioni e organizzazioni già operanti nel settore si intendono, secondo la nuova intesa Stato-Regioni, quelle che sono registrate nel Registro unico nazionale del Terzo settore come registro telematico istituito al ministero del Lavoro.

Nel loro statuto dovranno avere da almeno cinque anni gli scopi del contrasto alla violenza maschile e di genere, del sostegno, della protezione e del supporto delle donne che hanno subito o subiscono violenza e dei figli.

Oltre allo statuto dovranno però anche dimostrare di possedere una consolidata esperienza quinquennale nell’attività di contrasto alla violenza maschile sulle donne. Inoltre dovranno perseguire statuariamente, in modo esclusivo o prevalente, le attività di prevenzione e contrasto alla violenza maschile, valutate anche in relazione alla consistenza percentuale delle risorse destinate in bilancio.

I servizi dei Centri antiviolenza

I Cav devono essere accessibile cinque giorni alla settimana e in «modalità ibride», ossia telefono e online, tutti i giorni festivi inclusi 24 ore su 24. A titolo gratuito, come già accade ora, devono assicurare a titolo gratuito colloqui telefonici, online e/o incontri in presenza, le le prime informazioni utili alla donna rispetto al percorso che può intraprendere con il Centro e ai suoi diritti rispetto alla legge.

Inoltre deve garantire sostegno, accoglienza e accompagnamento alle donne in situazioni di violenza attraverso colloqui strutturati volti a co-costruire un percorso personalizzato di fuoriuscita dalla violenza e in termini di supporto psicologico il Cav deve dare sostegno nell'elaborazione del vissuto violento attraverso percorsi individuali o tramite gruppi di auto mutuo aiuto, anche utilizzando le strutture ospedaliere, i presidi sanitari di base ed i servizi territoriali aventi personale adeguatamente formato.

In termini di aiuto legale deve esserci il supporto sia sul civile che sul penale, su immigrazione e lavoro e garantito l’accesso al gratuito patrocinio. Inoltre ci deve essere un necessario raccordo anche con le Case rifugio, ossia quelle strutture dedicate a indirizzo riservato o segreto che ospitano gratuitamente le donne e i loro figli minori che si trovano a vivere situazioni di violenza e che devono essere allontanate per motivi di sicurezza dalla loro abitazione.

Genitorialità, lavoro e casa, le tre priorità

Tra le novità introdotte con l’intesa Stato-Regioni anche il raccordo che il Cav dovrà mettere in campo, con il consenso della donna, tra il centro e i servizi territoriali per la tutela dei minori e il sostegno alla genitorialità, quello con i servizi sociali e i centri per l’impiego così da poter individuare percorsi di accesso al lavoro in grado di assicurare autonomia economica e l’orientamento al lavoro. Con gli enti locali e le agenzie, inoltre, sarà compito del Cav procedere con la stipula di convenzioni e protocolli a garantire anche un’autonomia abitativa alla vittima di violenze.

Potenziata l’attività in rete

I centri antiviolenza avranno un ruolo sempre maggiore nel funzionamento delle reti territoriali interistituzionali antiviolenza chiamate a garantire alle donne e ai loro figli protezione sociale.

Il Cav dovrà partecipare alle reti territoriali antiviolenza e dove non esistono dovrà contribuire a promuoverne la creazione per assicurare alle donne e ai loro figli adeguate informazioni, una protezione e il raggiungimento dell'autonomia economica, lavorativa e abitativa.

Il centro dovrà anche sensibilizzazione la conoscenza sul tema della violenza maschile contro le donne, a livello territoriale, anche con percorsi scolastici dedicati. Un ruolo importante per far rete sarà quello nella formazione di operatrici qualificate che a vario titolo entrano in contatto con le donne in situazioni di violenza, anche per evitare fenomeni di vittimizzazione secondaria.

L’esperienza maturata a livello territoriale sarà, inoltre, un altro elemento principale per individuare il Centro in grado di fare rete. Alla rete non potranno comunque far parte i centri privi dei requisiti fissati dalla nuova intesa e non riconosciuti dalle Regioni, anche attraverso appositi albi ed elenchi regionali e/o procedure di accreditamento regionale.

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