Musica

Virilmente Addormentata

di Marinella Guatterini

. «La bella addormentata» di Jean Guillaume Bart

3' di lettura

Trema un’altra volta il terreno sempre friabile delle Fondazioni musicali munite di Corpo di Ballo. Non per i mirabolanti salti del Sacre du printemps in una raccomandabilissima Serata Stravinskij al Teatro alla Scala, o per le veementi minacce di una Carabosse fascinosa nella Bella addormenta del Balletto dell’Opera capitolina, bensì per il licenziamento dei danzatori dell’Arena di Verona. Il botteghino più ricco d’Italia collassa e la soluzione è il licenziamento dei pochi, residui, ballerini? Quando i teatri o i relativi comparti danzanti non funzionano il rimedio c’è: cambiare le pedine. Tutte, magari poco alla volta ma senza sopprimere i contenitori: orchestra, coro, ballo…

A Roma, la scelta di Eleonora Abbagnato ha portato con sé plausi, esauriti e tournée all’estero e in casa. La direttrice, ancora étoile del Balletto dell’Opéra di Parigi, ama premiare i suoi giovani danzatori (altro che licenziamenti...) e lodi ed encomi caricano ogni batteria, e spronano a scalare anche le vette più impervie. Volteggiare in un classico del repertorio cajkovskiano come La Bella addormentata, sostanziosa favola a tutti nota, ma solo a San Pietroburgo, nel 1890, grazie all’ingegno di Marius Petipa, trasformata in effervescenza virtuosistica del balletto sulle punte, è un’impresa ardua. Affidandola a Jean Guillaume Bart, professeur e coreografo francese, la Abbagnato non ha preso scorciatoie: sapeva che il suo ex-collega ne avrebbe fatto un balletto “alla Nureyev”, cioè con sfinenti parti solistiche maschili, senza accorciare la lunga e distesa narrazione in un prologo e tre atti, con pantomima. E voilà dal cappello magico della direttrice è spuntato un nuovo Primo ballerino, nominato all’indomani del debutto: è Claudio Cocino, il principe della favola dal nome sognante, Desiré.

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Nobile e distinto nel suo corpetto di velluto viola su calzamaglia dello stesso colore (per nulla sfavorevole la tinta bandita da teatro... dunque), egli compare nel secondo atto, e qui guida un drappello di sudditi settecenteschi. S’annoia e traccheggia prima dell’apparizione della Fata dei Lillà (dolcemente soporifera, Marianna Suriano non s’impone) e con lei di Aurora, la sua futura sposa, qui solo evocata entro uno stuolo di driadi in abito lungo: strano, quasi preraffaellita. Con la delicata Iana Salenko dal movimento lieve e gentile - è l’ospite ucraina dello Staatsballet di Berlino chiamata a fare da protagonista -il principe consuma un nutrito secondo atto: uno dei più danzati che si siano mai visti in una versione tradizionale, non priva di citazioni fuorvianti, tipo la navetta, a forma di enorme cigno, destinata a portare principe e fata dalla giovane da baciare e svegliare.

Bart si prende altre libertà, come in genere fa ogni ricostruttore: inventa un antefatto al prologo per spiegare (ma è davvero necessario?) la cattiveria di Carabosse. La fata della maledizione della spina (impavida, Annalisa Cianci) sarebbe stata cacciata dai suoi territori dal re e babbo di Aurora! Il coreografo trasforma questa Malvagia, sin dall’inizio in odore di vendetta, in una bellissima donna (di solito è imbruttita, o è uomo en travesti) con seguito di mostri astiosi. Comparendo e scomparendo per farsi alter ego della fata buona dei Lillà, costei corre dietro alle visioni in dialogo tra cigno bianco e nero del Lago dei cigni, evidente ossessione di Bart. Tutto così si sposta cronologicamente in avanti verso il 1895... chissà perché.

Dentro il raffinato padiglione scenografico creato da Aldo Buti ai tempi della direzione di Carla Fracci, tra veli che solo accennano alla selva intricata ove metaforicamente dorme per cento anni la Bella, la danza che si vede è lenta, non sempre precisa - ad esempio nelle cinque Fate di contorno, a eccezione di Violante, la fata del potere -, ma si carica con il passare degli atti e giunge - con le pietre preziose e il divertissement - a una buona marcia d’insieme. Ammirando i magnifici costumi, sempre di Buti, che trascolorano dal bianco al rosso per tornare al bianco del finale - il secondo atto è a sé e ha colori scuri - fluisce morbida anche la pantomima. La regina madre, assai soave, cullerà quell’Aurora capace di un Adagio della Rosa, clou nel primo atto, molto preciso, ma senza attitudes lungamente sostenute tra i brevi appoggi dall’uno all’altro dei quattro pretendenti alla sua mano. Sarà però il purissimo grand pas de deux classique a slanciare, grazie al principe ormai marito, la gentilezza di Aurora. Una Bella -balletto garbata, pacatamente francese, con qualche scricchiolio d’orchestra nel cambio sul podio.

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