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Virus, farmaceutica e biotech del Lazio al lavoro sul vaccino

Dalla Janssen di Latina a Takis ed Evvivax a Roma si punta a un vaccino p ronto alla sperimentazione. ReiThera attende l'ok per il test sugli animali. In prima linea Advent (Irbm)

di Ernesto Diffidenti

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Negli stabilimenti farmaceutici e nei laboratori della regione, concentrati alle porte di Roma si lavora senza sosta a studiare una possibile profilassi e un possibile vaccino da sperimentare

Dalla Janssen di Latina a Takis ed Evvivax a Roma si punta a un vaccino p ronto alla sperimentazione. ReiThera attende l'ok per il test sugli animali. In prima linea Advent (Irbm)


3' di lettura

La corsa contro il tempo per mettere a punto armi capaci di contrastare il coronavirus è scattata in tutto il mondo. L’obiettivo è creare un vaccino in grado di frenare la diffusione della malattia. E se l’attesa appare ancora lunga, considerando i tempi necessari per la sperimentazione su animali e uomo e poi per la produzione, i laboratori sono in fermento. Anche nel Lazio dove l’industria farmaceutica è in prima linea nella lotta contro il coronavirus. Negli stabilimenti e nei laboratori concentrati alle porte di Roma si lavora senza sosta a studiare una possibile profilassi.

Takis ed Evvivax, sono due aziende biotecnologiche presenti nel parco scientifico di Castel Romano, che hanno costruito un vaccino pronto alla sperimentazione. «L’autorizzazione arriva dal ministero della Salute – spiega il Ceo, Luigi Aurisicchio - e rappresenta il primo passo per portare il vaccino all’uso umano». I primi risultati della sperimentazione pre-clinica saranno disponibili «già ad aprile».

«Se i risultati saranno soddisfacenti –aggiunge Aurisicchio - il vaccino potrebbe essere testato sull’uomo nel prossimo autunno». Takis, tuttavia, ribadisce l’importanza di finanziare questa ricerca e, in assenza di finanziamenti pubblici, è partita una raccolta fondi finalizzata «a raccogliere velocemente la somma necessaria per accedere alle fasi successive del vaccino, ossia la preparazione su larga scala e l'esecuzione dello studio clinico».

Un’altra azienda italiana, la ReiThera, con sede sempre a Castel Romano, attende in aprile il via libera per i test sugli animali del vaccino basato su un adenovirus degli scimpanzé reso inoffensivo e trasformato in una navetta che trasporta la sequenza genetica della proteina spike, ossia l’arma che il coronavirus utilizza per invadere le cellule del sistema respiratorio umano. Iniettato per via intramuscolare, il vaccino stimolerebbe la produzione di anticorpi e l’attività delle cellule immunitarie.

Reithera si è messa al lavoro appena un mese fa per tentare di trovare il vaccino contro il nemico invisibile che sta mettendo in crisi il pianeta. «Abbiamo completato la fase pre-clinica del vaccino – spiega la biologa Antonella Folgori, amministratore delegato e cofondatrice della Reithera – e siamo pronti per testarlo sugli animali. Se riusciremo ad andare spediti a maggio avremo 10mila dosi da poter testare sull’uomo, magari anche in categorie più esposte come il personale sanitario, se l'emergenza lo dovesse richiedere».

Sempre nel Lazio, Irbm Science Park, società con base a Pomezia, sta collaborando, attraverso la sua divisione vaccini Advent, con lo Jenner Institute dell'Università di Oxford (Regno Unito), per preparare le dosi necessarie ai test sugli animali. La sperimentazione sarà condotta in Gran Bretagna.

«Il vaccino si basa su un adenovirus che viene modificato e reso innocuo – spiega Stefania Di Marco, a capo dell'equipe di ricerca Advent - . All'interno di questo adenovirus viene inserito un pezzo di Dna che corrisponde alla proteina di superficie del Coronavirus. Quindi non lavoriamo con il virus ma con un pezzo di Dna sintetico che viene reso innocuo e che funziona come molecola contenitrice». Le fasi di produzione del vaccino sono due: una prima in cui il vaccino è prodotto in un sistema cellulare in vitro e poi una fase di purificazione che sfrutta quello che viene chiamato un supporto cronomatografico. «Lo scopo della purificazione - continua Di Marco - è riuscire a rimuovere dal nostro vaccino tutti i possibili contaminanti e ottenere così un prodotto puro. Il prodotto deve essere testato per comprendere il tipo di concentrazione cioè quante molecole di vaccino sono presenti in un determinato flacone».

Avvantaggiata dall’esperienza fatta per precedenti epidemie, anche la farmaceutica Janssen, con sede a Latina, controllata della multinazionale Johnson&Johnson, ha iniziato a sviluppare un vaccino contro il coronavirus. Per realizzarlo sfrutterà le stesse tecnologie usate nello sviluppo e nella produzione di quello contro l’Ebola, già in uso in Congo, e per i candidati vaccini contro Zika, Hiv e virus respiratorio sinciziale (Vrs). Ha inoltre avviato una collaborazione per sottoporre a screening una gamma di terapie antivirali, già autorizzate per altre malattie, che potrebbero rivelarsi efficaci per aiutare i pazienti a sopravvivere all'infezione e a ridurre la gravità nei casi non letali. «Le aziende - spiega il presidente di Farmindustria e di Janssen Italia, Massimo Scaccabarozzi -sono pronte a mettere in campo le proprie conoscenze. Vista la situazione di particolare emergenza, ci auguriamo quanta più collaborazione possibile, sia tra ricerca pubblica e ricerca privata, sia tra aziende stesse, in termini di scambio di informazioni».

Un capitolo a parte è la ricerca di un test veloce che riconosca la presenza del coronavirus in un’ora, anziché nelle 4-6 oggi necessarie. Ebbene il test rapido per la diagnosi è stato messo a punto dall’azienda Diasorin di Saluggia (Vercelli), e sarà sperimentato nell’istituto Spallanzani di Roma e nel Policlinico San Matteo di Pavia.

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