BANCHE CENTRALI

Visco e la «voce sola» della Bce

Per il governatore le critiche estemporanee e postume dei membri del board rischiano di far prevale logiche nazionalistiche

di Rossella Bocciarelli


Bce: spinta monetaria finche' serve, ma ora chi puo' spenda

3' di lettura

Forse è arrivato il momento di fare un tagliando alle politiche di comunicazione e di trasparenza della Bce, per evitare cacofonie ex post dal sapore nazionalistico sulle decisioni prese, che rischiano di minare l’efficacia di politiche assunte collegialmente in seno al vertice di Francoforte.

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Sembra pensarla così il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che rispedisce al mittente le critiche espresse nei giorni scorsi da Jens Weidmann, Klaas Knot, François Villeroy de Galhau. Per non parlare delle rumorose dimissioni, anticipate di due anni rispetto al termine, dell’esponente tedesco del board Bce, Sabine Lautenschläger. Esternazioni e scelte che hanno dato l’impressione di dissensi profondi in seno all’Eurotower sulle analisi e sulle cose da fare in rapporto al pacchetto di misure annunciato da Mario Draghi al termine della riunione di settembre del Consiglio direttivo.

Peccato, però, che quei dissensi non risultassero cosi laceranti nella sede propria della discussione, cioè la riunione della Bce: vi sono state infatti, come spesso è accaduto, valutazioni diverse e alcune riserve sui singoli strumenti, ma l’intervento ha ricevuto l’approvazione della maggior parte dei membri del Consiglio, ha ricordato così il numero uno della banca centrale italiana. E da Lanciano - dov’è venuto per inaugurare una bellissima mostra fotografica su Raffaele Mattioli organizzata da Banca Intesa durante un convegno dedicato a Marcello De Cecco, un altro economista abruzzese scomparso nel 2016 - Visco ha tenuto a sottolineare che per Bankitalia «non vi sono motivi» per dubitare dell’efficacia complessiva di quelle misure.

Ha poi ha ricostruito puntigliosamente come si è arrivati a decidere il cocktail di politica monetaria espansiva che prevede accanto alla riduzione di dieci punti base del tasso d’interesse sui depositi delle banche presso l’eurosistema, la ripresa degli acquisti netti di attività finanziarie per 20 miliardi al mese, l’allentamento delle condizioni a cui saranno erogati i nuovi finanziamenti a medio termine delle banche, nonché il cosiddetto tiering, cioè l’introduzione di una remunerazione a tassi nulli anziché negativi di una parte della liquidità delle banche presso l'eurosistema.

Sono tutte scelte preparate da tempo che rispondono all’esigenza di fare fronte in modo adeguato al peggioramento del quadro congiunturale nell’intera eurozona. Infatti, negli ultimi mesi i segnali di rallentamento dell’economia si sono moltiplicati e l’analisi di chi un anno fa si attendeva che la debolezza economica sarebbe presto rientrata si è rivelata un’analisi sempre più ottimistica. In particolare, ricorda il governatore, il rallentamento della produzione industriale tedesca (e in minor misura di quella italiana) va considerato uno shock asimmetrico, perché alla lunga se l’industria si ferma si fermano anche gli altri settori dell’economia.

Se l’economia reale rallenta non c’è poi da sorprendersi che l’inflazione sia rimasta ben al di sotto del 2%, sottolinea Visco. Sottintendendo che nel campo reale la fiscal policy tedesca avrebbe potuto certamente fare di più. Infatti, il permanere così a lungo di tassi d’interesse negativi non dipende solo dalle scelte delle banche centrali, ma riflette una persistente debolezza di fondo dell’economia. Il Quantitative easing, quindi, è lo strumento più efficace e, in fondo, anche il più convenzionale, perché le operazioni di mercato aperto sono da sempre, secondo Visco, uno degli “attrezzi” usati dai banchieri centrali.

Soprattutto, il governatore batte sull’esigenza di agire con tempestività quando i tempi si fanno difficili: le brutte esperienze fatte con la crisi finanziaria globale e quella dei debiti sovrani hanno insegnato che in queste circostanze è l’eccesso di prudenza a essere controproducente, non l’audacia. Anche perché, se si ha una visione comune dell’Europa è necessario che la politica di bilancio agisca: chi ha margini per intervenire deve farlo, chi ha un debito pubblico elevato deve lavorare su una ricomposizione della spesa pubblica growth-friendly.

Quello che di certo non aiuta, invece «è il rischio che le posizioni di singoli membri del Consiglio, anche per il modo estemporaneo in cui sono enunciate, possano essere interpretate come espressione di prospettive o di interessi nazionali, piuttosto che dell’intera area». Nella Bce serve insomma più trasparenza sulle scelte: possibilmente, ex ante.

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