IL GOVERNATORE

Visco: Pil tornato ai livelli di 30 anni fa e non è solo colpa del Covid

Il reddito nazionale è tornato a livelli osservati all'inizio del 1993. In termini pro capite, il PIL è sceso ai valori registrati alla fine degli anni '80

Ignazio Visco (Ansa)

3' di lettura

Il pil pro capite italiano ha fatto un balzo all'indietro di 30anni e il motivo, spiega il Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco in un intervento all'Euroscience Open Forum (Esof) di Trieste, non è solo il collasso dell'economia dovuto alla pandemia, ma il fatto che dagli anni Novanta la crescita del Paese è stata debole. Nessun'altra grande economia avanzata ha registrato un balzo all'indietro così ampio come l'Italia. Visco indica la ricetta per tornare ad una crescita sostenibile: l'asset principale su cui investire è la conoscenza e bisogna poi attuare misure che rimuovano gli ostacoli che frenano l'innovazione del Paese.

Il Governatore della Banca d'Italia, nel suo intervento al Forum biennale dedicato a ricerca scientifica e innovazione, ricorda nel testo la caduta del Pil italiano nel secondo trimestre, circa il 13 per cento rispetto al trimestre precedente, e nota come in altri paesi sia stata «simile o anche peggiore» nello stesso trimestre ma nessun altro ha fatto «l'enorme salto indietro perchè la crescita è stata più robusta altrove». Ecco perchè la Germania è 'atterrata' sui livelli del pil pro capite del 2010, la Francia e la Spagna del 2002 e gli Stati Uniti sono tornati al 2014. Per questo per l'Italia affrontare i nodi che ne hanno compresso la crescita negli ultimi trent'anni è «altrettanto importante» quanto il contrasto delle difficoltà sorte con la pandemia. «Come più volte ho sostenuto - afferma Visco nel testo - È essenziale che si attuino riforme volte a creare un ambiente più favorevole alle imprese, aumentando la qualità e l'efficienza dei servizi pubblici, riducendo gli oneri amministrativi e burocratici, abbassando il peso dell'evasione fiscale, della corruzione e di altre attività criminali». Riforme tutte importanti «ma non sufficienti per un paese avanzato come l'Italia».

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Secondo Visco, «quando un paese si avvicina alla frontiera tecnologica (...) la crescita economica dipende dalla capacità di incorporare e promuovere innovazione, che richiede una spesa adeguata per le nuove tecnologie, e sulla quantità e qualità degli investimenti nell'istruzione, dalla scuola primaria all'università». Il Governatore aggiunge quindi che «i ritardi accumulati nell'innovazione e nell'istruzione e la loro interrelazione con le strutture del sistema produttivo sono molto probabilmente all'origine della debolezza della crescita economica italiana».

Priorità a scuola e ricerca

Secondo il governatore, bisogna attuare riforme per rilanciare l'economia italiana dopo l'emergenza Covid ma queste saranno “insufficienti” per un paese avanzato come l'Italia se non si punterà anche sulla ricerca e sviluppo e l'istruzione. «Non ci si può basare solo sulla competitività di costi e prezzi» ma sulla capacità di innovare. «L'Italia è tra i paesi con il ranking più basso dell'Ocse per spesa in ricerca e sviluppo e questa è accompagnata da investimenti insufficienti nell'istruzione». Inoltre «i dati mostrano che gli italiani non frequentano la scuola abbastanza a lungo».

Il nanismo delle imprese frena l’innovazione

«La struttura del sistema produttivo è estremamente frammentato in Italia» e il suo “nanismo” «è correlato alla capacità delle imprese di introdurre buone pratiche manageriali, adottare nuove tecnologie per sviluppare innovazione e investire in capitale umano. Queste caratteristiche delle nostre industrie influenzano profondamente la produttività media dell'economia. Le imprese italiane più grandi sono spesso più produttive delle corrispondenti imprese francesi e tedesche, ma il gruppo molto numeroso di imprese più piccole è molto meno produttivo e fa scendere la media».

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