Il fronte del no

Visegrad, il «cuore di tenebra» dell’Europa

di Vittorio Da Rold

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La Corte suprema polacca la cui messa in discussione della propria indipendenza ha provocato le sanzioni Ue


3' di lettura

La decisione senza precedenti della Commissione europea di sanzionare la Polonia per il mancato rispetto dello stato di diritto aumenterà il solco già ampio tra i Paesi occidentali fondatori dell’Ue e il gruppo orientale di Visegrad: l’alleanza composta da Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia che osteggia le politiche migratorie proposte dalla Commissione Juncker e che rischia di trasformarsi nel “cuore di tenebra” europeo.

Timori eccessivi? Forse ma Varsavia, un tempo allieva modello dell’allargamento a Est dell’Ue che le concede fondi per 229 miliardi di euro fino al 2020, sotto l’influenza di Jaroslaw Kaczynski, il leader di fatto del Paese, ha varcato il Rubicone che rompe con l’acquis comunitaire, la piattaforma comune tra i Paesi membri di diritti e doveri reciproci. Poi Varsavia ha cercato di placare le acque scegliendo il suo secondo primo ministro in due anni, e optando per il ministro delle Finanze Mateusz Morawiecki, con un curriculum di studi ottenuto in Occidente. Morawiecki è stato scelto per rassicurare gli investitori che la politica anti-europea del Governo polacco non metterà in pericolo i loro investimenti su un’economia da 470 miliardi di dollari che finora non è mai andata in recessione.

Anche Budapest e il suo leader populista Viktor Orban non cessano di sfidare la Ue sui diritti umani, libertà dei media, dell’Università privata del mecenate Soros e sull’accoglienza ai rifugiati. Non a caso Ungheria, Repubblica ceca e Polonia sono state tutte deferite alla Corte di Giustizia Ue per non aver ricollocato i richiedenti asilo da Italia e Grecia.

Stesso discorso nella Repubblica ceca, dove il neo premier miliardario Andrej Babis ha detto che il suo Paese cercherà di sopperire le sue inadempienze in merito all’accoglienza dei migranti tramite l’erogazione di sovvenzioni finanziarie alla Ue. Con questo esplicitando la sua personalissima visione della Ue, più simile a un bancomat piuttosto che a un’unione sovranazionale di valori etici condivisi.

Anche in Romania (Paese che non appartiene al gruppo di Visegrad) le cose non vanno come dovrebbero: oltre ventimila persone sono scese in strada recentemente sotto il gelo a Bucarest per manifestare ancora una volta la propria insoddisfazione nei confronti del governo del premier socialdemocratico Mihai Tudose, in particolar modo per quanto riguarda la riforma poi approvata in fatto di riduzione dell’indipendenza della magistratura, che vanificherebbe l’efficacia della lotta alla corruzione dilagante.

Ma c’è un nuovo candidato che bussa prepotentemente alla porta del club di Visegrad: è il neo governo austriaco nero-blu di Sebastian Kurz alleato dei populisti di estrema destra di Strache in nome di vecchie radici comuni asburgiche. Nel programma di governo c’è l’idea di confiscare i cellulari e i contanti in possesso dei migranti al loro arrivo al confine come contributo alle loro spese di alloggio.

Ciò che preoccupa Bruxelles è che nel secondo semestre 2018 Vienna sarà presidente di turno del Consiglio dei ministri dell’Ue, l’organismo a rotazione che stabilisce l’agenda dei lavori: c’è da scommettere che Vienna metterà in fondo all’agenda la riforma del trattato di Dublino che prevede che i migranti siano di competenza dello stato che per primo li accoglie. Una metodologia che non regge più e che ha già fatto aumentare a 40 miliardi di euro i fondi Ue di aiuti all’Africa per bloccare i flussi migratori alla fonte.

Ma le frizioni arriveranno anche all’interno delle due grandi famiglie dei partiti europei: il Partito socialista e il Partito popolare che ospita sia la Cdu di Frau Merkel alleata della Csu bavarese sia Fidesz di Viktor Orban con due visioni divergenti sull’integrazione europea.

Insomma il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera Angela Merkel non appena avrà formato un governo, con l’auspicabile ausilio di Roma non appena avrà superato le elezioni, apriranno le danze per la resa dei conti e per superare l’attuale stallo europeo con un’inedito braccio di ferro tra Est e Ovest per le quote dei migranti, duello che prenderà il posto del precedente schieramento contrapposto tra Nord e Sud sulle politiche di austerità.

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