tra politica e finanza

Visti dall’estero. Perché l’Italia viene percepita come un “rischio globale”

di Alb.Ma.


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3' di lettura

Il Wall Street Journal, colonna della stampa finanziaria americana e mondiale, nell’edizione del 30 maggio ha dedicato la sua prima pagina all’Italia, con tanto di analisi su Matteo Salvini, Luigi Di Maio e il “gran rifiuto” di Sergio Mattarella. I motivi dell'interesse non sono dei più lusinghieri: «Italian tumult spurs global selloff»: i tumulti italiani spingono le vendite globali.

Il timore del Wall Street Journal è lo stesso che percorre i media esteri dopo il voto del 4 marzo: l’instabilità italiana potrebbe scatenare un effetto domino su scala internazionale, contagiando prima l’Eurozona e poi il resto del sistema economico globale.

Per ora si parla di ipotesi, ma il nervosismo si è già fatto sentire fra euro in caduta (il valore della valuta è sceso dello 0,7% rispetto al dollaro nella seduta di ieri, ai minimi dal 2017), listini internazionali in discesa (il solo Dow industrial ha lasciato sul terreno il 2% nell'ultima settimana) e l'ansia, diffusa, di una «crisi esistenziale» dell'Europa capace di sgretolare l’Ue e riversarsi sul resto del mondo.

Ma di cosa hanno paura i «i mercati»?
In questo caso, il timore principale è che un ritorno alle urne si trasformi in una sorta di referendum implicito sull'uscita dall'euro dell'Italia, terza economia dell’Unone con un debito pubblico di oltre 2mila miliardi di euro sulle sue spalle. Dopo avere sorvolato sull'argomento per tranquillizzare gli alleati, il leader della Lega Matteo Salvini è tornato sulla vecchia linea euroscettica imponendo l'aut aut sulla candidatura dell'economista Paolo Savona (noto per la sua avversione alla valuta unica) come ministro dell'Economia. Oggi le probabilità di un divorzio da Bruxelles sono considerate modeste, ma potrebbero incrementarsi con un ritorno alle urne e un’escalation di toni in campagna elettorale. Gli investitori sembrano fidarsi poco delle rassicurazioni fornite negli ultimi giorni dal governo gialloverde, sottolineando che Salvini e Di Maio hanno «sempre flirtato» con l’addio alla moneta unica.

L'Italia potrebbe uscire dall'euro?
Tecnicamente, sì. Ma si tratterebbe di un processo complesso e costoso, anche dal punto di vista della reputazione della Penisola agli occhi degli investitori internazionali. Il clima di incertezza rende verosimile una fuga di capitali dalle nostre banche verso lidi più sicuri, come la Germania, penalizzando il comparto e le sue ricadute sulla cosiddetta «economia reale» (meno credito alle imprese e ai cittadini). Oggi le turbolenze sui mercati complicano la vendita dei nostri titoli di Stato, compromettendo fonti di entrate per le casse della finanza pubblica. In futuro, la rottura con l’Eurozona rischia di creare una forma di isolamento intorno alla nostra economia, pregiudicando i volumi delle esportazioni interne al Vecchio Continente.

Ma in che senso ci sarebbe un “effetto domino”?
Gli investitori temono che il divorzio tra l’Italia e Bruxelles scateni l'emulazione di altri Paesi, in un periodo tutt'altro che felice per la tenuta del progetto comunitario. Un'Europa debole, frammentata, farebbe fatica a mantenersi sui ritmi di crescita attesi per la stabilizzazione dell’economia globale dopo gli anni bui della recessione. L'euro potrebbe essere visto come una valuta insicura, pregiudicando la sopravvivenza del progetto economico (e politico) sotteso alla sua adozione.

Ma cosa c'entrano gli Stati Uniti?
C'entrano perché un'espansione più debole dell'Europa contagia anche l'economia nordamericana, con effetti diretti sui tassi di interesse e la normalizzazione dell'economia dopo gli anni del quantitative easing statunitense (una politica monetaria espansiva consistente nell'acquistare titoli di Stato, antesignana di quella poi avviata anche dalla Bce di Mario Draghi). A fine anno Jerome Powell, numero uno della Fed, aveva dichiarato che i tempi erano maturi per «continuare sulla via della normalizzazione della politica monetaria» e aumentare i tassi, finiti sotto zero per favorire la ripresa. Oggi la certezza sembra incrinarsi, almeno nelle previsioni degli investitori. L'andamento dei già citati Fed fund futures ha indicato che le probabilità di quattro aumenti dei tassi di interesse nel 2018 sono diminuite nell'arco di una settimana dal 51% al 13 per cento. Ora si aspetta qualche parola di chiarezza dallo stesso Powell, accusato da alcuni investitori di dare «segnali misti» sulle sue intenzioni. A proposito di cosa? Neppure a dirlo, anche della crisi italiana.

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