letture

Vita precaria dentro un corpo precario: la malattia raccontata da Soriga

di Davide Madeddu


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2' di lettura

Aurelio Cossu è un autore televisivo precario. Quasi sempre in viaggio tra Milano e Cagliari dove vive con la compagna e la figlia. Nella sua vita una “presenza” non voluta: l’anemia mediterranea che sin da piccolo l’ha condizionato e lo accomuna a suo cugino. Aurelio, nato a Uta (18 chilometri da Cagliari) è il personaggio di Nelle mie vene, l'ultimo romanzo «completamente inventato», scritto da Flavio Soriga per Bompiani. Una storia verosimile, per una lettura scorrevole e gradevole, in cui il senso di incertezza che può dare una condizione precaria (lavorativa ma anche di salute) non riesce comunque ad avere il sopravvento sulla vita.

Un viaggio tra il paese del campidano e le grandi città (Cagliari ma poi Napoli, Roma e Milano), tra giovani dalle maniere poco ortodosse e l'anonimato dei grandi centri urbani e quel filo rosso che unisce i sardi o gli isolani quando lasciano la loro regione. In mezzo poi c'è quel senso di incertezza offerto da una vita lavorativa precaria, in cui lo sconcerto viene superato dalla solidarietà e da una quasi sempre ritrovata speranza. Perché Aurelio, che pur senza cercare in maniera affannosa nuove opportunità di lavoro diventa autore di Gingseng. Una trasmissione del sabato notte in cui si parla di cultura e libri. Mondo quasi fantastico che alla fine crolla.

Il programma si chiude e Aurelio deve fare i conti con la fine di questo viaggio nella televisione di Stato, in una Milano in cui ha imparato a usare il termine “sferragliare”, per raccontare l'incedere del tram. E quindi l'incertezza e il vuoto. E i pensieri che si mescolano in un vortice tra l'adolescenza e il futuro. E il pensiero a Nora, la sua bimba che lo aspetta a casa con la madre e compagna di Aurelio. Poi i ricordi. I parenti, la festa per la cresima nella chiesa seicentesca del paese, il padrino con fama da sciupafemmine, i viaggi tra paesi e tornei di biliardino. Eppoi la talassemia che dall'adolescenza ha decimato i “compagni di viaggio” di Aurelio, anch'essi malati. E le trasfusioni, dono incondizionato degli altri, anche sconosciuti, che fanno in modo che non tutto sia negativo. Anzi, regalano una speranza. Ed è proprio la speranza che, in fin dei conti, accompagna tutto il libro sino alla fine.

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