cinema

«Vitalina Varela» scuote il Torino Film Festival

Il film portoghese di Pedro Costa è un potente grido di denuncia che emoziona per struttura narrativa e forza delle immagini; meno convincente la prova di Synonymes

di Andrea Chimento


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2' di lettura

Sono numerosi i film interessanti visti in questi primi giorni del Torino Film Festival, ma uno svetta su tutti: «Vitalina Varela», potentissimo lungometraggio di Pedro Costa presentato nella sezione Onde.

Già vincitore del Pardo d'oro all'ultimo Festival di Locarno, il film ha al centro una donna capoverdiana di 55 anni, Vitalina Varela, che riesce a raggiungere il Portogallo dopo aver aspettato quel biglietto aereo per moltissimo tempo. A Lisbona viveva suo marito, morto pochi giorni prima del suo arrivo, e la donna cercherà di capire di più di quell'uomo che non vedeva da diversi anni.

Migranti capoverdiani
Attraverso un deciso collegamento con il suo precedente lungometraggio «Cavallo Denaro» (in cui Vitalina Varela era già presente), Pedro Costa torna a raccontare le vere storie di migranti capoverdiani con uno stile sempre più cupo, rarefatto, semplicemente unico.

Quello messo in scena dal regista portoghese è un lungo viaggio interiore, dove il tema della Morte è presente sin dalle primissime immagini: un lungometraggio in cui l'oscurità e la luce danzano in una serie di fotogrammi di impressionante forza pittorica.

Costa si conferma autore di rara sensibilità artistica, oltreché capace di emozionare per lo spessore umano dei suoi racconti.
Straordinaria prova di un cast in cui c'è anche Ventura (un volto ormai abituale del cinema di Costa) e in cui la protagonista regala una prova tanto intensa quanto sofferta: meritatamente a Locarno è stata premiata per la miglior interpretazione femminile della manifestazione.

Synonymes
Meno convincente è, invece, un altro film premiato quest'anno con un riconoscimento importante: «Synonymes» del regista israeliano Nadav Lapid, vincitore dell'Orso d'oro al Festival di Berlino 2019.

Lapid, conosciuto per aver diretto «The Kindergarten Teacher» (film da cui è stato tratto il remake americano «Lontano da qui»), si è ispirato alla sua vita, e in particolare alla sua decisone di partire per la Francia dopo il servizio militare in Israele, per raccontare la vicenda di un ragazzo israeliano scappato a Parigi. Qui, senza soldi e senza conoscenze, proverà faticosamente a sopravvivere.

Gli spunti socio-politici proposti in questo lungometraggio, tra l'altro ricco di citazioni alla Nouvele Vague francese, sono senza dubbio attuali e rilevanti così come è ben tracciato il percorso del giovane Yoav (l'ottimo Tom Mercier) che vuole abbandonare le sue radici e trovare una nuova identità.

Purtroppo qualche ridondanza e qualche svolta narrativa sfilacciata, rendono «Synonymes» un film meno incisivo di quanto la sua originalità avrebbe meritato: resta un'opera raffinata, ma chiusa in se stessa, vittima, forse, di un'eccessiva ricercatezza.

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