La «color line» esiste ancora

Vittime razziali e scontri di piazza: l’America si confronta con un problema mai risolto

I fatti di questi giorni riportano drammaticamente a galla una realtà con cui i candidati alle presidenziali dovranno fare i conti

di Marco Valsania

Usa. Non era un poliziotto, erano in 4 su #GeorgeFloyd

I fatti di questi giorni riportano drammaticamente a galla una realtà con cui i candidati alle presidenziali dovranno fare i conti


3' di lettura

New York – George Floyd, 46 anni, in Minnesota. Poco prima Ahmaud Arbery, 25 anni, in Georgia. E Brionna Taylor, 26 anni, in Kentucky. Sono i volti delle vittime dell'altro virus che devasta l'America. La pandemia delle lacerazioni razziali. Un virus antico e profondo, oggi tornato con violenza alla ribalta intrecciandosi inestricabilmente alle diseguaglianze sociali e alla disperazione aggravate dal Covid-19.
Manifestazioni e proteste in nome di Floyd, Arbery e Taylor, uccisi nel giro di tre mesi da poliziotti o da ex poliziotti e vigilantes bianchi ora agli arresti o sotto inchiesta, si sono diffuse con la rapidità degli incendi che hanno divorato i centri cittadini.

Da cortei pacifici contro razzismo e impunità delle forze dell'ordine, sono degenerate ripetutamente anche in rabbia e caos, con disordini, scontri e saccheggi da una costa all'altra del Paese. Da Minneapolis a New York, da Washington, davanti alla Casa Bianca, a Dallas e Los Angeles. In Kentucky, durante le proteste, sette persone sono rimaste ferite da proiettili. Sparatorie hanno fatto due morti, a Detroit un dimostrante e a Oakland la guardia di un edificio federale. La contea di Fulton che comprende Atlanta ha dichiarato lo stato di emergenza.

Il segno più chiaro del precipitare della crisi è arrivato dal Pentagono: ha ricevuto ordine dalla Casa Bianca di mobilitare unità di polizia militare in numerose basi nel Paese per possibili interventi. In particolare i militari si preparano a pattugliare quello che è stato finora l'epicentro della tragedia, Minneapolis. Dopo quattro notti di violenza che hanno visto i dimostranti ignorare il coprifuoco e i soldati della guardia nazionale.


Situazione complicata per Trump

La posta in gioco davanti a una sfida storica e spesso intrattabile come quella razziale è potenzialmente molto elevata per Donald Trump e uno stile di governo accusato di fomentare divisioni e di condonare l'estremismo di destra. I suoi tweet, dopo aver inizialmente compianto Floyd soffocato dal ginocchio piantato in gola di un agente, hanno apostrofato i dimostranti come “teppisti” e “professionisti” delle rivolte.

E sono parsi rilanciare anche minacce di aprire il fuoco contro di loro facendo eco a noti slogan di suprematisti bianchi degli anni Sessanta (Trump ha poi negato di conoscere l'origine della frase «quando cominciano i saccheggi, si comincia a sparare»).

Il polso del dramma viene offerto piuttosto, come già per la tragedia del coronavirus, dai governatori. Come Andy Beshear, democratico e bianco alla guida del Kentucky, lo stato dove a marzo Brionna Taylor, tecnico ospedaliero, è caduta sotto raffiche di proiettili di agenti che fatto irruzione in casa a caccia di un sospetto che avevano già arrestato altrove. «Non posso pretendere di capire la frustrazione delle persone e il loro fardello davanti a secoli di diseguaglianza, di essere trattati e giudicati diversamente», ha dichiarato.

La sorte di Arbery, consumatasi a Brunswick in Georgia, è stata un'altra, recente dimostrazione di questa realtà: stava facendo jogging quando tre bianchi, tra cui un ex agente, l'hanno inseguito in macchina, bloccato e ucciso a fucilate. I vigilantes sospettavano che fosse un ladro.

Il ritorno della “color line”

La spirale di proteste e disordini ha così riaperto, come periodicamente accade, una ferita mai sanata dell'America, la “color line” della discriminazione e del razzismo identificata da generazioni di esponenti della lotta per i diritti civili da fine Ottocento a oggi. Una ferita che accompagnerà il Paese alle elezioni di novembre e oltre, con la quale sia i leader repubblicani, che faticano a fare breccia nelle minoranze etniche, e democratici, i quali a volte danno per scontato il loro sostegno, dovranno fare i conti.

È una ferita, oltretutto, ancora più aperta nei giorni del coronavirus: le vittime della malattia sono ovunque sproporzionatamente tra le minoranze etniche, spesso più povere, disagiate e con minor accesso alla sanità. In Kentucky l'8% della popolazione è di colore e lo sono quasi un quinto dei morti da Covid. Disoccupazione e rischio che i posti persi non tornino mai più pesano a loro volta qui ben più che altrove. E i lavoratori essenziali a rischio, meno protetti e meno pagati, da infermieri a personale nei supermercati e nelle consegne, sono in gran maggioranza minoranze.

Con queste lacerazioni razziali e sociali delle quali George Floyd è diventato simbolo, con le riforme e i cambiamenti che richiedono, dovrà ancora una volta confrontarsi l'America. Dovranno confrontarsi Trump e il suo rivale democratico Joe Biden. Chi, insomma, vorrà essere leader dopo le elezioni di novembre e di quale Paese.

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