l’intervista

Vittoria Ferraris: «La svolta elettrica comprimerà ancora i margini»

Le case automobilistiche guardano con preoccupazione alla riduzione dei margini nei prossimi anni, in seguito agli ingenti investimenti in tecnologia e infrastrutture per spingere sull'acceleratore della transizione dai motori termici a quelli elettrici

di Alberto Annicchiarico


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3' di lettura

L’unione fa la sopravvivenza. Le case automobilistiche guardano con preoccupazione alla riduzione dei margini nei prossimi anni, in seguito agli ingenti investimenti in tecnologia e infrastrutture per spingere sull'acceleratore della transizione dai motori termici a quelli elettrici. La ragione della rivoluzione in atto è nella stretta ormai incombente dei nuovi, stringenti, limiti europei alle emissioni di CO2, in vigore a partire dal 1 gennaio 2021. L'industria automobilistica, in particolare i player più grandi e che hanno iniziato in ritardo il processo di elettrificazione, rischia multe nell'ordine di svariati miliardi. La pressione dettata dai tempi stretti e dalla concorrenza sarà molto alta. «I margini - spiega Vittoria Ferraris, Sector Lead Automotive di S&P Global Ratings - saranno compressi anche perché il costo di produzione di un veicolo elettrico è più elevato, soprattutto per i costi delle batterie. I clienti potrebbero non gradire prezzi troppo elevati, quindi per forza di cose i margini dovranno essere più bassi». Di qui l'urgenza di puntare sulle alleanze.

La spinta al consolidamento (fusioni, acquisizioni, alleanze industriali) potrebbe cambiare radicalmente il panorama dell'industria. Questa evoluzione riguarda solo le case europee, causa limiti alle emissioni, o è comunque una tendenza globale? E perché?
Il consolidamento è sicuramente una tendenza globale che si va affermando perché ad una fase di mercato stagnante (come in Europa), o addirittura in declino (Usa e Cina), le aziende reagiscono comprimendo i costi. Lo fanno essenzialmente in due modi: riducendo la capacità produttiva in maniera autonoma oppure perseguendo le opportunità di aumento dei volumi di produzione attraverso fusioni, acquisizioni e/o alleanze industriali, che consentono di ridurre i costi fissi unitari.

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S&P Global Ratings valuta che ci sia incertezza sul grado di accettazione da parte del mercato dei nuovi modelli elettrici. Perché?
Allo stato attuale l'alta penetrazione dell'elettrico in alcuni paesi europei, come la Norvegia, è altamente correlata alla presenza di incentivi pubblici e a piani di sviluppo massiccio delle infrastrutture per la ricarica elettrica. Il sussidio consente di assorbire parte del maggior prezzo di una vettura elettrica. Vi è attualmente grande disparità tra paesi sia negli incentivi sia nello sviluppo dell'infrastruttura elettrica urbana e extra-urbana.

Un eventuale fallimento della scommessa sull'elettrificazione avrebbe conseguenze pesantissime, penso ai piani a medio termine di Volkswagen. Sono decine di miliardi di investimenti. Esistono previsioni o è possibile immaginare uno scenario?
È opportuno chiarire che la transizione verso la mobilità elettrica in Europa come in Cina è il risultato dell'evoluzione della regolamentazione. L'elettrico si farà, ma i tempi di assorbimento da parte del mercato potrebbero essere più lunghi e ciò dilaterebbe i tempi previsti per ottenere ritorni dall'investimento. Questo per spiegare che la scommessa non è sul “se” ma piuttosto sul “quando”, con evidenti ripercussioni per la redditività delle aziende e per il loro merito di credito.

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    Può essere stato un errore abbandonare così rapidamente il diesel o non c'era davvero alternativa?
    La riduzione dell'incidenza del diesel nel tempo era ampiamente attesa, il problema è stata la velocità di questo fenomeno. L'accelerazione è dovuta in parte ad una campagna mediatica negativa senza precedenti e all'introduzione di meccanismi che penalizzano l'acquisto di vetture diesel (fiscali e di regolamentazione del traffico urbano). L'accelerazione riduce i tempi di uscita (phase-out) che poteva essere più graduale sia per i livelli occupazionali che per la remunerazione degli ingenti investimenti nella tecnologia diesel. In realtà il declino del diesel è stata per ora essenzialmente compensata da una maggiore quota a favore della benzina, facendo registrare un peggioramento delle emissioni di CO2.

    È possibile quantificare la riduzione dei margini nei prossimi anni e si può già vedere un punto di svolta per l'industria?
    Non è possibile quantificare la riduzione dei margini nei prossimi anni perché dipende dal mix di vendite e quindi dalla risposta del mercato e dallo sviluppo della quota diesel nelle nuove immatricolazioni. Attualmente l'ipotesi sottostante è che il calo del diesel sia prevalentemente sostituito dalla benzina, ma questo tasso di sostituzione potrebbe cambiare in presenza di una maggiore offerta di modelli ‘elettrificati'.

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