intervista

Vittorio Zibetti (Gallus): «Tutta la filiera della moda è colpita, il lockdown frena anche il tessile»

Il titolare dell’azienda lombarda di tessuti per abbigliamento da donna racconta gli effetti sugli ordini dei nuovi provvedimenti - Il Covid, dice, non deve essere la scusa per navigare a vista

di Giulia Crivelli

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Il titolare dell’azienda lombarda di tessuti per abbigliamento da donna racconta gli effetti sugli ordini dei nuovi provvedimenti - Il Covid, dice, non deve essere la scusa per navigare a vista


3' di lettura

«A distanza di un anno dall’inizio della pandemia, come cittadino e imprenditore, non vedo motivi per essere ottimista. È come se la politica e le istituzioni, nazionali e locali, continuassero a improvvisare, facendo scelte sempre più incomprensibili e irresponsabili. E non mi riferisco alla crisi di Governo». Vittorio Zibetti è titolare della Gallus , azienda lombarda specializzata in tessuti stampati per l’abbigliamento femminile. Prodotti made in Italy e per definizione di qualità, ma non di lusso: i clienti sono le aziende, italiane e straniere, del segmento del fast fashion. Aziende – e relativi marchi – con una filiera relativamente corta e time-to-market molto diversi dall’alta gamma, che programma con almeno un anno di anticipo: basti pensare che le sfilate uomo che da ieri si sono spostate da Milano a Parigi mostrano le collezioni dell’autunno-inverno 2021-2022.

Quali sono stati gli effetti dei lockdown sulla Gallus?

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Devastanti: dal giorno in cui le chiusure dei negozi diventano operative i telefoni dell’azienda smettono di squillare. È successo per il primo e il secondo lockdown e sta accadendo in questi giorni. Il 2019 si era chiuso con un fatturato di circa 45 milioni, per il 2020 stimiamo una perdita del 30% e il 2021 sarà forse ancora più duro, perché il congelamento degli ordini che vediamo in queste settimane pesa sui conti del primo semestre. E sul secondo non posso permettermi di essere molto fiducioso, anche se un imprenditore dovrebbe sempre essere ottimista.

Non le danno fiducia l’arrivo dei vaccini e il Recovery Fund?

La scienza fa il suo corso e non posso che augurarmi che la campagna di vaccinazione prosegua per il meglio in Italia e all’estero. Non è il mio campo, spero che il nostro sistema sanitario, che ha tanti punti di forza, regga. Ma soprattutto mi auguro che funzioni la gestione, l’implementazione, la logistica. Purtroppo quello che abbiamo visto all’inizio della pandemia, con gli sbagli, per usare un eufemismo, sulle forniture e sulla mancanza di un piano pandemico, qualche dubbio me lo lasciano. È il Recovery Plan però che mi preoccupa davvero e il debito pubblico che aumenta senza che nessuno dica che per reggere livelli simili, visto che non siamo gli Stati Uniti, deve ripartire il Pil. Ma il Pil non riparte con aiuti a pioggia.

Cosa chiede a chi sta lavorando al Recvery Plan?

Sono stanco, da cittadino e imprenditore, di annunci, proclami, leggi e decreti approvati in emergenza e senza la necessaria trasparenza ai quali mancano poi i decreti attuativi (si vedano le inchieste pubblicate sul Sole 24 Ore il 10 e il 17 gennaio, ndr). Sono stufo di analisi senza dati, di politici che parlano per slogan o, peggio, che invocano continuamente l’idea di bene pubblico, responsabilità individuale o collettiva. Vorrei che in tempi di emergenza come questi si parlasse solo se suffragati da dati e numeri verificabili e che nessuno tentasse di sfuggire alle proprie responsabilità, cercando sempre di trovare un colpevole “esterno”.

Cosa risponde a chi dice che durante un’emergenza tutto è giustificato?

Rispondo che vale esattamente l’opposto: durante una crisi non vanno tentate scorciatoie, come quelle che, come Paese, abbiamo spesso preso in passato. Mi rendo conto che in momenti come questi ci vorrebbero persone eccezionali ed eccezionalmente coraggiose, in tutti i campi. Ma non possiamo illuderci che aiuti a pioggia, incentivi di breve periodo e ristori distribuiti in modo disordinato, altro eufemismo, risolvano la situazione.

Come imprenditore cosa sta facendo per uscire dalla crisi?

Le Pmi sono la spina dorsale di questo Paese e abbiamo smentito chi sosteneva che solo le grandi aziende potessero resistere alla globalizzazione. Nella filiera del tessile-moda ci sono tantissime aziende sane che investono, persino di questi tempi, in ricerca e sviluppo e sostenibilità ambientale, indipendentemente e oltre gli obblighi di legge. Non chiediamo sussidi, possiamo resistere con le nostre forze ancora per alcuni mesi. Non per sempre però: senza le riforme strutturali che l’Italia attende da anni – e che la Gallus certo non può fare – rubiamo il futuro a chi è giovane e lo neghiamo a chi non è ancora nato. Abbiamo un tasso di natalità tra i più bassi al mondo: non è un caso.

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