reggenza a bernabè

Vivendi fa decadere il cda Telecom. Elliott: atto cinico ed egoistico

di Antonella Olivieri

(ANSA)

4' di lettura

Colpo di scena al cda Telecom: si dimettono non solo il presidente Arnaud de Puyfontaine e il vice-presidente Giuseppe Recchi, ma - insieme a loro - anche tutti gli altri consiglieri di cui il fondo Elliott aveva chiesto la revoca (Hervè Philippe, Frédéric Crepin, Felicité Herzog, Anna Jones) più Marella Moretti e Camilla Antonini, altri due consiglieri indipendenti in quota francese. Poichè vengono a mancare otto consiglieri su 15, quindi la maggioranza, il board decade. La sfida a Vincent Bolloré del fondo attivista di Paul Singer - che vuole ribaltare la governance di Telecom - è rinviata di conseguenza al 4 maggio, quando si terrà l’assemblea - già convocata ieri - per rinnovare l’intero consiglio con il meccanismo del voto di lista.

Alla peggio - dovesse andare male la “conta” per i francesi - Vivendi, col suo 23,94%, riuscirebbe comunque a coprire i cinque posti in consiglio riservati alla minoranza. Nel frattempo la “reggenza” è affidata all’ex ceo Franco Bernabè, nominato vice-presidente e consigliere delegato con le deleghe su sicurezza e Sparkle, lasciate da Recchi, che non potevano essere attribuite a uno straniero, e con il compito di presiedere le assemblee fino all’insediamento del nuovo board.

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Dall’imprevedibilità della mossa - tenuta all’oscuro degli stessi consiglieri che non si sono dimessi - è conclamato che in cabina di regia è proprio entrato Vincent Bolloré, spregiudicato e anticonformista nel difendere i propri interessi. Se si fossero dimessi solo i sei revocandi, Elliott sarebbe entrato in cda con tutti i suoi candidati.

Nelle situazioni analoghe a quella che si è venuta a creare in Telecom, il “manuale di difesa” dal fondo attivista prevede come primo schema proprio la decadenza del consiglio. In questo modo si evita la “gogna” di esporre i consiglieri al voto per la loro revoca e di passare direttamente al confronto, facendo giocare tutte le squadre. Però tutti si aspettavano che accadesse dopo il record date dell’assemblea del 24 aprile, fissato il 13 di aprile, quando si sarebbero potute misurare le forze in campo. Anticipando i tempi, Bolloré ha invece spiazzato tutti. A logica, punterà a dividere i fondi, assicurandosi così ancora la maggioranza del board. Se infatti gli investitori più tradizionali presentassero una loro lista di minoranza - rigorosamente fatta da indipendenti che, per prassi Assogestioni, non possono assumere deleghe - la lista attivista di Elliott - con candidati presidente e ad -dovrebbe coagulare più del 24% per battere Vivendi, impresa ardua se ci saranno più liste di mercato. Elliott, che punta alla formula della public company, dovrà quindi convincere a sua volta anche i fondi più tradizionali a sposare la sua battaglia, aggregando i candidati indipendenti di Assogestioni, ma per questo dovrà trovare dei candidati “esecutivi” a prova di bomba. La mossa del gruppo francese viene bollata da Elliott come «cinica e al servizio dei suoi interessi», in quanto «ritarda la possibilità degli azionisti di Telecom Italia di esprimere il loro voto nell'assemblea del 24 aprile». «Questo - lamenta il fondo Usa in una nota - è un altro esempio di come i diritti delle minoranze in Telecom Italia siano cancellati e della continua indifferenza alla migliori prassi di governo societario».

Bolloré, dall’altra parte schiererà come ad Amos Genish, che non dovrà più sottoporsi al voto di conferma all’assemblea del 24 aprile, dato che il consiglio in cui è stato cooptato è decaduto, assemblea che a questo punto si limiterà ad approvare il bilancio e nominare il nuovo collegio sindacale. Per la presidenza - difficilmente esecutiva - probabilmente Vivendi rimetterà in campo il suo ceo Arnaud de Puyfontaine. Che infatti ieri ha rilasciato una dichiarazione significativa: «Confermo il mio impegno a favore del progetto di trasformazione di Tim e sono convinto che questa decisione darà ulteriore stabilità e sostegno al nostro ad, Amos Genish, e alla sua squadra, permettendogli di creare valore per tutti i nostri stakeholder».

Da parte sua Vivendi, in un comunicato da Parigi, ha sostenuto la decisione dei suoi tre top manager di dimettersi con parole molto dure nei confronti del fondo di Singer. «Alla luce del tentativo di smantellare Telecom Italia, da parte del fondo hedge-attivista Elliott, ben noto per le sue iniziative a breve termine, hanno deciso di dimettersi i tre consiglieri che rappresentano Vivendi, la quale supporta il piano industriale di Amos Genish e della sua squadra, approvato all’unanimità». La parola passa quindi agli azionisti che il 4 maggio - sottolinea la nota - sceglieranno che consiglieri nominare e quali strategie preferire.

Subito dopo il termine del consiglio, la quotazioni degli Adr Usa, rappresentativi di titoli Telecom, sono crollati di oltre il 4%. Il titolo aveva già virato in negativo a Piazza Affari, dove aveva chiuso la seduta in calo dell’1,84% a 0,78 euro. Comunque vada, si apre ora uno scenario di incertezza che potrebbe sfociare anche in un Vietnam.

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