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Vivendi puntava a Mediaset già dal 2015

di Antonella Olivieri

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(REUTERS)


4' di lettura

Un avviso di garanzia non è un rinvio a giudizio. Così, che il vertice di Vivendi - il presidente e primo azionista Vincent Bolloré e il ceo Arnaud de Puyfontaine - sia indagato dalla Procura di Milano per l’ipotesi di concorso in aggiotaggio in relazione alla scalata Mediaset, conferma solo che i magistrati non hanno buttato nel cestino la denuncia presentata da Fininvest, ma stanno approfondendo. La media company transalpina ha tenuto però comunque a mettere i puntini sulle i. E, con uno stringato comunicato (in inglese e in francese, ma non in italiano), ha puntualizzato che l’iscrizione nel registro degli indagati del top management della società è il risultato di «un esposto infondato e “abusivo”» presentato dai «Berlusconis» contro Vivendi, dopo l’aumento della sua quota in Mediaset. Questo, sottolinea infine, «non indica in alcun modo una qualsiasi accusa contro alcuna persona».

Toni duri che fanno coppia con quelli altrettanto duri con i quali Fininvest aveva preannunciato l’esposto, davanti alla Consob, oltreché alla Procura. Era metà dicembre e Vivendi aveva già avviato il rastrellamento che poco prima di Natale l’ha portata a detenere il 28,8% del capitale del Biscione e il 29,9% dei diritti di voto. «Vincent Bolloré e Vivendi hanno mostrato quelli che erano fin dall'inizio i loro veri progetti su Mediaset - si leggeva nella nota della holding, si dice vergata di suo pugno da Marina Berlusconi - L’accordo strategico raggiunto in primavera e seguito pochi mesi dopo dall’incredibile voltafaccia, con la violazione di un contratto preceduto da lunghe e dettagliate trattative e assolutamente vincolante, facevano parte di un disegno ben preciso: creare le condizioni per far scendere artificiosamente il valore del titolo Mediaset e lanciare a prezzi di sconto quella che si presenta come una vera e propria scalata ostile». In sintesi, questo è il contenuto della denuncia, che è stata corredata da ampia documentazione, arricchitasi nel tempo grazie anche al supporto di consulenze finanziarie.

Consob, da parte sua, ha iniziato a lavorare sul tema da quando, a inizio dicembre, Vivendi aveva annunciato di aver in mano il primo 3%. Da allora è stato analizzato l’andamento degli scambi, sono stati ascoltati esponenti delle due parti, sono state avviate rogatorie internazionali, in particolare con l’Amf, la Consob francese, trasmessi elementi alla Procura - come di prassi in questi casi - ma finora non si è arrivati ancora a nessuna conclusione. Non pare sia stata trovata finora la “pistola fumante”, ma certamente ci sono ancora aspetti da chiarire. Per esempio, è da capire se siano stati messi da parte pacchetti azionari, a favore dell’uno o dell’altro schieramento, nel caso in cui si dovesse aprire una contesa a colpi d’Opa, scenario al momento poco probabile.

Il contenzioso è sfociato in una causa civile con prima udienza il 21 marzo per il rispetto del contratto su Premium, firmato l’8 aprile dell’anno scorso (che potrebbe trasformarsi in causa per danni con la richiesta di 1,5 miliardi di risarcimento da parte di Fininvest-Mediaset), e in un esposto all’Agcom, che entro il 20 aprile (ma probabilmente prima) concluderà la sua istruttoria per verificare se siano state violate le norme che impediscono un collegamento tra Telecom e Mediaset, con Vivendi che è il primo azionista dell’una (col 23,9%) e il secondo dell’altra (con il 28,8%).

L’antefatto risale ai primi mesi del 2015, quando Silvio Berlusconi era ancora a prestare servizio sociale con gli anziani di Cesano Boscone. Vivendi aveva già ereditato l’8,3% di Telecom dalla cessione a Telefonica della brasiliana Gvt e stava valutando come valorizzare la partecipazione. Bolloré, a quanto risulta, si era fatto avanti con il fondatore di Mediaset chiedendo di cedergli il gruppo. Berlusconi, già allora, aveva detto no, ma non aveva lasciato cadere l’opportunità di stringere un’alleanza internazionale e soprattutto di trovare una soluzione al problema Premium che, nonostante lo sforzo finanziario per aggiudicarsi i diritti del calcio, continuava a produrre perdite. Così, con l’intermediazione dell’amico Tarak Ben Ammar (che siede anche nel consiglio di sorveglianza di Vivendi) si era arrivati a firmare il contratto di aprile che prevedeva il passaggio del 100% di Premium ai francesi e lo scambio reciproco del 3,5% tra Vivendi e Mediaset. A fine luglio, quando Berlusconi senior era ancora convalescente per un intervento chirurgico, Vivendi spediva una lettera all’indirizzo di Cologno Monzese con la quale proponeva un diverso accordo. Di rilevare cioè non più il 100% di Premium, bensì solo il 20%, e nel contempo di salire gradualmente nel capitale di Mediaset fino ad arrivare al 15%. A renderne noti i contenuti fu la stessa Mediaset, tenuta a dare notizia al mercato di “fatti rilevanti”, in linea con le prescrizioni della relativa direttiva europea, entrata in vigore dal 1° luglio. Da allora, i tentativi di trovare un accordo - ci aveva riprovato Ben Ammar, ma anche Mediobanca - sono andati a vuoto, mentre è diventata sempre più concreta la prospettiva di delegare la risoluzione della contesa alle carte bollate. Coi tempi incerti che ne conseguono. La Borsa ha riflesso i timori, penalizzando soprattutto Vivendi, che ieri a Parigi ha ceduto quasi il 4%, mentre Mediaset ha limitato il calo all’1,34% a 3,84 euro.

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