l'assemblea di Libertà Eguale

Vocazione maggioritaria e riforma Ue: la via stretta dei «liberal» del Pd senza Renzi

Il Pd deve continuare ad essere - avvertono Morando e Tonini nelle relazioni di apertura e di chiusura della due giorni di Orvieto - la casa comune dei riformisti italiani oppure semplicemente il Pd non ha più ragione di esistere. Riforma della Ue e democrazia decidente: da queste due direttrici passa per i “liberal” dem la sopravvivenza del riformismo

di Emilia Patta

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Il Pd deve continuare ad essere - avvertono Morando e Tonini nelle relazioni di apertura e di chiusura della due giorni di Orvieto - la casa comune dei riformisti italiani oppure semplicemente il Pd non ha più ragione di esistere. Riforma della Ue e democrazia decidente: da queste due direttrici passa per i “liberal” dem la sopravvivenza del riformismo


4' di lettura

«No grazie, due partiti nella vita di un uomo sono più che sufficienti». Così Beniamino Andreatta, padre politico di molti cattolici poi confluiti nel Pd, rispondeva a chi gli chiedeva di aderire all'Asinello di Romano Prodi. La citazione è del “liberal” Giorgio Tonini, veltroniano e poi renziano, che spiega così - durante la due giorni dell'associazione Libertà Eguale ad Orvieto - la sua scelta di «remain» nel Pd ora che l'ex leader Matteo Renzi è andato via per fondare la sua Italia Viva. Una scelta, quella di Renzi, motivata anche dal fatto che a suo vedere il Pd ha perso la sua funzione storica di casa comune dei riformisti essendo esso stesso ormai irriformabile e in mano a correnti conservatrici.

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La sfida dei riformisti del «remain»
Il punto è proprio questo: il Pd è ancora la casa dei riformisti italiani? Ed è ancora uno spazio politico contendibile? Per i “liberal” Tonini, Enrico Morando, Stefano Ceccanti e molti altri che si sono riuniti nel week end appena trascorso ad Orvieto sì. Una due giorni di discussione con il fantasma di Renzi sempre presente. Come ben nota il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, altro storico renziano che ha scelto il «remain» e che per la prima volta partecipa all'assemblea di Libertà Eguale in cerca di una casa nella casa del Pd: «Renzi – dice Gori – ci ha posto due questioni che non possiamo non affrontare. Una è la forma partito, una forma novecentesca che lui ritiene ormai superata. L'altra questione è sui contenuti: c'è ancora spazio per il riformismo nel Pd? Io dico si sì. Non possiamo rassegnarci a dare una risposta di protezione passiva di fronte alla sfida della globalizzazione. Se il Pd si colloca con il M5s nella famiglia della protezione passiva allora per Italia Viva si apre un'autostrada».

Il fantasma di Renzi
La definizione di risposta di protezione passiva alla sfida della globalizzazione è di Luigi Marattin, anche lui fin qui membro di Libertà Eguale che però ha seguito Renzi nella nuova avventura. In sostanza lo schema Marattin è questo: c'è un blocco sovranista (Salvini-Meloni) estremamente caratterizzato e pienamente in linea con le peggiori esperienze populiste internazionali: ritorno alla sovranità esclusiva nazionale, chiusura (culturale ed economica), disprezzo per i vincoli (costituzionali, giuridici, economici), ampio e sostanzialmente illimitato utilizzo di deficit e espansione monetaria, prevalenza del ruolo dello stato in economia. C’è poi un blocco in via di formazione - prosegue Marattin - che comprende buona parte del M5s e buona parte del Pd e che offre una risposta diversa al Grande Shock: non negazione, ma protezione passiva dell'individuo, anch'essa mirata comunque a eliminare la necessità del cambiamento. Un blocco che in sostanza parla di redistribuzione della ricchezza, e non di produzione, e di ripristino e intensificazione delle tutele del welfare novecentesco. In questo schema resta fuori la sfida del cambiamento e della produttività: da qui, per Renzi e i suoi, la necessità di un nuovo contenitore politico.

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Non solo protezione: la sfida della crescita
Chiaro che ai “liberal” del Pd, a chi ha sempre fatto del riformismo e delle politiche per la crescita la cifra della sua azione politica, lo schema Marattin non può stare bene. Il Pd deve continuare ad essere - avvertono Morando e Tonini nelle relazioni di apertura e di chiusura della due giorni di Orvieto - la casa comune dei riformisti italiani oppure semplicemente il Pd non ha più ragione di esistere. Le chiavi per impedire che ciò accada sono due: la riforma dell'Unione europea e la ripresa della battaglia per una democrazia decidente nonostante la cocente sconfitta al referendum costituzionale del 2016.

Sì a maggiore integrazione europea: serve bilancio comune
«La formazione del Conte bis ricolloca il governo italiano dove è sempre stato, ossia tra i governi favorevoli al processo di integrazione. E crea finalmente le condizioni perché il presidente Emmanuel Macron possa contare sul governo italiano per quanto riguarda la piattaforma europeista illustrata con discorso di Sorbona - fa notare Morando -. Dobbiamo decidere ora quale parte vogliamo giocare nell'Unione che non ci considera più un pericolo: quella di chi scarica sull'austerità europea, vera che fosse o presunta che sia, la responsabilità della nostra incapacità di cambiare l'Italia e l'Unione, pronto ad accontentarsi di un po' di flessibilità in più? O quella di chi considera la ripresa e l'accelerazione del processo di integrazione come la condizione necessaria per costruire nuove forme di governo globale, per affrontare le grandi contraddizioni aperte, da quelle del riscaldamento globale a quelle degli squilibri macroeconomici? Da quella del governo delle migrazioni a quella della minaccia del terrorismo fondamentalista islamico?». Insomma, il “sentiero Stretto” di Padoan per un Paese ad alto debito pubblico come il nostro non si supera con qualche miliardo di flessibilità strappato di volta in volta ma con una maggiore integrazione, a partire da un vero bilancio comune dell'Unione.

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Non c'è riformismo senza democrazia decidente
C'è poi il nodo della democrazia decidente, fondamentale per un partito come il Pd nato a vocazione maggioritaria: che vuole dire, al di là del sistema elettorale, la capacità di a tutto il Paese senza delegare al centro o alla sinistra la rappresentanza di specifici temi e interessi. Perché, come sottolinea Tonini, nessuna riforma è possibile senza democrazia decidente. Un sistema che permetta a chi vince le elezioni di governare senza estenuanti trattative tra partiti e partitini è la conditio sine qua non per fare vere riforme, come ha dimostrato in negativo la Prima repubblica con l'innalzamento fuori controllo del debito pubblico. «E allora non intestiamoci noi il ritorno al proporzionale - è l'accorato appello di Tonini -. Continuiamo la nostra battaglia storica per il maggioritario».

Riforma della Ue e democrazia decidente: da queste due direttrici passa per i “liberal” dem la sopravvivenza del riformismo. Ora, con questo governo. E mantenendo il Pd come casa comune dei riformisti e come spazio contendibile. Con Renzi ormai fuori e con l'alleanza tra Pd e M5s che comincia a strutturarsi sul territorio (si veda l'Umbria) è ancora possibile? Da Orvieto la risposta è sì. Tra un paio di settimane Renzi darà la sua, di risposta, dalla Leopolda numero dieci.

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