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Voci dall’Europa: tra ritardi e vaghezza così si vive la guerra al coronavirus

Abbiamo raccolto le testimonianze di cinque persone da cinque paesi europei. Come vivono questi giorni e vedono affrontare l’emergenza coronavirus dai loro governi, da Madrid a Stoccolma

testi raccolti da Angela Manganaro

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La polizia controlla piazza del Trocadero vicino alla Tour Eiffel a Parigi

Abbiamo raccolto le testimonianze di cinque persone da cinque paesi europei. Come vivono questi giorni e vedono affrontare l’emergenza coronavirus dai loro governi, da Madrid a Stoccolma


10' di lettura

In Spagna, abbiamo perso tempo prezioso
Giovanni Bottari è professore di Chimica organica all'Universidad Autónoma de Madrid, ha quarantaquattro anni, vive in Spagna da diciassette dopo la laurea in Italia e un dottorato a Edimburgo. È ora chiuso in casa con la moglie e le due figlie.
«Esco la sera a buttare la spazzatura e ogni tre giorni per fare la spesa. Come in Italia la spesa a domicilio arriva molti giorni dopo e mancano cose come l'alcool, ormai introvabile. Faccio lezione online con Microsoft Teams, il problema sarà dopo, fare gli esami di presenza è indispensabile, ma per ora è cosi, fino a Pasqua tutto chiuso. Capisco lo scetticismo diffuso all’inizio, quando il coronavirus era un problema solo cinese perché non ti fidi del regime, non sai se tutto quello che raccontano è vero. Ma poi il virus è arrivato in Italia e ascoltando notizie dirette dalla mia famiglia lì mi ribolliva il sangue. Perché nessuno credeva che potesse accadere in Spagna quello che stava accadendo in Italia, eppure siamo così simili, così vicini. È diventato virale il video di un corrispondente da Roma, Lorenzo Milá, che il 25 febbraio diceva “è solo un'influenza”, la gente ci ha creduto. Ancora più grave che il governo abbia convocato una manifestazione l’8 marzo per la festa della donna con 130mila persone per strada a Madrid. Quando tutto questo sarà finito, qualcuno dovrà rispondere, ma ora tutti devono remare nella stessa direzione. Non hanno chiuso tutto, (solo il 29 marzo hanno bloccato le attività non essenziali ndr). Adesso anche bar e locali sono chiusi ma anche questo lo hanno fatto tardi, se chiudi le scuole il 9 marzo e poi non chiudi le discoteche hai perso tempo prezioso. La lezione di un paese vicino è stata ignorata. Capisco che chiudere tutto è un rospo difficile da ingoiare per un politico, le conseguenze economiche saranno brutali, rimpiangeremo la crisi del 2008 ma non c'è altra soluzione, più ritardi, peggio sarà. Non c'è sistema sanitario al mondo che può reggere un'onda d'urto così. Non mi sto assillando con i numeri, non so quanto faccia bene. Ci sono zone del centro città in cui le persone indigenti continuano a fare la vita di prima, sono più esposte, vivono per strada, li trovi in fila per comprare bottiglie di birra. Non ci sono mascherine e respiratori e i posti di terapia intensiva iniziano a scarseggiare, soprattutto nella regione di Madrid, la più colpita. Hanno fatto un nuovo ospedale a IFEMA, il centro congressi, e usato il palazzetto del ghiaccio come obitorio.

Credo che a Madrid la situazione si sia aggravata anche perché la regione è stata per decenni di centrodestra: il Partido Popular ha perseguito la politica di privatizzare molti ospedali con concessioni e anche favoritismi come stanno dimostrando alcuni processi, hanno esternalizzato e dato molti appalti ai privati. Adesso il governo ha dovuto requisire molte strutture sanitarie, anche private, per l’emergenza.
Il virus sta colpendo anche altre zone come la costa valenciana dove molti madrileñi hanno le seconde case e hanno diffuso il contagio: sono partiti prima del decreto che limitava gli spostamenti. Purtroppo, a livello politico ognuno cerca un tornaconto, i presidenti delle regioni autonome denunciano ingerenza da parte del governo centrale, ma solo la comunità di Madrid e la Catalogna stanno facendo opposizione a Sánchez. Adesso l'unica cosa da fare sono i test, l'unica chiave è la scienza, trovare presto un vaccino. Poi gli economisti dovranno trovare soluzioni, probabilmente nuove e radicali, per poter rimettere in sesto l' economia, e noi a livello individuale dovremo trarre degli insegnamenti da tutto questo, respireremo le cose che non abbiamo più respirato e li respireremo in modo diverso».

La distanza sociale in una panetteria a Madrid

In Francia con la palla di cristallo
Celine D. è una manager francese che vive a Milano da dieci anni. Da fine febbraio è in Francia dalla madre, in un piccolo paese vicino a Epinal, in Lorena, a 100 chilometri da Mulhouse, primo grave focolaio nel paese non lontano dal confine con l'Italia e la Svizzera.
«Sono tornata in Francia quando l’epidemia è arrivata in Italia e qui sono rimasta con il mio compagno e mio figlio di un anno. I primi giorni di marzo era come avere una palla di cristallo. Una sensazione strana. Seguivo le notizie dall'Italia e sentivo l'indifferenza qui in Francia come se la cosa non li riguardasse, come se l'Italia fosse lontana. Dicevo che sarebbe successo anche qui, nessuno ci credeva. Col passare dei giorni prevedevo quello che sarebbe successo con sempre maggiore precisione. Dicevo: andiamo a fare la spesa, domani ci saranno le file, e il giorno dopo accadeva. Facciamo questo, domani non potremo, e l'indomani scattava un divieto. Compriamo il disinfettante e il giorno dopo non se ne trovava più. Adesso succederà questo e poi accadeva. Solo perché seguivo bene le notizie dall'Italia. È stranissimo sapere cosa sta per accadere e non essere creduti, essere guardati come alieni. Il mio isolamento è strano, sono con tutta la mia famiglia in una casa di campagna, ho il giardino davanti e il bosco dietro, non sento la chiusura, a volte però di notte mi prende l'ansia per qualcuno che conosco e potrebbe stare male. Diversa è la situazione degli amici a Parigi rinchiusi in spazi piccolissimi, spesso con bambini, per loro è davvero dura, così diventa davvero importante quell'ora d'aria per fare jogging.

Possiamo muoverci con una autocertificazione come in Italia per comprare beni di prima necessità, andare a lavorare, dal medico solo motivi urgenti, correre per un'ora a un chilometro da casa. All'inizio nessuno ha rispettato i divieti, le persone riempivano le spiagge, andavano in montagna e nei mercati all'aperto, gli ultimi a essere stati chiusi. Ora la polizia adotta tolleranza zero, multe salate, 135 euro o 1500 se ti scoprono per la seconda volta. Adesso i francesi hanno capito, ci hanno messo tanto tempo, fino all'ultimo hanno riempito bar e ristoranti. Siamo latini, reazioni simili: anche qui c'è stata la fuga dalla città verso le campagne. Anche qui un po' di psicosi, c'è chi denuncia chi va a correre, chi va al supermercato ogni giorno per parlare un po’ con qualcuno ma c'è più consapevolezza e paura anche se non in tutti, i giovani pensano di essere immuni. Nei piccoli supermercati ti fanno lavare le mani prima di entrare, negli iper non hanno chiuso i reparti non alimentari quindi puoi ancora comprare una maglia o un giocattolo. Il giardinaggio va tantissimo.
Il governo è stato criticato perché è stato troppo lento ma adesso ha messo a disposizione risorse straordinarie per sostenere famiglie e imprese. Abbiamo un sistema sociale più robusto di quello italiano. Dal primo giorno è stato deciso che uno dei due genitori si può mettere in malattia senza certificato. Chi non può andare a lavorare può chiedere un sussidio di disoccupazione fino a 4-5 volte lo stipendio minimo, 1.500 euro per chi è libero professionista. Uno sforzo importante che ha calmato un po’ gli animi. Un sistema che ti dà la possibilità di fare il tuo dovere, stare a casa, senza metterti in difficoltà economica, e tu fai il minimo che ti si chiede perché lo Stato paga tutto.
Vediamo questi treni pieni di malati che vanno da est a ovest, dall’Alsazia alla Bretagna dove per ora ci sono molto meno casi. Si sentono i medici di base protestare perché non hanno niente con cui proteggersi. Le mascherine mancano per tutti: non le hanno né i poliziotti né le cassiere. In ospedale tanti serivizi hanno il minimo, la mascherina base».

In Gran Bretagna, quanto dura una passeggiata?
Michele Lasalandra, settanta anni, vive a Londra da trenta. Biologo e ricercatore, ha a lungo lavorato e ancora lavora sull'emicrania a grappolo e sull'ipotalamo del cervello, quando i fondi per la ricerca si sono spostati in America, si è spostato per un periodo a San Francisco. Ora vive a Wimbledon, ovest di Londra, in una casa col giardino.
«Il coronavirus non ha cambiato molto le mie abitudini, lavoro sempre da casa e mi piace farlo. Quando esco con i guanti, la mascherina e la sciarpa che a volte mi cade, entro in contatto con gli inglesi e noto che non hanno le nostre attenzioni sulla distanza da mantenere. Sono al supermercato e una persona si mette accanto a me, si affaccia e mi chiede se può passare. Credo sia indifferenza. Almeno però siamo considerati anziani e non facciamo fila per fare la spesa, abbiamo la priorità. Ho sentito l'esperto dell'NHS dire “Londra sarà travolta da uno tsunami”. Non mi sono mai trovato dentro uno tsunami ma so che ci vorrebbero 25mila respiratori e ce ne sono 5mila. È evidente che sono impreparati e finora indifferenti, forse adesso con il premier, il ministro della Salute e il principe positivi le cose cambieranno. Adesso dalla mia finestra vedo tre piccoli campi di calcio, c'è qualcuno che gioca con i figli ma le uscite dovrebbero essere solo quelle necessarie. Noto anche la mancanza di regole precise: dicono di uscire una volta al giorno ma non specificano per quanto tempo, attualmente posso andare a fare un giro in bicicletta anche per 3-4 ore. Siamo in una fase di attesa: vedremo tra 7-10 giorni. Non escludo disordini a Londra ma non qui, non a ovest. Penso che l'est della città potrebbe soffrire perché là c'è più povertà, meno strutture, meno verde, meno spazio, ospedali carenti. D’altra parte spostarsi non è facile, e non penso che in certe isole nel nord dell'Inghilterra sarebbero stati contenti di accogliere londinesi».

Friedrichstrasse vuota a Berlino

La Germania e l’ossessione per il sole
Camillo Miceli ha quasi quarant'anni, da quindici vive a Berlino dopo una laurea in storia dell’arte a Pisa e un dottorato. Lavora per uno studio di avvocati, fa ricerche genealogiche.
«Ho preso la cittadinanza tedesca qualche anno fa, ma ho vissuto questa emergenza come italiano, le prime fasi con po' di angoscia. La situazione è cambiata il 19 marzo quando Angela Merkel ha parlato alla nazione e ha sottolineato l'importanza del distanziamento sociale, non come ordine ma come raccomandazione. Qui è stato tutto molto graduale: dopo il 9 marzo io e altre persone che conosco abbiamo chiesto di lavorare da casa e ce l'hanno concesso ma bar e ristoranti sono rimasti aperti. Era frustrante: con l'aria di primavera e più tempo libero, tutti uscivano a fare una passeggiata, sembrava una festa popolare. L'importanza dell'aria aperta, il sole, è una vera ossessione nazionale: sui giornali il dibattito era se si poteva negare il parco giochi ai bambini, una cosa sacra. Adesso si può uscire ma non più di due persone o con la famiglia stretta. Di fatto vedi piccoli gruppi ma poi alla fine, discretamente, tutti ci si incontra fuori perché i bar sono chiusi. Esci a prendere la tua ora d'aria e hai paura a vedere le strade piene, anche perché qui c'è stato un caldo strano, un anticipo di primavera. Vivo a Kreuzberg, quartiere di giovani quindi si avverte molto di più.
Mi chiedo anche io perché in Germania ci sono molte meno vittime rispetto all'Italia e alla Spagna, ancora nessuno ha risposte e neanche io ma è vero anche - e questo lo confermano anche i medici - che in Germania c'è meno contatto tra varie classi d'età: chi ha figli non li porta dai nonni, e questo forse ha protetto gli anziani che sono chiusi in case di riposo e hanno pochi contatti con l'esterno. A Berlino tanti hanno preso il coronavirus in discoteca, soprattutto giovani. All'inizio della crisi ha prevalso un approccio neoliberale: la prima preoccupazione è stata l'economia, qui a Berlino intervistavano i proprietari di club che lamentavano bancarotta se avessero chiuso. Hanno chiuso troppo tardi. Adesso non si parla più di economia, le misure sono state prese, resta il problema dell'autonomia dei Lander.
Nei primi giorni, quando andavo a fare la spesa nessuno rispettava le distanze di sicurezza, ora alcuni supermercati fanno entrare a uno a uno. Ma poi quando torni a casa vedi una lunga fila, magari rispettano la distanza ma la fila è per prendere il gelato. Non sono sicuro che dovrebbe essere così ma tutto si basa sulla fiducia, sul buonsenso dei tedeschi. Non ci sono mascherine, ne vedo molte fai da te. Magari sono state tutte dirottate negli ospedali. La metro rimane aperta ma ci sono meno corse, mi aspetto misure più drastiche. Non vorrei rinunciare alla mia ora d’aria, esco presto quando c'è poca gente in giro, ma vorrei che si uscisse uno alla volta, una volta sola».

A Stoccolma, una strada pedonale meno trafficata del solito per il virus, ma nessuna precauzione

In Svezia: quanto è pericoloso sentirsi i migliori
Isabella S. R. è emigrata in Svezia nel 2003 per amore e non per necessità. Ha sposato un ingegnere svedese da cui ha avuto due figli, spera di tornare a vivere nella sua Toscana con la famiglia. Vive in un comune appena fuori Stoccolma, nella provincia di Uppsala, e lavora in un ufficio comunale.
«L’altro giorno mi è arrivata una mail dalla responsabile della sicurezza pubblica del comune vicino, ci chiedevano se avessimo in magazzino qualche centinaio di sacchi mortuari: mi ha scosso profondamente, non ne teniamo mai così tanti, non c'è motivo. Sono molto preoccupata per come in Svezia stanno affrontando la pandemia, è come se avessero già stabilito il prezzo di vite che dovrà essere pagato. Un prezzo che hanno accettato. Il Covid19 ha messo in pausa le nostre vite e ci ha obbligato a riflessioni più profonde.
Le scuole non sono chiuse, ovviamente ci sono bambini contagiati, abbiamo deciso per qualche giorno di non mandare i nostri figli, ci hanno intimato che ci avrebbero denunciato ai servizi sociali. Il dibattito in Svezia si basa sul fatto che nessuno sa dove mettere tutti questi bambini e allora si chiudono solo le scuole sopra i 16 anni e le università. Sono ben consapevole che gestiscono la sanità all’americana, tutti noi abbiamo un'assicurazione privata ma stavolta è diverso: prendono tutto sottogamba, è una semplice influenza, dicono, allo stesso tempo preparano un ospedale militare nell'area fieristica di Älvsjö, tenuto nascosto fino all'ultimo, perché in silenzio si stanno preparando a una moria di massa. Noi daremo l'esempio all'Europa, dicono, si compiacciono se dalla Germania vengono elogiati ma sono gli unici a non prendere misure drastiche: gli svedesi sono tutti al pub come se niente fosse, progettano il viaggio di Pasqua, si fidano del governo. Il governo nasconde la gravità e si affida al virologo di Stato, Anders Tegnell che dice a tutti in cosa credere, in cosa avere paura, di lavarsi le mani e non drammatizzare. Non si sono preparati e hanno pochi posti di terapia intensiva. Mi convince solo la manovra economica antivirus, può funzionare ma non era complicato, presuppone l’autosufficienza energetica e in un buona misura anche alimentare. Ma solo adesso (dal 29 marzo ndr) il primo ministro, Stefan Löfven ha proibito aggregazioni di più di 50 persone pena multe e reclusione fino a sei mesi e ha annunciato che sono in arrivo 200 respiratori. La polizia inizierà i controlli ma la responsabilità viene rimessa al buonsenso della gente. Non c'è alcuna azione per impedire il contagio ma solo per rallentarlo così tutti si ammaleranno ma non tutti insieme. Tegnell dice che in Svezia non serve la forza e l'obbligo legale per far seguire le regole, mentre in altri paesi è necessario. Anche in momenti di grave crisi e pericolo imminente devono rimarcare la loro superiorità. E, incredibile, non hanno chiuso Stoccolma nonostante sia l’area con i contagi in aumento».

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