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Voci dal silenzio: lettere dagli eremiti italiani a una nazione che soffre

Figlio di un viaggio alla scoperta degli eremiti d’Italia, un libro in via di pubblicazione raccoglie testi e meditazioni utili per attraversare questo tempo di prova e spesso di solitudine causata dalla pandemia

di Massimo Donaddio

5' di lettura

Nell'attuale condizione di difficoltà e di reclusione forzata imposta dalle norme anticoronavirus, le abitudini di tutti si sono dovute in gran parte modificare, la nostra vita si è ripiegata in maniera quasi totale in casa, il rapporto con gli spazi, con i suoni, con il tempo è in gran parte cambiato. Per molti è anche una fase di solitudine e di silenzio costretto, che può generare forte angoscia.

Eppure potrebbe anche essere un tempo, questo, capace di farci aprire a nuovi modi di vedere e pensare, una chance per recuperare la parei più autentica di noi stessi, al di là delle maschere e delle convenzioni spesso imposte da una vita sociale fin esasperata. Per focalizzare il proprio sguardo su se stessi e sugli altri con maggiore chiarezza, come da sempre insegnano monaci, mistici, asceti ed eremiti di ogni tempo.

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Vite inimitabili e irraggiungibili? Certo, nella maggior parte dei casi è così: eppure i suggerimenti, gli insegnamenti e le intuizioni elaborate nella solitudine possono essere fonte di ispirazione per l’uomo di ogni tempo, anche per l’oggi, a maggior ragione in un periodo come questo, improvvisamente sospeso nell'angoscia di una nuova, paralizzante minaccia.

Un fortunato e pluripremiato documentario uscito nel 2018, Voci dal silenzio, frutto di un lungo viaggio lungo la penisola intrapreso dagli autori, Joshua Wahlen e Alessandro Seidita, raccoglieva al suo interno le storie dei nuovi eremiti italiani.

Oggi questo documentario si sta trasformando in un omonimo libro, in via di pubblicazione attraverso una campagna di crowdfunding , che recepisce nuove domande e interrogativi raccolti in questo tempo dagli autori e dal pubblico creatosi attorno alle proiezioni tenute in tutta Italia, per approfondire con gli eremiti intervistati alcuni argomenti che nel documentario non potevano essere ulteriormente sviluppati oppure altri completamente nuovi.

Voci dal silenzio e immagini dagli eremiti d’Italia

Voci dal silenzio e immagini dagli eremiti d’Italia

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«Il libro raccoglie le dirette testimonianze dei protagonisti del documentari», racconta Alessandro Seidita, uno dei due autori. «Ogni testimonianza è suddivisa in due sezioni principali. In una prima parte l'eremita si racconta in prima persona: la sua storia, le motivazioni che l'hanno portato alla vita solitaria, il quotidiano all'interno dell'eremo, la conquista della sussistenza, il rapporto con la natura e con gli ospiti, la cura del luogo, l'importanza della preghiera, la conquista del silenzio e altri temi indispensabili per la comprensione di un cammino tanto singolare. Una seconda parte invece è rappresentata da una vera e propria lettera aperta a un'immaginaria generazione postuma, un lascito spirituale ad un'umanità futura. In questa sezione ogni eremita mette a fuoco cosa vuole lasciare all'uomo che verrà, quali consigli, quali moniti, quali strumenti utili per il cammino che può portarlo a conoscere sé stesso e diventare presenza cosciente nei confronti del mondo circostante».

Come si diventa eremiti?
«Molti ci hanno detto che si lascia il mondo quando si è riusciti a costruire una identità sana all’interno del mondo, solo da qui puoi aprirti a un'esperienza sana di solitudine, a un altro approccio con la vita e la realtà. Noi abbiamo incontrato una ventina di eremiti, la maggior parte dei quali vivevano l'esperienza con lucidità. Magari alcuni non riescono ad esprimere verbalmente i contenuti, oppure non sono a noi ben comprensibili. La tradizione (religiosa), in ogni caso, diventa indispensabile per questo cammino, diventa un orientamento, una bussola. Molti vengono da un'esperienza monastica comunitaria e la “portano” nell'eremitaggio, con un orario della giornata scandito tra preghiera e lavoro. Spesso hanno una figura di riferimento nella Chiesa, il vescovo o un suo delegato: riferiscono che è indispensabile avere qualcuno con cui parlare e con cui verificarsi. L'eremitaggio ha comunque una grande libertà interiore nel costruirsi, ciò che forse lo distanzia di più dall'esperienza monastica. Anche la creatività della persona fa la differenza nel tipo di ricerca».

Come si mantengono?
«Tutti si dedicano a un'attività, che diventa un lavoro (ad esempio pittura di icone, sculture di pietra per le chiese), e alla cura dell'orto. La Chiesa non dà soldi agli eremiti ma c'è molta attenzione da parte delle comunità che stanno loro attorno: spesso gli eremiti diventano guide spirituali e vengono per questo aiutati.

Come avete fatto a “scovarli”?
Ci siamo documentati prima di partire per il nostro viaggio di circa quattro mesi, abbiamo seguito alcuni suggerimenti e piste, anche di chi ci ha sostenuto con la campagna di crowdfunding. Se andava bene avevamo un numero di telefono, ma spesso avevamo indicazioni fragili, abbiamo camminato ore in zone impervie; qualche volta abbiamo seguito false piste. La ricerca è durata 4 mesi in inverno, in camper.

Chi è l'eremita? Che cosa dicono gli eremiti di se stessi?
Padre Giancarlo Bruni, una delle figure più carismatiche che abbiamo conosciuto, dice che sono le sentinelle: quelle figure che proteggono qualcosa di preziosissimo per l'uomo per poterlo donare nel momento in cui altre persone ricominceranno a cercarlo. Quando ci sarà nuovamente bisogno di ritornare a una vita più autentica, ci si potrà rivolgere a queste persone che hanno preservato con il loro sforzo e la loro fatica quel tipo di attitudine e di esperienza profonda. È strano a dirsi, ma quasi tutti hanno come vocazione il dedicarsi e occuparsi dell'altro. Certo, cercano di dare più peso alla qualità degli incontri che non alla quantità, a differenza nostra. Le persone che li cercano di solito trovano l'eremo aperto, alcuni hanno anche una stanza per ospitare. Spesso chi va a cercare gli eremiti troverà un'accoglienza calorosa».

Questo libro viene partorito in un momento davvero particolare. Che cosa ci può portare e insegnare l’esperienza degli eremiti in questo nostro tempo di reclusione forzata, a volte anche sofferta?
«Forse la nostalgia di infinito: il bisogno insito nell'animo di ogni uomo di connettersi con qualcosa di più profondo che possa allargare la nostra identità; oltre alla storia di vita che ci costruiamo e che spesso ci sta stretta, un'occasione per recuperare quel bisogno di tempo che molti di noi hanno sentito nel ritmo quotidiano della propria vita, per prendere finalmente respiro e concentrarsi non più verso l'esterno e proiettare le nostre energie verso il fare e il dover fare, ma investire queste forze in una dimensione totalmente opposta, quella che va dentro di noi, nelle nostre profondità, per scoprire una relazione nuova, prima di tutto con noi stessi. Poi, nel momento in cui attiviamo un certo tipo di trasformazione dentro di noi, queste trasformazioni si propagano nelle relazioni più prossime per poi estendersi in tutto il nostro contesto sociale. La società, infatti, è costruita, è fatta dalle nostre relazioni. La possibilità di cambiare ciò che non ci piace viene prima di tutto da come noi ci relazioniamo agli altri e a quello che abbiamo intorno. C'è un grande potere trasformativo in ognuno di noi, che va in qualche modo scoperto. Gli eremiti ci insegnano che il modo per scoprirlo è stare in ascolto».

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