Botteghino record

Sbanca il documentario «Chiara Ferragni unposted»

Ha incassato oltre mezzo milione di euro il film di Elisa Amoruso sull’influenecer italiana più celebre. È il miglior debutto per una pellicola italiana nel 2019. Il film rimane in sala solo tre giorni e poi su Amazon

di Cristina Battocletti


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4' di lettura

«Grazie un milione», così Chiara Ferragni, l’influencer più famosa d’Italia, ha ringraziato i suoi fan accorsi nei cinema per vedere «Chiara Ferragni unposted» di Elisa Amoruso.

Non un milione, ma oltre 500mila euro ha infatti incassato il film in un solo giorno. Un record anche considerando che martedì è una giornata anomala per l’uscita nelle sale e le novità di solito arrivano nei cinema di giovedì. Un primato che attesta il miglior debutto di una pellicola italiana nel 2019 e che porta il documentario nel box office davanti a «IT 2» e a «Il re Leone».

Il titolo resterà nei cinema solo tre giorni, poi sarà su Amazon Prime e infine, tra sei mesi, sulle reti Rai.

«Chiara Ferragni unposted» era passato in antemprima al Festival del cinema di Venezia dove l’influencer si era confrontata con i giornalisti. «Privacy è un concetto strano, sin da piccola non ho mai fatto foto per me, ma per condividerle con il mondo», aveva dichiarato, condensando meglio di un filosofo uno dei tratti salienti di una larga fetta di nuove generazioni, che si trovano, anche loro malgrado, sempre in vetrina senza saper agire diversamente.

Il sostantivo che Ferragni usa più frequentemente per spiegare se stessa è «naturalezza». E di fatto non c’è alcuno stridore nel suo comportamento: lei è naturalmente posted e usa un lessico perfino troppo giovanilistico per i suoi 32 anni, con termini come “super positivo”, “super piacere” e per dire plus finisce per pronunciarlo plas all’americana.

Chiara Ferragni al festival di Venezia

Chiara Ferragni al festival di Venezia

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Il documentario su di lei in verità non ha niente di unposted, ovvero riservato. Sicuramente le immagini non sono state rese pubbliche prima, ma non si pongono criticità sulla sua figura.

«Ferragni - unposted» è il manifesto dell’imprenditrice digitale «di maggiore successo, caso studiato ad Harvard, con 17 milioni di follower», come ha precisato la regista. Amoruso per fare un documentario su Ferragni ha dovuto stare alle regole dell’influencer, ovvero del controllo totale delle fonti: chi viene interrogato è dalla sua parte, dai familiari ai membri della sua squadra, più di 80 persone cui Ferragni dà lavoro.

Le uniche ombre che Ferragni dichiara sono quelle degli haters, e di un ex fidanzato con cui è giunta ai ferri corti. Ma su questo capitolo non si tira fuori nulla.

Se avesse potuto, forse Amoruso avrebbe interrogato i sociologi sul pericolo dell’esposizione naturale al web delle nuove generazioni. Invece si ha l’impressione che poco abbia potuto e che si sia dovuta piegare al dictat: «O come dico io, o nulla».

Il personaggio in cui affiorano dubbi semmai è suo marito Federico, in arte Fedez, che è arrivato sulla lancia ieri sera al Lido con lei, accigliatissimo, pur prestandosi al bacio di default.

Nel documentario le sue dichiarazioni sono quelle che fanno scoppiare a ridere, come quando chiede ai cani di Paris Hilton, che invece di una cuccia abitano in un castello, se pagano l’Imu. È lui che davanti alla wedplanner del loro matrimonio-evento si dimostra più dissacrante e scettico, e tiene duro su una canzone di De André, anche se è “triste”. Tra i due, quando chiede a Chiara di sposarlo all’Arena di Verona davanti a migliaia di persone, sembra il più genuinamente commosso.

Nel racconto, che doveva essere soprattutto lavorativo, della ragazzina diventata un veicolo di brand di moda, la regista ha potuto inserire però una chiave personale. È andata a scovare i filmini di infanzia fatti dalla madre, il vero motore del personaggio pubblico. Una mamma molto somigliante a lei, che fa la regista e la fotografa di famiglia. Ma poi si è tenuta il materiale fino ad ora per sé, diversamente da Ferragnez (Ferragni+Fedez, marito di Chiara e cantante), che hanno esposto mediaticamente il figlio Leone dal primo battito in pancia. Ferragni anche per questo usa ancora l’aggettivo naturale. «Prima che nascesse non abbiamo ragionato se rendere pubblica o meno la vita di Leone. Abbiamo fatto la cosa più naturale», racconta e poi ribadisce: «Sono naturale, trasparente, onesta».

A questa dichiarazione giustamente Amoruso ha aggiunto una riflessione sulla questione del gender: «Per una donna avere successo è imperdonabile. Mi sono chiesta - ha spiegato la regista - se le critiche: “Non si veste in modo appropriato per una mamma”, “Lavora troppo per essere una mamma”, reggerebbero in chiave maschile». Vero. Non reggerebbero. E non si sono mai fatte.

E Ferragni di fatto è un carro armato, che ha dichiarato di non essere stata mai più di 24 ore offline. E c’è da crederle. Anzi, 24 ore sembrano anche troppe.

Quando la conferenza (molto lunga, che lei gestisce assai bene) finisce, si concede a tutti, dall’autografo alla fotografia, con grande gentilezza.

Dal documentario Ferragni sembra un po’ la controfigura del Marchese di Carabas, che poi ce la fa e anche senza l’aiuto del gatto con gli stivali. Ha inziato a vivere a Los Angeles come avamposto del divismo che ora incarna.

Se qualcosa di vero mostra il documentario di Amoruso è la tenacia e determinazione di questa ragazza, che probabilmente voleva fare la modella, e ci è riuscita nonostante il mondo della moda la spernacchiasse, aggirando tutti gli ostacoli via social. Ferragni ha parlato di democratizzazione. È un’osservazione appropriata, anche se ci vorrebbero i distinguo, e in fondo un fenomeno molto simile sta accadendo in questi anni in politica.

Ora è il mondo della moda che si inchina a lei e la chiama, e lei può scegliere con chi lavorare, senza mostrare astio verso il loro ex-snobismo . Diversamente dal tormentone di Fedez che ci ha perseguitato un’estate «Vorrei ma non posto», Ferragni può decidere: «Voglio e posto» e le case di moda si inchinano.

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