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Vola il prezzo delle ciliegie: concorrenza turca per le italiane

Con 32mila tonnellate per 22 milioni di euro di giro d'affari, la Puglia fornisce il 35% della produzione nazionale

di Manuela Soressi

 Le varietà tradizionali italiane continuano a essere apprezzate ma si trovano a competere con i “ciliegioni” esteri

3' di lettura

Macché zucchine: il prezzo che fa discutere ora è quello delle ciliegie, arrivate anche a superare i 20 euro al kg. Ossia dieci volte più di quanto sono pagate al produttore. «Si tratta di quotazioni non rappresentative perché riguardano solo le ciliegie grandi, che quest'anno sono scarse, e le boutique della frutta– spiega Nicola Giuliano della Op Giuliano Puglia Fruit, punto di riferimento per questo frutto – Il mercato, invece, sta andando in direzione opposta: in Gdo le Ferrovia pugliesi si vendono a 5-6 euro al kg ma si trovano sottocosto anche a 1 euro al kg». Un prezzo legato all'anomalia della campagna 2022, caratterizzata da una produzione molto abbondante e di buona qualità (ma di calibro medio-piccolo) e dal ritardo nella maturazione delle ciliegie pugliesi, che le ha fatte arrivare sul mercato insieme a quelle dell’Emilia Romagna e del Veneto. Così l'offerta è abbondante e superiore alla domanda (soprattutto per quelle piccole, poco richieste) e, quindi, i prezzi ne risentono, da nord a sud.

A livello di volumi non c'è gara: con le sue 32mila tonnellate per circa 22 milioni di euro di giro d'affari, la Puglia fornisce il 35% della produzione italiana (fonte Coldiretti), in particolare nel comprensorio di Turi da cui arriva una ciliegia italiana su sei. Se la Puglia è la patria delle Ferrovia, in Veneto si coltiva soprattutto il Durone (con la sottovarietà Mora di Verona, considerata la più pregiata) mentre l'Emilia è la terra della ciliegia più rinomata, quella di Vignola (7mila tonnellate per il 70% Igp) «che è percepita come un prodotto pregiato, tradizionale e insieme innovativo, e come uno dei brand storici del nostro Paese» spiega Enrico Bucchi, direttore commerciale Italia di Alegra, che la sta portando in tour nella Gdo.

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Con luglio le produzioni emiliane e venete lasceranno spazio alle ciliegie importate dalla Turchia, di gran lunga il principale produttore mondiale (ha oltre il doppio dei volumi rispetto agli Usa, il secondo competitor) ma con una concorrenza sempre più agguerrita. A puntare sulla cerasicoltura sono soprattutto paesi emergenti (come Cile e Uzbekistan), che da decenni investono in impianti e varietà moderni. E così da frutto di nicchia oggi le ciliegie sono diventate un prodotto globale, disponibile tutto l'anno. In questo scenario l'Italia gioca ancora un ruolo importante: con oltre 29mila ettari e una media di 109mila tonnellate annue, è al quarto posto per superfici e al sesto per volumi.

Le varietà tradizionali italiane continuano a essere apprezzate per la loro qualità ma si trovano a competere con i “ciliegioni” ottenuti dalle nuove varietà, che hanno anche produzioni e rese maggiori, e che conquistando alcuni mercati-chiave, come quelli nordeuropei.

In Italia, invece, accade il contrario. A crescere sono le tipicità locali (come la ciliegia di Lari, che dal 2023 dovrebbe avere il primo raccolto Igp) e le ciliegie di montagna, quelle che arrivano dall'arco alpino e che, dopo essere state a lungo distribuite solo a livello locale, ora affrontano il mercato nazionale dotate di brand a identificarle. Dapprima sono arrivate quelle a marchio Melinda (2.200 tonnellate provenienti da 100 ettari) e poi nel 2021 è stata la volta delle Ciliegie delle Alpi del Consorzio Vog, di cui stanno arrivando sul mercato le 300 tonnellate del nuovo raccolto. La novità di quest'estate sono le ciliegie di montagna de La Grande Bellezza italiana, coltivate nel cuneese e confezionate in un pack ecologico; resteranno a scaffale fino a settembre.

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