titoli di stato

Volano i tassi BTp a breve scadenza, si teme la tagliola del rating

di Andrea Franceschi

Giù la borsa e spread in rialzo: la reazione al deficit al 2,4%


3' di lettura

Tensione ai massimi sul mercato dei titoli di Stato italiani all’indomani della pubblicazione della nota di aggiornamento al DeF che ha previsto un rapporto deficit/Pil al 2,4 per cento.Lo spread tra il Bund e il BTp a 10 anni è balzato oltre i 270 punti mentre le banche hanno trascinato al ribasso Piazza Affari.

L'ITALIA NON CONTAGIA GLI ALTRI

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Le tensioni maggiori si sono viste in particolare sulla parte breve della curva dei rendimenti. I tassi dei titoli di stato a 2 e 3 anni hanno registrato fiammate tra i 20 e i 30 punti. Numeri da allarme rosso che testimoniano l’elevato nervosismo degli investitori alla luce di una cifra finale sul rapporto deficit/Pil (2,4%) che è di molto superiore alle previsioni. L’indiscrezione su questa cifra era già circolata ieri provocando forti scossoni sui mercati ma si credeva che ci fosse ancora lo spazio per una mediazione tra l’asse Salvini-Di Maio e il ministro del Tesoro Giovanni Tria che in queste settimane ha provato ad arginare le spinte per un ampliamento eccessivo del disavanzo temendo per le ripercussioni sulla stabilità finanziaria del Paese.

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Alcuni grossi fondi di investimento, tra cui Blackrock e Fidelity, avevano scommesso sulla linea Tria ed erano tornati in queste settimane a comprare BTp scommettendo che, nel braccio di ferro sul deficit, avrebbe prevalso la linea del Tesoro. L’esito della partita è stato esattamente l’opposto di quello che si aspettavano e le cifre ufficiali sul deficit sono andate ben oltre le peggiori aspettative che davano un disavanzo al 2 per cento.

«La lezione che gli investitori hanno tratto da tutta questa vicenda è che le parole di Salvini e Di Maio contano di più di quelle del ministro del Tesoro Tria» commenta James Athey, senior investment manager di Aberdeen Standard Investments secondo cui gli ultimi sviluppi hanno messo l’economista romano in una «posizione impossibile».

Secondo il gestore l’attuale scenario non è paragonabile a quanto visto alla fine del 2011 quando le tensioni sui mercati portarono alla caduta di Berlusconi. «Ma in un’orizzonte di lungo periodo non mi sentirei di escludere uno scenario del genere». Nell’immediato saranno soprattutto «le implicazioni della legge di bilancio sulla crescita economica del Paese a determinare le strategie dei grandi investitori esteri sul debito pubblico italiano».

Se per tutto il mese di settembre il clima sul rischio Italia è stato relativamente sereno gli ultimi sviluppi potrebbero innescare un brusco cambio di rotta. Una legge di Bilancio non in linea con i desiderata dei mercati potrebbe risvegliare i ribassisti che potrebbero tornare a scommettere contro l'Italia in vista di un test che si preannuncia impegnativo: quello del rating.

A fine ottobre sia Standard & Poor's sia Moody's hanno in programma una revisione del merito di credito del Paese e c'è un rischio elevato di declassamento. In particolare da parte di Moody's che ci ha messo sotto osservazione in vista di una possibile bocciatura.

Secondo David Simner, gestore di portafoglio obbligazionario di Fidelity International «Con un deficit al di sopra del 2,3% Moody’s potrebbe non solo declassarci ma rivedere in negativo le prospettive». Un passo che rischia di avvicinare pericolosamente i BTp alla classificazione «junk», cioè spazzatura. «A questo punto un declassamento è dato per scontato - conferma Athey - resta da vedere quanto sarà pesante la bocciatura delle agenzie. Una revisione al ribasso dell’outlook potrebbe essere il fattore decisivo tale da spingere certe categorie di fondi a liquidare la loro esposizione in BTp. Ci sono molti fondi che per statuto possono detenere solo bond sopra una determinata soglia di rating e che non aspetteranno la bocciatura a “junk” per disfarsi dei BTp che hanno in portafoglio».

Il rischio in altre parole è che i capitali esteri tornino a defluire dal Paese come già successo tra maggio e giugno quando i fondi esteri hanno ridotto di 58 miliardi la loro esposizione in titoli italiani.

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