MOVIMENTO VINI VULCANICI

Volcanic Wines, 3 milioni per la promozione europea e un “brand” da lanciare

Azioni previste in Germania, Svezia, Olanda, Spagna, Grecia e Italia. I principali Consorzi italiani con presenza su terroir vulcanici lavorano a una strategia comune per l’uso del marchio già registrato

di Giambasttista Marchetto


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Vigneti ai piedi dell’Etna (AdobeStock)

4' di lettura

Dal Vulkán a Banska Stavnica, in Slovacchia, al Go Volcanic a Budapest, fino al Vinora ospitato un paio di settimane fa al parco di Vulcania in Auvergne, in Francia. Il movimento dei vini vulcanici conquista operatori e winelover di mezza Europa. Moda e marketing o attenzione profonda al terroir? Poco importa, il risultato è che ci sono vini capaci di intrigare palati esigenti proprio per quel mix di caratteristiche organolettiche che caratterizza i prodotti da coltivazioni su suoli vulcanici.

La rappresentanza dei vulcanici in Italia è nutrita, con i territori del Soave, Lessini Durello, Etna e Colli Euganei che intorno al marchio “Volcanic Wines” - registrato a livello comunitario dal Consorzio del Soave - stanno ottenendo nuova forza e visibilità. A inizio febbraio si sono incontrati a Jesi per lavorare su un regolamento per l'utilizzo del marchio e per focalizzarsi sulle iniziative promozionali condivise per il futuro. E per 3 anni le energie saranno concentrate su un progetto di respiro europeo di grandi ambizioni.

3 milioni di euro per gli “Eroi vulcanici”
L'acronimo HEVA si scioglie in “Heroes of Europe: Volcanic agriculture” e gli eroi protagonisti di questo progetto - finanziato con quasi 3 milioni di euro nell'ambito del programma europeo 1144 – sono eccellenze del territorio quali vino e formaggi. Nell'ambito dell'iniziativa è previsto un fitto programma di appuntamenti promozionali delle denominazioni d'origine del Soave, del Lessini Durello, del formaggio Monte Veronese e dei vini dell'isola di Santorini, che saranno partner per azioni promozionali in 6 paesi target: Germania, Svezia, Olanda, Spagna, Grecia e Italia. Le azioni spaziano da una massiccia campagna social alle fiere di settore, passando per masterclass, seminari e conferenze internazionali. E il minimo comune denominatore è proprio la “vulcanicità” dei territori di origine.

«Dopo 10 anni di impegno sul fronte dei vini vulcanici – rimarca il presidente del Consorzio di Soave Sandro Gini - ora stiamo raccogliendo i frutti che si traducono in tante iniziative non solo in Italia ma anche a livello europeo. I prossimi passi sono legati alla definizione delle regole comuni per l'uso del marchio, per presentarci sempre più forti sui mercati e trasformare quella dei vini vulcanici in una vera e propria categoria da esibire anche sulle carte dei ristoranti, senza dimenticare il valore e la storicità delle denominazioni che ne sottendono».

La carta delle doc vulcaniche d'Italia

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Marketing e molta sostanza (suolo, persone e identità)
In Italia i terreni vulcanici coprono circa il 9% della superficie e sono circa 20mila gli ettari vitati a DOC su questi terroir, con denominazioni che stanno suscitando la curiosità di esperti e appassionati: dai bianchi del Soave e del Lessini Durello ai vini di Pitigliano e della Tuscia al centro Italia, per finire sui vulcani attivi del Vesuvio e dell'Etna. Non mancano anche i rossi che sono rappresentati dai Colli Euganei e dalla zona di Boca in Piemonte. Il focus sui vini vulcanici trova dunque alcuni protagonisti importanti nel Belpaese, dove nascono racconti di suoli, ma anche di uomini e tempo. Una efficace strategia di marketing, «ma soprattutto molta, molta sostanza», rimarca Paolo Fiorini, presidente del Consorzio Lessini Durello (35 produttori per un milione di bottiglie a denominazione, tra metodo classico e charmat). «L'espressività dei terreni vulcanici nei vini è assolutamente inconfondibile – spiega - per cui mi sento di dire che non si tratta di una moda. Piuttosto è il riconoscimento di uno stile unico, con una presa di coscienza da parte dei produttori. E d'altra parte la viticoltura si fonda da sempre sull'espressione di un terroir, che rafforza la comunicazione, ma esprime caratteristiche peculiari».

La “vulcanicità” è senza dubbio un punto di forza secondo Antonio Benanti, presidente del Consorzio Etna (4,3 milioni di bottiglie Doc nel 2019). «In fondo noi non abbiamo mai avuto una fase “non vulcanica”, per noi fare vino qui è la normalità – chiarisce – . Oggi però c'è un movimento dei Volcanic Wines e l'argomento interessa professionisti e sommelier e giornalisti. Credo l'impatto mediatico sia utile, soprattutto nel nostro caso con un vulcano ancora in attività». Secondo Benanti, che con la sua azienda esporta in 50 paesi, l'attrazione per il vulcano funziona trasversalmente su tutti i mercati, anche grazie all'enoturismo. «Eppure il suolo non basta a definire i nostri vini – chiosa –. È una variabile importante, ma poi si devono considerare il clima, l'altitudine e le varietà coltivate, oltre al lavoro dell'uomo. Il mix di tutte le componenti rende il prodotto unico».

Pietra e fuoco nel bicchiere
A Padova, sui Colli Euganei, il vento che tira si sente. «Il trend dei vini vulcanici sta crescendo negli ultimi anni e ha visto nascere eventi dedicati in Europa e oltreoceano, ma anche nel nostro territorio – osserva Elisa Dilavanzo di Maeli (circa 60mila bottiglie con un focus sul Moscato giallo) – . Da un lato c'è l'immaginario del vulcano, come energia e potenza e ineluttabilità, ma nella sostanza il terreno fa la differenza: è fertile ed essendo roccioso, scheletrico è spesso più caldo e asciutto, pertanto inibisce lo sviluppo dei funghi e malattie. Agevola dunque pratiche agronomiche ed enologiche molto rispettose». Quello che fa la differenza è però soprattutto il prodotto. «I nostri sono vini salati e affascinanti, a tratti misteriosi. Se per molti vini il fruttato e floreale sono i primi sentori, noi abbiamo pietra focaia, grafite, inchiostro. E questi profumi tendono a rimanere anche sul palato, riportando alla terra e alla roccia. Sono vini tridimensionali».


Anche Filippo Gamba di Alla Costiera (60/70mila bottiglie) sottolinea la sostanza più che il marketing. «Le mode aiutano a vendere, ma prima di tutto deve esserci il vino dentro – osserva –. Possiamo parlare di terreni vulcanici, ma rimane uno specchietto per allodole se quel terroir non emerge nei sentori e sapori. Il vino deve essere lavorato bene per esprimere una mineralità marcata, che rimane viva nel bicchiere. Le specificità rendono questi vini interessanti».

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