COMMISSIONE EUROPEA

Von der Leyen schiacciata tra Parlamento e Consiglio

di Sergio Fabbrini


Ue, Von der Leyen eletta anche grazie ai voti dei deputati M5s

4' di lettura

Invece di stabilire chi abbia vinto o perso nell’elezione di Ursula von der Leyen, è più importante comprendere la natura dei processi politici e istituzionali portati in superficie da quella elezione. I fatti sono noti. Ursula von der Leyen è stata eletta presidente della Commissione europea da una risicatissima maggioranza del Parlamento europeo (appena 9 voti in più di quelli necessari). Pur avendo presentato un programma europeista, la sua elezione è stata resa possibile dal sostegno ottenuto da parlamentari sovranisti o euroscettici (come i polacchi di Diritto e giustizia, gli ungheresi del Fidesz, gli italiani del Movimento 5 Stelle), dato che un centinaio di parlamentari europeisti si sono opposti alla sua candidatura. Come mai un candidato-presidente europeista non ha ricevuto i voti di molti parlamentari europeisti? E cosa ci dice, l’elezione di Ursula von der Leyen, relativamente al funzionamento del sistema istituzionale dell’Unione europea (Ue)?

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Cominciamo dai processi politici. Mai come ora, la politica nel Parlamento europeo appare frammentata e confusa. Le elezioni del 26 maggio scorso hanno consegnato una maggioranza europeista che non ha ancora trovato una sua espressione politica coerente. La ragione è dovuta al doppio asse di divisione che contrappone i partiti nel Parlamento europeo. Questi ultimi provengono dalla tradizionale divisione tra destra e sinistra, mentre sono spinti verso una nuova divisione tra europeisti e sovranisti. Tale sovrapposizione di fratture ha reso difficile la costruzione di una maggioranza europeista in quanto la distinzione tra destra e sinistra ha indebolito quella maggioranza dall’interno.

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Pur essendo europeisti, i parlamentari socialisti tedeschi non hanno sostenuto von der Leyen per il desiderio di ritornare all’opposizione di sinistra nel loro Paese, oppure i verdi francesi non l’hanno votata perché considerata esponente di una destra troppo conservatrice. Allo stesso tempo, von der Leyen ha ricevuto i voti dei parlamentari sovranisti del partito di Jarosław Kaczyński o di Viktor Orban, in quanto questi ultimi si considerano espressione di un nazionalismo ritenuto compatibile con la destra europea da cui lei proviene. Tuttavia, tale divisione tra destra e sinistra non riesce più a spiegare la politica europea. Tant’è che il discorso programmatico di von der Leyen si è connotato per il suo programma europeista, piuttosto che per il suo carattere di destra tradizionale.

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In quel discorso, von der Leyen ha riaffermato una visione centrista del processo di integrazione (in quanto finalizzato a bilanciare le esigenze contrastanti degli stati membri su questioni europee) e non già dei processi politici nazionali. La risicata maggioranza che ha eletto Ursula von der Leyen è l’esito di tale sovrapposizione di divisioni. E soprattutto della difficoltà di molti parlamentari a definire il proprio ruolo in relazione alla politica europea piuttosto che a quella nazionale. Probabilmente, sarà l’opposizione dei sovranisti di “Identità e democrazia” (il raggruppamento che raccoglie, nel Parlamento europeo, gli italiani della Lega, i francesi del Rassemblement national e i tedeschi di Alternative für Deutschland) a far capire agli europeisti che ciò che li unisce in Europa è molto di più di ciò che li divide nelle singole società nazionali.

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Vediamo ora i processi istituzionali. L’elezione di von der Leyen è testimonianza dell’assenza di uno stabile equilibrio istituzionale all’interno dell’Ue. Molti parlamentari europeisti non l’hanno votata per il metodo strettamente intergovernativo con cui era stata scelta. Quella scelta era stata fatta dai governi nazionali senza prendere in considerazione le preferenze del Parlamento europeo. Nel 2014, i governi nazionali avevano subito la candidatura di Jean-Claude Juncker da parte del Parlamento europeo. Ora, nel 2019, si sono ripresi una sonora rivincita. È così riemersa la frattura istituzionale che oppone da tempo il Consiglio europeo (dei capi di governo nazionali) e il Parlamento europeo. Dal Trattato di Maastricht del 1992, infatti, tra le due istituzioni si è sviluppata una competizione per affermare la preminenza dell’una o dell’altra sul processo di integrazione, in nome degli stati nazionali (il Consiglio europeo) o dei cittadini europei (il Parlamento europeo).

L’esito di tale competizione è stato il progressivo ridimensionamento della Commissione europea in quanto potere esecutivo dell’Ue. Più il Parlamento europeo ha cercato di affermare il suo controllo sulla Commissione europea, più i governi nazionali hanno trasferito il potere esecutivo fuori di essa, delimitandone le sfere di intervento e gli ambiti di competenza. Dopo tutto, è impensabile che Stati nazionali, dotati di una loro identità storica e consistenza istituzionale, possano affidare al Parlamento europeo (da loro non controllato) il potere di nominare l’organo esecutivo della Ue.

Allo stesso tempo, però, è altrettanto impensabile che i governi nazionali possano costituire, insieme, l’esecutivo collegiale dell’Ue. La Commissione von der Leyen è finita schiacciata in tale irrisolto contrasto inter-istituzionale. Vista la sua debolezza parlamentare, sarà costretta a costruire maggioranze diverse su tematiche diverse. Con ciò indebolendo ulteriormente il suo potere istituzionale. Come uscirne? Insomma, ciò che è avvenuto martedì scorso (16 luglio) a Strasburgo ha messo in luce le difficoltà dei partiti del Parlamento europeo a rappresentare la nuova divisione politica, ma anche le difficoltà delle istituzioni europee a consolidare una (equilibrata) unione sia di Stati che di cittadini. Se nel breve periodo l’Ue è riuscita a dotarsi di una Commissione ragionevolmente europeista, nel medio periodo saranno i partiti sovranisti ad avvantaggiarsi di quelle difficoltà, se esse non verranno adeguatamente affrontate. Ursula von der Leyen si è impegnata a promuovere, nel 2020, una Conferenza transnazionale sul futuro dell’Europa, così da individuare le politiche che l’Ue dovrà portare avanti e l’assetto istituzionale con cui promuoverle. Forse potrebbe aprirsi uno spiraglio per liberare l’europeismo dalla tirannia del quotidiano.

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