l’irritazione dei socialisti

Von der Leyen, ora il vero ostacolo è il voto del Parlamento Ue

La sfida più ostica rischia di essere comunque quella che attende al varco <b>Von der Leyen</b>, candidata che non ha riscosso un entusiasmo unanime a Strasburgo

di Alberto Magnani


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Ursula von der Leyen (EPA)

3' di lettura

Strasburgo - Alla fine, il pacchetto di nomine Ue è arrivato: la ministra della difesa tedesca Ursula von der Leyen alla Commissione, l'attuale numero uno del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde alla Bce, il già primo ministro belga Charles Michel al Consiglio europeo, l'ex presidente del Parlamento spagnolo Josep Borrell come alto rappresentante per la politica estera della Ue. Ora Von der Leyen dovrà passare per il via libera del Parlamento europeo nella prossima sessione plenaria del Parlamento Ue del 15-18 luglio, dopo quella inaugurale in corso fino al 4 luglio e dedicata all'elezione del parlamento Ue.

Il voto sul nuovo presidente dell'Eurocamera si terrà mercoledì 3 luglio e si annuncia già combattuto, vista la frammentazione estrema del Parlamento, anche se prende quota l'ipotesi di una staffetta tra un candidati socialista (si fa il nome dell'ex primo ministro bulgaro Sergueï Stanichev) e un Popolare (forse l'ex candidato alla Commissione Manfred Weber, che però parlerà a Strasburgo in serata e potrebbe annunciare il ritiro definitivo).

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La sfida più ostica rischia di essere comunque quella che attende al varco von der Leyen, candidata che non ha riscosso un entusiasmo unanime a Strasburgo. A partire dal gruppo che rappresenta, nonostante la sua crisi, la seconda forza politica dell'Eurocamera: i Socialisti&Democratici, forti di 154 seggi e destinati alla «maggioranza pro-europea» che dovrebbe prendere forma insieme a Popolari, Liberali e Verdi. In teoria, visto che il malumore sul blocco di nomi uscito dal Consiglio europeo può incrinare gli equilibri già precari dell'assemblea comunitaria.

L'irritazione dei socialisti e la conta dei voti
Il presidente della Commissione viene indicato dal Consiglio europeo al Parlamento, chiamato a dare il suo via libera (o meno) al candidato. L'Eurocamera aveva cercato di rivendicare a sé una maggiore influenza nel processo con il meccanismo degli spitzenkandidaten, candidati espressi dai gruppi politici durante le elezioni e destinati a essere recepiti dai leader europei in vista della propria scelta. Il Consiglio ha però di fatto scaricato la novità, conservando il proprio potere di scelta e accantonando i vari candidati proposti dai gruppi politici: prima è stato il turno di Manfred Weber, sponsorizzato dal Ppe, uscito dai giochi perché osteggiata da figure di peso come Emmanuel Macron e ritenuto troppo debole dai suoi stessi alleati; poi di Frans Timmermans, il candidato dei Socialisti, catapultato improvvisamente in pole position da Angela Merkel e poi escluso (altrettato improvvisamente) dalla decisione finale dei capi di Stato e di governo Ue. La sua scomparsa dalla lista finale dei top jobs ha alimentato ancora di più l'irritazione dei socialisti, già di per sé scettici sulla scelta di una figura come Von der Leyen.

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Un loro voto contrario basterebbe a boicottarne l'insediamento come numero uno della Commissione? No, ma di sicuro costringerebbe il Parlamento alla formulazione di intese diverse da quelle che si erano prospettate dopo le urne. Il presidente della Commissione deve ottenere l'approvazione del Parlamento a maggioranza assoluta, cioè con la metà dei parlamentari più uno (ovvero un minimo di 376 su 751 eurodeputati). Un no di massa dei socialisti potrebbe portare via un bottino consistente di voti, costringendo forse le altre forze dell'emiciclo alla ricerca di un qualche compromesso. Von der Leyen è un esponente della Unione cristiano-democratica, il partito di Angela Merkel che confluisce nella famiglia dei Popolari. Il Ppe può appoggiarla contando sull'assist dei liberali di Renew Europe (108), mentre non si può dare del tutto per scontato quello dei Verdi (74).

Un margine di garanzia potrebbe essere offerto dal dialogo con le forze ai margini della coalizione filo-europea, anche se significherebbe cercare a destra i voti di forze come Conservatori e riformisti (62 seggi) e magari Identità e democrazia (72 seggi), il cartello di nazionalisti lanciato da Matteo Salvini. Un testacoda notevole rispetto alle intenzioni originarie del Ppe, anche se ovviamente si parla sempre di ipotesi. Il Consiglio, per ora, lancia segnali accomodanti ai socialisti. Il presidente del Consiglio europeo Tusk ha espresso la preferenza per un candidato di centrosinistra nei primi dua anni e mezzo di mandato alla presidenza del Parlamento. Carica che si sommerebbe a quella del socialista Borrell come alto rappresentante per la Politica estera. Due cariche non prioritarie, rispetto alle attese, ma comunque di rilievo. Bisognerà capire se l'offerta sarà ritenuta allettante, o insufficiente.

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